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Diario politico. Ecco dunque la svolta di Fini. Intercettazioni, stretta per la stampa

aprile 21, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. Come vi abbiamo raccontato nel pomeriggio, il presidente della Camera resta nel Pdl e ricomincia il proprio cammino per cambiare dall’interno la destra italiana aspirando a diventarne il leader del futuro. Il tema, come segnalato dal giornale della politica italiana già lunedì sera, è quanto Berlusconi sarà disposto ad accettare una dialettica interna attraverso la quale passano le possibilità di Fini di andare fino in fondo. Primo passaggio-chiave, la direzione nazionale di giovedì: lì conosceremo le intenzioni, almeno, del presidente del Consiglio (anche attraverso la disposizione dei suoi colonnelli, tra cui, oggi, molti ex di Fini e suoi “traditori”), che poi dovranno comunque essere vagliate alla difficile prova dei fatti di qui al 2013 (e oltre). Intanto, il discorso del capo di Montecitorio, il documento che segna la nascita della minoranza interna e la risposta de(gl)i (stessi) colonnelli. E poi vi raccontiamo delle modifiche al ddl per la (estrema) limitazione della possibilità di eseguire e utilizzare le registrazioni telefoniche (e non), audio e visive, che ha cominciato ieri il proprio iter alla Camera. Il racconto, dunque, di Baffigo, all’interno.

La vignetta è di theHand

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di Ginevra BAFFIGO

“Non penso a scissioni o a elezioni e non cerco poltrone: ma non ho intenzione di stare zitto e farmi da parte” promette il presidente della Camera.
Lo scisma Pdl è quindi per il momento scongiurato, ma le polemiche sono tutt’altro che archiviate. Al contrario, Gianfranco Fini assume un nuovo impegno: quello di organizzare il dissenso interno al partito di maggioranza relativa. Secondo il cofondatore, il Pdl “deve essere libero e non può essere il partito nato dal Predellino”, non può, in ragione di un rapporto privilegiato con la Lega, dimenticare di prestare “attenzione alla coesione sociale del Paese”.
La terza carica dello Stato rinuncia quindi all’ipotesi dei gruppi autonomi, ma dà vita ad una corrente di minoranza interna al partito. Il primo commento di Berlusconi è di sdegno: “Non credo che sia una cosa che si può ipotizzare, non ha alcun senso”.
I finiani restano, ma non in silenzio. “Ci sono dei momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio”, dice Fini. Cita Ezra Pound: “bisogna essere disposti a rischiare per le proprie idee”, e lui è disposto a farlo: “Questo è il momento. Questa è una fase complicata, non ce la facevo più a porre sempre le stesse questioni a Berlusconi”: dalla mancanza di “proposte precise sulle riforme”, ai contrasti “politici e non personali” con Tremonti (“senza di lui saremmo come la Grecia”), al rapporto con il Carroccio “che è un alleato importante ma non può essere il dominus della coalizione”.
Altro disagio sui libri di Roberto Saviano che secondo il presidente del Consiglio «favoriscono la mafia»: “Come è possibile dire che con il suo libro ha incrementato la camorra? Come si fa a essere d’accordo? Nessuno nega che Berlusconi sia vittima di accanimento giudiziario, ma a volte dice delle cose sulle quali è difficile convenire…”.
“Non credo di avere attentato al partito o al governo dicendo che su alcuni temi c’è una distanza politica – continua Fini – Ho posto solo questioni politiche, mai personalistiche, e sempre con spirito costruttivo”. ??Quanto a giovedì, alla direzione nazionale, il presidente della Camera confida che se da quell’appuntamento uscirà “una pattuglia minoritaria in polemica con la maggioranza” allora “ci sarà un confronto aperto”: si aprirà “una fase nuova”.
“Il dissenso interno può esistere o siamo il partito del predellino? – chiede ancora Fini- Spero che Berlusconi accetti che esista un dissenso, vedremo quali saranno i patti consentiti a questa minoranza interna. Sarà il momento della verità”.
Questa lunga riflessione trova spazio, nero su bianco, in un documento sottoscritto da 55 parlamentari. Nel testo finale si indica Fini quale rappresentante della componente interna al Pdl. Questo il mandato con cui l’ex leader di An dovrà affrontare la direzione di giovedì.
“La componente che viene da An sarebbe dovuta restare unita, ma invece è andata diversamente”. 41 deputati e 33 senatori, oltre a Gianni Alemanno, firmano un altro documento per chiedere il superamento “definitivo” delle “quote di provenienza” tra gli ex di Alleanza Nazionale e di Forza Italia, nonché un nuovo congresso. Anch’essi, come gli ex colleghi di partito, chiedono un “costante, libero, proficuo confronto di idee”, garantendo al massimo “la democrazia interna”.

Intercettazioni, le modifiche al disegno (è proprio il caso di dirlo). Si procede con il ddl intercettazioni, martedì all’esame della commissione giustizia del Senato, su cui intervengono nuovi emendamenti. Il primo e più polemizzato riguarda l’autorizzazione ad eseguirle, che potrà esser richiesta solo in presenza di “gravi indizi di reato” e non più, come previsto in precedenza, “evidenti indizi di colpevolezza”. Per mano del sottosegretario alla Giustizia, Giacomo Caliendo, il governo chiede di prevedere poi che il ddl non potrà essere applicato ai processi in corso per i quali è già stata chiesta l’autorizzazione a farle.
Dieci gli emendamenti firmati dal relatore Roberto Centaro: tra l’altro, chi pubblica in tutto o in parte atti o documenti di un procedimento penale di cui sia vietata per legge la pubblicazione è punito con l’arresto fino a due mesi o con l’ammenda dai due ai diecimila euro. Ed ancora, se ad essere pubblicato è il contenuto delle intercettazioni si applica l’arresto fino a due mesi e l’ammenda dai quattromila ai ventimila euro. Una condanna inoltre comporterà anche la sospensione temporanea dall’esercizio di una professione o di un’arte.
«Chiunque fraudolentemente effettui riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a lui dirette o comunque effettuate in sua presenza – si legge ancora in uno degli emendamenti – è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni». Punibilità esclusa solo nel caso in cui dalle riprese o dalle registrazioni emerga una notizia di reato che venga tempestivamente comunicata all’autorità giudiziaria.
Ben altre condanne, pena massima da 5 a 6 anni, per le talpe delle Procure che svelano segreti relativi ai procedimenti.
L’autorizzazione non potrà basarsi su dichiarazioni rese dal coimputato in procedimento connesso, non riscontrate o su testimonianze indirette rese da chi si rifiuta o non è in grado di indicare la fonte diretta.
Ed c’è anche una controversa clausola che riguarda i parlamentari: se il magistrato intercetta anche indirettamente qualcuno che poi conversa con un deputato o un senatore, peer l’utilizzo della registrazione sarà necessaria l’autorizzazione della Giunta di Camera o Senato. Stessa autorizzazione anche per i tabulati di comunicazioni. I verbali contenenti queste conversazioni saranno archiviati in fascicoli separati nell’apposita sezione dell’archivio riservato.

E di fronte alla stretta nei confronti della stampa, non perde tempo la Fnsi: in piazza il 28 aprile. La Federazione nazionale della stampa continua la protesta contro quella che giudica «una legge bavaglio». Arriva il sostegno di ??Di Pietro che attacca: «Aperture del centrodestra sul ddl intercettazioni? Certamente, ma alla mafia e alla criminalità organizzata». «Da oggi la mafia -aggiunge il leader dell’Idv – avrà come principale referente i parlamentari perchè le intercettazioni nei loro confronti non valgono neppure se c’è di mezzo un omicidio. Infatti servirà il placet del Parlamento che si guarderà bene dal concederlo indipendentemente dall’appartenenza ai partiti politici». ??«Credo che stia accadendo – prosegue Di Pietro – un fatto gravissimo perché con questo provvedimento si mette definitivamente il bavaglio alla stampa e addirittura si puniscono i giornali che riferiscono fatti che interessano l’opinione pubblica. Semmai bisognerebbe punire chi rende noti questi fatti senza rispettare il segreto istruttorio, non i giornalisti che fanno il loro lavoro». In buona sostanza per Di Pietro gli emendamenti presentati trattano di «norme ancora più criminogene di quelle precedenti anche perché si crea una riserva indiana per i parlamentari le cui intercettazioni in ogni caso non potranno essere utilizzate. A questo punto per il parlamentare sarà più facile avere come punto di riferimento la criminalità organizzata piuttosto che i cittadini per bene».
«Grave e ulteriore attacco alla libertà di stampa – commenta invece il senatore Democratico Felice Casson – Il governo non solo non migliora il ddl, ma lo rende ancora più duro raddoppiando le pene per i giornalisti che pubblicano intercettazioni, aumentando anche la pena per l’arresto». Casson sottolinea che «nell’emendamento all’articolo 1, comma 26 è chiaramente detto che gli operatori dell’informazione finiranno in carcere fino ad un massimo di due mesi o pagheranno un’ammenda da 4 mila a 20 mila euro e inoltre viene imposta la sospensione dall’esercizio dalla professione. È evidente – conclude Casson – che queste nuove proposte costituiscono un’intimidazione nei confronti della libera stampa».

Ginevra Baffigo

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