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Pd e Pdl (ancora) come Ds e Forza Italia? La transizione verso due partiti di massa La crisi dei co-fondatori già in minoranza Rutelli: “Anch’io faticavo ad esprimermi” Ora il bivio tra bipolarismo e terzo polo

aprile 21, 2010 di Redazione 

In Inghilterra Labour e persino i Tories, vincitori annunciati di queste elezioni, sono incalzati dai liberaldemocratici-terza via di Nick Clegg, che ha vinto sì il confronto televisivo ma, presumibilmente, anche perché l’opzione nuova o comunque alternativa a quelle “battute” storicamente – destra e sinistra – incontra le aspettative e i bisogni degli inglesi. In Italia l’alternanza tra i due poli non c’è ancora mai stata, anche perché negli ultimi quindici anni si sono confrontate proposte o ancora non perfettamente compiute oltre che divise e contraddittorie (il centrosinistra – in futuro, forse – Democratico) oppure completamente stravolte in forme di partito-coalizione personale e di populismo. Progressisti e conservatori, sì, ma non ancora nell’accezione americana e più moderna dei due termini. E se i progressisti hanno almeno cominciato questo sforzo nella scelta del nome (Partito Democratico, appunto) a destra siamo (ancora, da noi) all’enunciazione di Popolo e ad assolutistici (e demagogici) richiami alla Libertà. Dunque non abbiamo ancora vissuto quel bipolarismo-bipartitismo che oggi una parte della politica italiana, capitanata da Rutelli e Casini, vorrebbe superare in nome di una sua presunta crisi. Che in realtà, come in effetti il leader di Api in qualche caso dice, è, appunto, una difficoltà di concepimento. Ante e non ex post. Il punto sta proprio qui: capire se il terzo polo va incontro alle esigenze del Paese oppure è solo una risposta affrettata alle difficoltà di una transizione che richiede tempo per essere compiuta. La scelta ondivaga dell’Udc alle Regionali fa temere che in gioco, almeno per una parte dei protagonisti di questa “rivolta”, ci siano soprattutto interessi di bottega. E tuttavia la proposta può non esaurirsi in questo. Nel seguire il filo della narrazione del possibile nuovo grande centro (liberale?) in fieri, il giornale della politica italiana, dopo avere ospitato l’appello di Guzzanti a Fini, indaga proprio sulle cause di questa dispersione rispetto ai due poli-partiti (è proprio il caso di dirlo?) di centrodestra e di centrosinistra. Incarnata dai due sue due protagoni- sti principali: Fini nel Pdl, ovviamente, e Francesco Rutelli fuoriuscito dal Partito Democratico. Andrea Sarubbi, che conosce da vicino Rutelli e la sua opzione e che ha deciso tuttavia di non seguirlo è di rimanere nel Pd, è la persona giusta a cui affidare il racconto e l’analisi di queste tendenze centrifughe (o -pete a seconda del punto di vista, in tutti i sensi).

Nella foto, il leader di Alleanza per l’Italia Francesco Rutelli

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di ANDREA SARUBBI*

La tanto attesa conta dei finiani si è risolta, alla fine, in un documento molto soft, che magari nei prossimi mesi avvierà nel Pdl un dibattito politico ma che, per ora, si limita ad esprimere solidarietà al presidente della Camera.

Era l’unico modo, sostengono tutti, per presentarsi alla direzione di giovedì con un discreto numero di parlamentari amici: se fosse passata la linea della scissione, infatti, lo avrebbero seguito solo i fedelissimi di stretta osservanza e la conta si sarebbe rivelata un boomerang. Già in questo modo, comunque, Fini ne ha persi per strada parecchi: il controdocumento dei 75, quello capitanato da Alemanno, dice in sostanza che la scelta del Pdl è irreversibile e che ci si può stare dentro anche se il presidente della Camera decidesse di andare via. Non ha più senso, dicono, parlare di Alleanza nazionale e di Forza Italia, ma occorre portare le proprie idee dentro al partito nuovo.

Per chi simpatizzi io nella vicenda è piuttosto noto, ma cerco di essere obiettivo e ripenso a quanto accadde l’anno scorso nel Pd: anche nel nostro caso, un co-fondatore (tra l’altro a me molto vicino: devo avere un’attrazione congenita per i dissidenti) fece per mesi e mesi il controcanto alla linea ufficiale del partito, minacciando una quindicina di volte di andar via, finché se ne andò davvero. Lo fece nel momento meno opportuno, all’indomani di un congresso, così come Fini minaccia di farlo in un altro momento poco propizio, all’indomani di un’elezione. Si fece precedere da un libro (“La svolta”), e ad ogni presentazione venivano giù mazzate contro il proprio partito: anche il presidente della Camera ha seguito lo stesso schema, con “Il futuro della libertà”.

Poi, però, a differenza di Gianfranco Fini, Francesco Rutelli non radunò i suoi neppure per firmare un documento, per consultarli, per capire che cosa pensassero della scelta di andare via e di fondare un nuovo partito: non lo fece con Paolo Gentiloni, né con Ermete Realacci, né con Paola Binetti o Gigi Bobba, e via via a scendere. Chiamò alcuni solo quando la cosa era fatta e si meravigliò che, a quel punto, non lo seguissero tutti: se magari lo avesse fatto prima, si sarebbe sentito dire da Tizio che il Pd era una scelta irreversibile, da Caio che l’idea era buona ma il momento no, da Sempronio che bisognava coinvolgere anche gli altri insoddisfatti ed andarsene via in 100. E magari, alla fine, sarebbe rimasto, arrendendosi di fronte all’impossibilità di ritornare dal Pd alla Margherita in purezza, così come è impossibile rifare da un cappuccino una tazzina di caffè.

È lo stesso, oggi, per il Pdl: Alleanza nazionale non esiste più, se non sotto forma convenzionale di quote da tradurre in poltrone, mentre esiste un partito del 35-40 per cento che, come ogni grande partito di massa, deve cercare la sintesi fra sensibilità diverse. Finora, Berlusconi ha puntato tutto sul suo carisma personale, evitando il più possibile la fatica del dibattito interno: questo gli ha permesso di tenere unito il partito, ma non ha fatto nascere un pensiero politico del Pdl, mentre il Pd – con tutta la fatica del mondo, come dimostra il dibattito attuale sulla giustizia – piano piano si sta attrezzando. È il destino dei partiti di massa, mentre quelli identitari (la Lega, l’Udc e l’Idv) non hanno di questi problemi. “Il mito del fusionismo è alle corde”, commenta Mario Ajello sul Messaggero di oggi. Che si tratti del giornale del suocero di Casini, naturalmente, è una incredibile coincidenza.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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