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La riflessione. Costituzione (e “grandi riforme”) di Marco Rosadi

aprile 17, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale della modernità. La modernità, nondimeno, non è scollamento dalla Storia ma sua reinterpretazione. Per essere tale e non costituire un salto nel buio ha bisogno di due punti di riferimento: l’esempio; le regole. L’esempio è il precedente di grandi personalità o grandi momenti della Storia di un Paese in cui sono state rappresentate le energie migliori, secondo le linee-forza – ovvero gli schemi di rappresentazione di quelle energie – tipiche di un popolo e non solo. Il nostro Paese – e, in particolare, la Repubblica – ha, da questo punto di vista, un patrimonio straordinario: quello dei Costituenti, veri padri della nostra nazione che illuminati da un profondo senso di (alta) “necessità” (morale) nato dalla Resistenza hanno prodotto le migliori regole forse del mondo. E anche da questo punto di vista abbiamo dunque forse il maggiore patrimonio delll’intero pianeta democratico (e, quindi, non), degno di quel grande Paese che l’Italia può e deve tornare ad essere. Ovvero la nostra Costituzione. Nei giorni in cui si torna a parlare di riformarla, da parte di una classe “dirigente” che ha mostrato tutta la propria autoreferenzialità, a cui dunque i panni di una «legislatura costituente» stanno davvero molto, troppo larghi, la grande firma del giornale della politica italiana torna a raccontarci il senso della nostra Carta e ci parla di ciò che i Costituenti, appunto, e la Costituzione ci consegnano riguardo ai modelli che vengono oggi presi in considerazione.

Nella foto, il presidente del Consiglio: riforme “strappo” della Costituzione?

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di MARCO ROSADI

È ancora l’egida contro l’arroganza di chi si muove nell’ombra favorito dal possesso della forza, della ricchezza, da un vasto e multiforme potere d’influenza. La Costituzione contiene robusti principi di libertà e democrazia ispirati al Risorgimento e alla Resistenza. Tuttavia, come notò Piero Calamandrei, “non basta da sola a difendere la libertà e a dare impulso al progresso sociale, se non è animata dalla coscienza politica e dalla volontà del popolo”.

Parole vere e illuminanti ma scritte sei decenni fa. Oggi la coscienza politica è archiviata nei polverosi dimenticatoi delle aule parlamentari; mentre la volontà popolare sembra confondersi con il “verbo” del primo ministro. Tanto che ormai somiglia sempre più a un plebiscito. Eppure la Costituzione ha radici profonde: i valori da cui nasce come «fiore pungente», tra le rovine materiali e morali di una guerra voluta dal fascismo.

Un «fiore pungente». In questo modo la definì Don Giuseppe Dossetti, deputato democristiano e protagonista dell’Assemblea costituente, mostrandone lo spirito universale che va oltre il tempo e diviene nuova solidarietà e aspirazione alla pace (art. 11) di una democrazia pluralistica. È questo il cuore ancora pulsante della nostra Carta costituzionale: l’indissolubilità e la concordia del popolo italiano e della sua espressione statuale, il valore insopprimibile della persona e la consistenza costituzionale dei corpi intermedi non solo territoriali; la diffusione equilibrata del potere fra una pluralità di soggetti e di reciproci contrappesi, la rigidità o modificabilità speciale (art. 138).

Ecco perché, sempre secondo Dossetti, è «bugiardo e non componibile» l’abbinamento tra federalismo e presidenzialismo. Un assetto federale che rompa l’unità della Repubblica e frammenti l’Italia in quattro repubbliche è di fatto estraneo e contrario alla Costituzione in vigore. Farebbe forse drizzare i capelli in testa al patriota e padre del federalismo repubblicano, Carlo Cattaneo (che già si rivolta nella tomba), il progetto in chiave grossolanamente contabile – fiscale di Bossi e “soci”. E il presidenzialismo made in Usa o il semipresidenzialismo alla francese (con importanti sostenitori, anche tra le fila dell’opposizione) non ha proprio niente in comune con la Repubblica parlamentare italiana. Riverbera invece l’eco del consenso acritico dei cittadini e l’ombra inquietante di una dittatura elettiva.

Proposte di riesame di singoli articoli o settori della Costituzione o di blocchi di articoli, anche di contenuto diverso, rischiano di svalutare e/o stravolgere i valori di cui è messaggera. E sembrano il fiore avvelenato di una cultura storica becera, vaga e lacunosa (o di un preciso calcolo tattico?) il ricorso a procedure straordinarie di modifica e il richiamo a un governo costituente. Ultimo scudo resistenziale, la Costituzione, entrata in vigore sessantadue anni or sono, è un fiore di libertà che ancora punge. E qualcuno lo vorrebbe ghermire per estirparlo.

MARCO ROSADI

Commenti

One Response to “La riflessione. Costituzione (e “grandi riforme”) di Marco Rosadi

  1. Mario on aprile 17th, 2010 11.47

    Una canzone che ascolto spesso dice “When we all assume we all agree, we give it up the freedom to be free”. La sua forza in inglese non può essere correttamente tradotta ma di fatto dice che nel momento che si assume che tutti concordino si perde la libertà. Bellissima frase…La libertà sta proprio nel sapere che qualsiasi idea non troverà tutti d’accordo e che le idee contrapposte hanno la stessa forza delle proprie.
    Chi vuole cambiare la costituzione, come me, in maniera federale e presidenziale (oltre a altre cose) lo fa con la stessa forza, dignità, moralità e spirito democratico di chi la vuole lasciare così come è. Nessuno vuole estirpare il fiore democratico lo si vuole solo migliorare.
    I padri costituenti non avevano per forza ragione…eterna…ma c’è chi acriticamente lo crede…

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