Top

La riflessione. Nostra democrazia il ruolo dell’informazione Rosadi

maggio 5, 2010 di Redazione 

Secondo passaggio della narrazio- ne di oggi su libertà e democrazia. Dopo avere analizzato le due fac- ce della medaglia populismo/casta, introduciamo il tema posto ieri (indirettamente) dal presidente del Consiglio, ovvero quello della libertà di stampa. Che, scrive la grande firma del giornale della politica italiana, è l’antidoto al “vizio” degli italiani (e dunque alla chiusura in casta della nostra politica) e, perciò, è la chiave (di s-volta) della democrazia. Anche il terzo ed ultimo momento sarà dedicato a questo: ci chiederemo (anche alla luce del rapporto di Freedom House di due giorni fa) se e quanto siamo veramente liberi. Ma cominciamo a posizionare la “chiave”, appunto, della libertà di stampa nella volta della democrazia: risolutrice del populismo, (antidoto alla casta) e, dunque, fondamento del sistema democratico. Rosadi dunque. Sentiamo.                       

Nella foto, Marco Rosadi

-

di MARCO ROSADI

Può nascere una democrazia autoritaria da un popolo eterno bambino che non ama la storia (anche quella revisionata)? Un ingorgo di domande blocca la risposta entro confini nebbiosi. Perché i proclami populistici suscitano vastissimi consensi? E per quale motivo le moltitudini sono stregate dal funambolismo di un varietà politico di così basso profilo? O nauseate da una tragicommedia fondata sui sondaggi?

La vita non è solo cotillon, giochi a premi televisivi e “grandi fratelli scioccherelli”. Ha un volto tragico. È quindi più semplice cercare riparo nei miraggi consumistici che impegnarsi per migliorare la nostra esistenza e quella degli altri. Scriveva Freud: “Le folle non hanno mai provato il desiderio della verità, e chiedono solo illusioni delle quali non possono fare a meno”. Il padre della psicanalisi aveva colto nel segno. I più vogliono chimere a buon mercato. Niente può accontentarli meglio di un potere super ottimista ubriacato dalla sua stessa enfasi, e in particolare nei momenti di grave incertezza economica. In questa maniera il popolo sopporterà bene il governo cui ormai è abituato, anche se questo sarà sempre meno presente e democratico.

E se chi governa potesse condizionare l’informazione-comunicazione televisiva, vero instrumentum regni (assai più del vecchio giornale cartaceo), il gioco sarebbe fatto. Come potrebbe sopravvivere un’informazione appena obiettiva e veritiera, supponiamo in un paese in cui due telegiornali del servizio pubblico e tre tivù nazionali private (riconducibili a un ipotetico Condottiero) fossero spudoratamente filogovernativi? E dove certi professionisti della comunicazione “antiregime” fossero pagati a peso d’oro per esibire l’irritante sicumera del radical chic filisteo.

Con servizi cuciti ad arte da giornalisti maggiordomi e lavapiatti, l’ultima parola (quella che conta) sarebbe puntualmente riservata al Principe e ai suoi dignitari. Gli stessi che nei programmi di approfondimento politico affermerebbero con impeto i dogmi del loro Signore, da mistici dell’arroganza e della brutalità verbale contrabbandata per “passione civile”. Informare vuol dire togliere le incertezze dal messaggio che il destinatario dovrà decifrare e comprendere. Sarebbe quindi una farragine di notizie alterate l’unica “certezza” prodotta da questo tipo d’informazione.

Tanto più che nell’era del web, dei blogger, dei giornali telematici e del giornalismo diffuso, comunicazione e informazione dovrebbero essere le facce di una stessa medaglia chiamata democrazia. Sì, proprio quella cosa che imporrebbe lo show-down sul comportamento dei governanti, dentro e fuori il Palazzo. Le istituzioni democratiche dovrebbero volere la verità (purtroppo i reggitori dei popoli, come direbbe Erasmo da Rotterdam, si affidano in prevalenza ai trucchi, alle maschere, al vieto mimodramma delle finzioni). Questo non avverrebbe se la politica somigliasse più a una democratica religione laica delle comunità che a un circolo di volponi, finti oppositori e caimani. La realtà è però molto diversa dalle inesistenti repubbliche di Campanella e More.

E apparirebbe immotivato, se non ci fosse nulla da nascondere, rifiutarsi di scoprire le proprie carte e imporre museruole, bavagli e divieti. Questo succede quando una democrazia sconfina nella dittatura strisciante? Per fortuna in Italia ciò non accadrà mai. L’ha garantito la terza carica dello Stato. Nel 1991 sosteneva che “l’ideologia fascista è attuale e vive, anche se non è più un modello realizzato”. Lo diceva quasi vent’anni fa. Ora possiamo stare tranquilli: come i tedeschi, gli italiani hanno fatto i conti con il passato. O no? E poi, chi un tempo “mangiava i bambini” non esiste più. Sì, c’è ancora qualche “coglione” ma non ha molta voce in capitolo.

MARCO ROSADI

Commenti

One Response to “La riflessione. Nostra democrazia il ruolo dell’informazione Rosadi

  1. Mario on maggio 5th, 2010 23.13

    “Può nascere una democrazia autoritaria da un popolo eterno bambino che non ama la storia (anche quella revisionata)? Un ingorgo di domande blocca la risposta entro confini nebbiosi. Perché i proclami populistici suscitano vastissimi consensi? E per quale motivo le moltitudini sono stregate dal funambolismo di un varietà politico di così basso profilo? O nauseate da una tragicommedia fondata sui sondaggi?”
    Siccome Rosadi non può essere così presuntuoso da pensare che lui è migliore della maggioranza del popolo anche lui si rispecchierà in quei vizi che lui giudica appartenere al popolo. Anche lui è parte di quell essere eterno bambino che non ama la storia. Allora gli vorrei chiedere, perchè lei non ama la storia? perchè da il suo consenso al populismo? Perchè lei è stregato dalla scena politica così di basso profilo? Perchè non ama la verità? Perchè non può fare a meno delle illusioni?…
    Se si riconosce tutti questi vizi perchè non fa uno sforzo e cerca di seguire chi è più maturo di lei?
    Con affetto

Bottom