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Diario politico. Ora la (vera) svolta di Fini Grazie a lui il Pdl sta (già) cambiando (?) Se 30 deputati dicono no a ddl pro-caccia Resti dov’è ed eserciti sua golden share Dopo Berlusconi la “sua” destra europea

aprile 20, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Nicolò Bagnoli. Alcuni dei maggiori editorialisti del giornale della politica italiana (che, nel solco della tradizione liberale dei grandi quotidiani americani ospita anche opinioni che, naturalmente sulla base di una condivisione di fondo, possono non esprimere la linea del giornale) hanno scritto su queste stesse colonne, nei giorni scorsi, che la “rottura” (che noi non abbiamo mai chiamato in questo modo, in realtà, perché di questo ancora non si tratta) tra Berlusconi e Fini è definitiva, perché il processo è giunto ad un punto di non ritorno. E stamattina, accompagnando l’intervento di Stefano De Luca, abbiamo ribadito – e questo è un punto di vista ormai condiviso – che tra l’anima finiana e quella berlusconiana ci sono differenze culturali che non potranno essere cancellate. Ma. Ma la “sensibilità” (è proprio il caso di dirlo – ?) politica dei cosiddetti berluscones è figlia direttamente della leadership del presidente del Consiglio. Che polarizza queste stesse posizioni e quelle del centrosinistra. Anche per questo l’unica opposizione credibile riesce, come ha scritto oggi Luigi Crespi, proprio quella di Gianfranco Fini: perché è l’unica che guarda al Paese e prescinde, appunto, da questa contrapposizione sterile. Per questa stessa ragione, comunque, è presumibile che quando quella leadership verrà meno l’anima del Pdl che vi fa riferimento possa, magari nel tempo, aprirsi maggiormente all’esterno e amalgamarsi con maggiore facilità con altre contigue. Se tuttavia a quel punto il presidente della Camera avrà lasciato il Popolo della Libertà sarà molto più facile per un erede diretto di Berlusconi prenderne la guida e mantenerne – con più o meno successo, sarebbe tutto da verificare – l’impostazione. Se, al contrario, Gianfranco Fini sarà rimasto nel partito del premier magari svolgendo un’intelligente opera di mediazione tra la propria cultura politica e, appunto, quella della maggioranza interna di oggi – concedendo qualcosa su questo piano, come del resto ha fatto fin’oggi – e contemporaneamente spingendo sulla strada della democratizzazione attraverso, anche, il sano esercizio di far valere il proprio peso (anche) numerico in Parlamento per far passare/non far passare (o meglio per favorire o dissuadere) iniziative che rappresentano o contraddicono quella cultura politica, Fini potrebbe esserne il leader naturale – quel ruolo al quale aspira da sempre ma che per varie ragioni non è ancora riuscito a preparare efficacemente – e, a quel punto, portare tutta la destra italiana sulla strada intrapresa. Questa del resto non è un’ipotesi così innovativa, è quella alla quale Fini lavora da tempo. E potrebbe apparire paradossale che si ponga di nuovo nel momento di massima distanza dentro il Pdl. Ma segnali di crescente democrazia interna – come il voto di oggi sulla stagione venatoria, per quanto sia un tema che si lega a logiche lobbistiche che dividono trasversalmente la politica italiana, e superano la questione dell’appartenenza o meno a parti anche interne ai partiti anche perché, nello specifico, non interessa direttamente a Berlusconi; ma anche le riunioni, che continuano a tenersi, degli organismi dirigenti. Decisivo in questo senso sarà l’esito, anche formale, della direzione nazionale di giovedì – e la necessità per la nostra politica di avere, prima o poi, una destra normale suggeriscono e invocano almeno un’ultima verifica sulla possibilità di percorrere questa strada. Due sono gli interroga- tivi. Il primo riguarda la disponibilità di Berlusconi ad accettare almeno un po’ di questa dialettica interna, anche a livello e in funzione parlamentare. E conoscendo il presidente del Consiglio diremmo che i margini sono molto ristretti. Il secondo riguarda i reali confini della cultura politica a cui fa riferimento Gianfranco Fini: in molti casi le sue posizioni sono apparse davvero innovative, forse “troppo” persino per una moderna destra europea. E dunque irrimediabilmente lontane da quelle con le quali, superata la polarizzazione, dovrebbe amalgamarsi. Ma, a questo punto – e lo diciamo contro i nostri stessi principi – un po’ di pragmatismo politico si impone anche al presidente della Camera. Se il “pia- no” sarà predisposto con accortezza, può essere de- cisivo per il bene del Paese. Ora Bagnoli, all’interno.

La vignetta è di theHand

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di Nicolò BAGNOLI

E ora che succede? La domanda è giusta, pensando al Popolo della Libertà. Immaginiamo Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini come due sposi. Nel 2008 vanno a convivere insieme, a fine marzo 2009 si sposano, ma dopo un anno si rendono conto di essere separati in casa. Dunque, che fare? Di sicuro c’è da prendere una decisione definitiva, ma quale: riappacificazione, del tipo “Sì, abbiamo punti di vista diversi, ma siamo complementari, ci vogliamo bene, il nostro obiettivo è la crescita del Pdl” oppure divorzio ovvero scissione?

E’ chiaro a tutti che i colonnelli storici di Alleanza Nazionale, per esempio Gasparri La Russa e Matteoli, siano passati sotto l’ala berlusconiana. L’ala romana dell’ex An, da Alemanno alla Polverini passando per Andrea Augello, sono a metà del guado, ma propensi ad evitare divisioni che possono essere gravissime. Ma allora Fini è solo? Per niente, assicurano i suoi: almeno 40 deputati e 20 senatori sono pronti a fare il grande passo, ad andare a vivere da soli, per continuare la metafora matrimoniale. E poco importa se oggi La Russa ha fatto firmare a 18 senatori di area An un documento di fedeltà al Pdl.

Il presidente del Consiglio dice che tutto è nelle mani di Fini: come se volesse dire “Io ho fatto il possibile, ora tocca a lui”. E “lui” sarà soddisfatto? Accoglierà bene la pubblica lode che Berlusconi ha riservato oggi a Bossi? Tutte queste domande avranno una risposta entro giovedì. Si svolgerà la direzione nazionale, e ci sarà l’ultimo round fra Silvio e Gianfranco.

Un eventuale partito di Fini al momento avrebbe sui 65 parlamentari che farebbero ballare il governo su ogni provvedimento su cui ci fossero differenze di visione, ed addirittura (potrebbe essere fantapolitica, ma non si sa mai) far nascere quel governo di salvezza nazionale (con a capo Draghi o Montezemolo, e la maggioranza che andrebbe dai finiani all’Italia dei Valori) capace di portare a casa le famigerate riforme.

Una riforma che rischia di essere bloccata è quella che prolungherebbe la stagione venatoria. A dimostrazione del rimescolamento democratico interno al Pdl, trenta deputati (fra cui Fiorella Ceccacci Rubino, Margherita Boniver, Flavia Perina, Fiamma Nirenstein e Pietro Lunardi) hanno scritto una lettera indirizzata a Berlusconi e Cicchitto in cui dissentono dalla norma. “Non intendiamo legittimare con il nostro voto il cedimento politico di alcuni a una piccola lobby di settore e di 750 mila cacciatori. Né, tanto meno, alla loro volontà di sparare indiscriminatamente tutto l’anno e contro qualsiasi specie animale”. Sull’argomento in serata si è svolto un vertice di maggioranza.

Nicolò Bagnoli

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