Top

Diario politico. (Brutta) fine legislatura (?) Ora il Pd si incunea tra Berlusconi e Fini: “Niente riforme, premier pensa a voto” Innocenzi: “Sì ma loro non sono pronti…” I finiani: “Federalismo non è una priorità” La Lega: “Senza però si torna alle urne” Sulle intercettazioni il possibile big-bang

aprile 26, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. Dopo un 25 aprile di (apparenti) grandi speranze (è proprio il caso di dirlo), in cui il premier prova a rilanciare l’azione di governo aprendo implicitamente a Fini, un’intervista di Bersani a Repubblica sgonfia la bolla (speculativa: è di nuovo proprio il caso di dirlo) delle riforme e con essa avvia rapidamente il count-down verso possibili elezioni anticipate. E’ un mosaico (o, se preferite, un puzzle) in cui tutte le tessere vanno al proprio posto: il passo indietro dei Democratici, che, come dice Cicchitto, «pensano solo a fare sponda a Fini», nella speranza di coinvolgerlo in un «patto» che consenta almeno di fare la riforma della legge elettorale e magari di varare qualche provvedimento d’urto a fronte della crisi economica del Paese, rende praticamente impossibile il cammino del grande ammodernamento «condiviso» dell’architettura co-istituzionale. Contemporaneamente dalla neo-corrente del presidente della Camera nel Pdl arriva una dichiarazione di lealtà al governo ma anche – per bocca di Raisi ospite di Otto e mezzo – una frenata sul federalismo fiscale. In queste condizioni, Bossi aveva già annunciato che «è meglio andare al voto». E all’orizzonte c’è la discussione sul ddl intercettazioni, su cui la minoranza finiana vuole dire la sua e promette (o minaccia?) di mettere in pratica la “pretesa” di fare pesare democraticamente la propria «opinione differente», pure nella cornice della lealtà al governo. E’ un possibile punto di rottura di questo quadro fragile, che potrebbe del resto naufragare anche su altri provvedimenti-limite sempre in campo giudiziario come il processo breve. Non è detto si arrivi ad una fine anticipata della legislatura, se sarà così lo capiremo solo nei prossimi giorni/settimane, ma le pre-condizioni sembrano esserci tutte. E in questa situazione, come raccontato oggi da Giulia, il segretario del Pd annuncia che «l’alternativa» verrà “varata” solo nel 2011… Il racconto, all’interno, di Baffigo.

Nella foto, Bersani a riposo, altri ai nastri di partenza: l’opposizione (non) è pronta alla prova del voto?

-

di Ginevra BAFFIGO

Non sarà scissione quella dei finiani: «Tutti hanno capito che non è in discussione la nostra permanenza nel Pdl e nella maggioranza». Questo ribadisce oggi Gianfranco Fini nella sala Tatarella di Montecitorio, dove si è riunito con i suoi sostenitori. Ed ancora: «Dobbiamo garantire la massima lealtà alla coalizione e al programma di governo», il «punto fermo» delle esternazioni pubbliche dei finiani dovrà essere l’«assoluta lealtà» alla maggioranza ed al governo.
La riunione in quel di Montecitorio, fra l’ex leader di Alleanza Nazionale ed i sostenitori della corrente interna al Pdl, non cambia però la situazione di fatto: Fini e Berlusconi vivono da separati in casa.
Dopo la tumultuosa direzione della scorsa settimana non si può più tacere l’esistenza di una minoranza che fa capo a Fini. Oggi i “dissidenti” pongono sul tavolo importanti questioni: le dimissioni del vicecapogruppo vicario del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, nonché la linea da seguire per le prossime delicate tappe legislative. Legge sulle intercettazioni dunque, ma anche le partecipazioni del presidente della Camera alla puntata di domani sera a Ballarò, durante la quale spiegherà le ragioni del suo allontanamento dalla politica del premier.

Mentre a Montecitorio si prepara il dissenso organizzato degli ex An, c’è chi all’ultimo decide di restare sul carro del vincitore, e quindi del partito più volte premiato dalle urne. Amedeo Laboccetta, che solo la scorsa settimana aveva firmato il documento al termine della riunione dei finiani, cambia idea e torna sui suoi passi: «Ho espresso le mie preoccupazioni per la strada intrapresa e gli ho detto che non ci sto, non credo nelle correnti e quindi le nostre strade si separano» dice il deputato. «Resto suo amico – aggiunge Laboccetta – ma ho il pregio di parlare chiaro: questa fase non mi convince, nel Msi ho fatto parte della corrente dei romualdiani e non penso che questa sia la strada da percorrere. Fini la pensa diversamente e che cosa farà lo saprete al termine della riunione».
Che siano pochi o molti i finiani, Silvio Berlusconi continua a ribadire la sua estraneità al conflitto in corso. Già sabato aveva sottolineato come «per litigare bisogna essere almeno in due«, oggi che «per divorziare» è sufficiente la volontà di uno soltanto. Mentre convola a nozze con Putin in quel di Villa Gernetto, dove si è siglata una fusione atomica italo-russa che promette centrali nel Belpaese entro la fine di questa legislatura, il premier coglie la palla al balzo per chiarire la situazione interna al partito. «Qual’è il segreto di un matrimonio felice in politica?» gli viene chiesto durante la conferenza stampa. «Sono esperto di molte cose – risponde – urbanistica, sport, editoria, televisione e amministrazione pubblica. Ma sul segreto di una collaborazione proficua in politica non mi esprimo, del resto non ho un’esperienza particolarmente felice nei matrimoni. Comunque ho già detto di non aver litigato con nessuno, per litigare bisogna essere in due, per divorziare basta uno».

Le riforme. Il Pdl è in fermento. La questione degli ex An è chiara, ma tuttora irrisolta. Ed il premier parte con la controffensiva: tornano sul piatto le riforme. In primis, quella della Giustizia. Dopo le rassicurazioni odierne del presidente della Camera, «dobbiamo garantire la massima lealtà alla coalizione e al programma di governo», i finiani non possono più tirarsi indietro su questo fronte, ed il premier lo sa bene. Proprio sulla giustizia, pilastro del programma, Berlusconi avrà la sua resa dei conti con Fini.
Legittimo impedimento, ddl sulle intercettazioni ed il processo breve. Tre punti che valgono una legislatura e le sorti di un partito.
La questione delle riforme però non tarda a valcar la soglia di casa Pdl. Proprio sul fronte delle riforme si desta dopo un lungo sonno l’opposizione. Stamani sulle colonne di Repubblica il segretario Pd parlava chiaro: le riforme «sono impossibili, anche perché Berlusconi vuole solo il voto». Per Bersani infatti in questa maggioranza «non ci sono le condizioni per affrontare le riforme», il premier avrebbe in realtà già cambiato la rotta: non più verso le riforme ma «verso le elezioni. O verso un qualsiasi tipo di strappo. La bozza Calderoli che altro era? Un’accelerazione per coniugare solo l’interesse del premier con quello della Lega. In Fini c’è questa consapevolezza. Lui stesso elenca alcuni nodi cruciali: il programma economico da aggiornare alla luce della crisi, il federalismo senza compromettere l’unità del Paese».
Parole dure a cui fa seguito la repentina replica del Popolo della Libertà e della Lega. ??Primo fra tutti Calderoli, chiamato in causa: «Se si vuole parlare di riforme si parte da un testo, ci si mette attorno a un tavolo e si lavora. Non è con gli annunci o con gli slogan che si fanno». «Il testo che ho portato al Quirinale – aggiunge poi il padre del Porcellum – è la mia proposta, proprio per avere qualcosa di concreto su cui lavorare. La si può correggere, siamo aperti a qualunque tipo di iniziativa, purché si cominci al lavorare».? Sandro Bondi, sulla stessa linea, rincara la dose e si fa decisamente più severo: «Come può un grande partito di opposizione come il Pd, che si propone nel futuro di diventare forza di governo, respingere la possibilità di un lavoro comune sulle riforme istituzionali prima ancora di verificarne l’effettiva possibilità e ignorando in tal senso le chiare intenzioni pronunciate dal presidente del Consiglio?». Per Bondi, infatti, «se le dichiarazioni di Bersani fossero ispirate ad una comprensibile prudenza di natura tattica, ciò sarebbe del tutto comprensibile. Se invece ci trovassimo di fronte ad una vera e propria indisponibilità a discutere delle riforme sulla base della ricerca di una condivisione tra tutte le maggiori forze politiche del Paese, allora ci troveremmo di fronte alla rinuncia da parte del Pd di esercitare un ruolo politico attivo, responsabile e positivo».
Per Cicchitto, poi, il segretario democratico «ha già dimenticato il fallimento del governo Prodi, imploso addirittura dopo solo due anni. Perché mostra di non pensare certamente al confronto sulle riforme, ma piuttosto a costruire un cosiddetto patto repubblicano nuova versione del fronte popolare, aperto eventualmente a Fini».
Infine da palazzo Madama si tenta di mediare. Il presidente Schifani invita alla cautela: «Occorrono concordia e dialogo tra tutte le forze politiche alla vigilia di importanti appuntamenti quali l’attuazione del federalismo fiscale e le grandi riforma della seconda parte della Costituzione». Poi la seconda carica dello Stato avverte: «Occorre mettere da parte incomprensioni, pregiudizi, steccati ideologici cooperando tutti insieme in piena armonia, avendo quale unico punto di riferimento il bene degli italiani».

Ginevra Baffigo

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom