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E’ giornale dell’università e della ricerca Sia al centro di un nuovo sistema-Paese Su il Politico.it parola anche ai ricercatori G. Rotondo: “Così produciamo ricchezza
E cultura scientifica può aiutare il merito”

aprile 19, 2010 di Redazione 

Ve lo avevamo promesso e speriamo vi piaccia, ma siamo certi sarà così perché i nostri lettori sono persone che amano la politica vera – quella fatta di visione e scelte concrete per il futuro dell’Italia – e sono disposti a sacrificare un po’ di glamour per ragionare di ciò che effettivamente può rifare grande questo Paese (come dimostra la crescita in termini di accessi ogni qual volta abbiamo affrontato questo tema: si avverte un vero e proprio bisogno, nel Paese come altrove, anche a causa della crisi, di, appunto, vera politica). La chiave, lo ha scritto il nostro direttore, è la ricerca (con l’università e la formazione permanente) fulcro di una (nuova concezione di un’)Italia che capisca che la sfida con i grandi Paesi in via di sviluppo non può essere vinta, e ci consegnerebbe ad un conseguente declino, a meno che l’orizzonte non passi dalla semplice produzione (o dalla produzione semplice) – nel campo della quale «Cina, India, il Brasile, dove il costo della manodopera è ancora basso» (e così cominciamo ad introdurvi all’intervista al nostro primo ricercatore) sono (progressivamente) imbattibili – alla produzione di idee – ovvero dei concept di ciò che poi viene realizzato altrove – e, naturalmente, alla «produzione (dell’industria) tecnologicamente avanzata». Ovvero ciò che già è avvenuto in larga parte negli Stati Uniti e in altre parti d’Europa, e che in Italia non è stato ad oggi nemmeno preso in considerazione (da una politica italiana miope e autoreferenziale, incapace di qualsiasi visione; come leggerete tra poco, c’è invece tutto un mondo, sommerso – è proprio il caso di dirlo – che ha già cominciato a farlo). Eppure la partita del futuro non si vince inseguendo affannosamente, ma rilanciando a partire da un proprio progetto di domani. Quello che il Politico.it vi propone a cominciare da oggi (ma, come avrete visto, non solo). Parte dunque questa inchiesta (che sarà prima ancora un laboratorio di idee) con grandi ricercatori impegnati in Italia e all’estero, con i quali ragioneremo di ricerca, ma sempre nella chiave di volano per il futuro dell’Italia. Il primo della serie è Giuseppe Rotondo, biologo molecolare e cellulare alla statale di Milano. Lo ha sentito Stefano Catone.

Nella foto, una ricercatrice al lavoro

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di Stefano CATONE

Dott. Rotondo, che cosa ha dato e che cosa può dare la ricerca in termini di avanzamento economico, sociale e culturale al nostro Paese, e che cosa ci manca per essere al livello, intanto, dei sistemi più avanzati.
«In Italia, allo stato attuale, la ricerca scientifica, a causa sia della scarsità delle risorse che lo stato alloca alla ricerca stessa sia di una gestione e organizzazione non adeguata delle risorse disponibili, sul piano delle infrastrutture e del capitale umano, non è stata capace e non è capace di svolgere quel ruolo di volano e di motore della trasformazione dell’economia nazionale, da economia basata sull’industria manifatturiera a basso contenuto tecnologico ad economia basata sulla produzione di beni e servizi ad alto contenuto tecnologico ed innovativo.
Assistiamo a grandi mutamenti dell’economia globale che portano ad una delocalizzazione della produzione di merci a basso contenuto tecnologico in paesi di nuova industrializzazione, come India, Cina, Brasile, dove il costo della manodopera è ancora basso. Le economie industrializzate delle grandi democrazie occidentali, come gli Stati Uniti d’America, hanno reagito a questo fenomeno con massicci investimenti quantitativi e qualitativi nella ricerca, nelle infrastrutture per la ricerca, nella formazione del personale per la ricerca altamente qualificato. Families USA (http://www.nydailynews.com/opinions/2009/01/15/2009-01-15_to_stimulate_the_economy_invest_in_scien.html) ha calcolato che per ogni miliardo di dollari investito in ricerca, negli USA, si creano 15000 posti di lavoro con un salario medio annuale di $52000 che generano circa 2,21 miliardi di dollari in nuove attività economiche. Tutto questo non è avvenuto in Italia per l’inadeguatezza degli investimenti in formazione, in infrastrutture di ricerca e nella ricerca, e per l’inadeguatezza dell’organizzazione sistematica della ricerca scientifica secondo parametri di qualità e produttività».

Dunque non è sufficiente aumentare le risorse da destinare ai progetti di ricerca, bensì è necessario ripensare il sistema.
«No, seppure necessario, allocare risorse adeguate alla ricerca non è sufficiente ed è quindi solo una componente del concetto “investire in ricerca”. Investire sulla ricerca significa investire nella formazione e nell’Università, significa investire nella qualità della ricerca. Non distribuire le risorse disponibili a raggiera ma valutare la “produttività” dell’attività di ricerca secondo parametri oggettivi internazionali, e allocare le risorse unicamente in strutture e gruppi di ricerca capaci di mantenere alti livelli di “produttività”. Questo è reso ancor più necessario dalla considerazione che la ricerca scientifica non è una mera attività culturale improduttiva, ma un attività capace di promuovere il progresso economico e sociale di una nazione. L’inadeguatezza dell’investimento sulla ricerca in Italia è una delle principali cause della crisi strutturale della nostra economia, al di là della crisi congiunturale che sta attraversando».

Definiamo ancora meglio i limiti attuali e ciò verso cui dobbiamo tendere per superarli della ricerca nel nostro Paese.
«Gran parte della ricerca pubblica, nelle Università e al Centro Nazionale di Ricerca (CNR), soffre per le ragioni che abbiamo spiegato sopra: mancanza di percorsi lineari formativi e di carriera per i ricercatori. Gran parte della ricerca è affidata a ricercatori precari che, in molti casi, dopo aver dato contributi decisivi all’attività di ricerca sono lasciati a casa senza possibilità che venga riconosciuto il loro merito e il loro talento; mancano inoltre investimenti in infrastrutture necessarie per una ricerca produttiva; la distribuzione dei pochi fondi pubblici per la ricerca avviene a pioggia, secondo criteri non meritocratici e di adempimento di parametri di produttività secondo criteri internazionali. Lo stato della ricerca in Italia può essere migliorato? Il modello da seguire è quello americano, un paese che ha fortemente investito nella ricerca scientifica come motore non solo dell’avanzamento economico della società ma del benessere dei suoi cittadini. Un’attività di ricerca, quella americana, basata su grandi investimenti in strutture ed infrastrutture per la ricerca, alti livelli qualitativi di formazione e selezione, pieno riconoscimento e valorizzazione del merito e del talento, distribuzione delle risorse secondo criteri strettamente oggettivi di produttività. Non abbiamo bisogno di andare negli Stati Uniti per osservare come l’applicazione di questi criteri portino ad un attività di ricerca di eccellenza: di esempi ne abbiamo anche in Italia. Ne cito solo alcuni nel mio campo, la biomedicina: il campus scientifico IFOM-IEO e l’Istituto Scientifico ed Università San Raffaele, entrambi a Milano, e il TIGEM a Napoli. Sono tutti centri privati, sostenuti in gran parte con i fondi che noi tutti doniamo a Telethon e all’AIRC e da contributi di altre fondazioni private. Questi, essendo stati costruiti e gestiti secondo il modello americano, sono dei centri di eccellenza che producono un’attività di ricerca di alta qualità e produttività secondo parametri internazionali. Cosa ci insegnano queste esperienze? Che il modello americano, ovunque applicato, determina un’attività di ricerca di eccellenza. La ricerca pubblica deve quindi essere riformata secondo i criteri sopra indicati, guardando alle realtà italiane che funzionano».

Nel suo campo d’azione, cioè quello della biologia cellulare e molecolare, quali sono le ricadute della ricerca sia per lo sviluppo economico, nella chiave che abbiamo analizzato finora, sia direttamente per le persone, nella nostra nostra quotidianità?
«Le ricadute sono molteplici ed agiscono a vari livelli. Una ricerca efficace nel campo della biologia molecolare e cellulare porta alla registrazione di brevetti che sono il presupposto per lo sviluppo di un industria biotecnologica e farmaceutica italiana che, purtroppo, è poco sviluppata in Italia. Ricordiamo che nelle economie delle società avanzate, come quella statunitense ed europea, l’industria farmaceutica è quella che ha prodotto i più alti profitti e a mostrato la più alta performance aziendale. Delle biotecnologie, inoltre, non ne beneficiano solo l’industria farmaceutica, ma anche l’agricoltura, l’energie rinnovabili pulite e molti altri campi industriali. La ricerca nel campo della biologia cellulare sta portando allo sviluppo di farmaci che non solo permetteranno di curare malattie che, finora, hanno provocano tanta sofferenza, ma che miglioreranno la qualità e la durata della vita di tutti noi.
Più in generale, l’affermarsi di una cultura scientifica di eccellenza nella nostra società porterà all’affermarsi, anche fuori dall’ambito scientifico, di quella cultura che premia il merito ed il talento che manca nella società Italiana ma che è il presupposto per il suo avanzamento economico e sociale».

Nello specifico, la vostra attività in campo biologico in che cosa ci può far sperare?
«Ci può far sperare che malattie come il Cancro e neurodegenerative come Parkinson e Alzheimer, che creano sofferenza e dolore in così tante persone, presto possano essere curate definitivamente. Sono già stati fatti dei grandissimi passi in avanti nella comprensione dei meccanismi che generano queste patologie e, quindi, sulla strada della cura definitiva. Ciò ci fa sperare anche in soluzioni per una qualità della vita migliore per tutti noi».

Stefano Catone

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