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Civati a il Politico.it: “Ora anche il Pd trovi il suo Fini” di A. Ievolella

aprile 17, 2010 di Redazione 

«Una personalità che aggiunga, e non pensi solo a togliere. E invece di discutere sui giornali comin- ciamo a farle, le cose. Assieme. Individuiamo – incalza il consigliere regionale della Lombardia – qualche parola-chiave, non slogan, forte, nostra, e cominciamo a proporla con costanza al Paese. Il ricambio? E’ necessario, ma non è il nostro fine». Il possibile leader del domani consegna al dibattito interno al Partito Democratico la sua ricetta per uscire dall’impasse. Lo fa dalle colonne del giornale della politica italiana. L’intervista è di Attilio Ievolella.

Nella foto, Pippo Civati

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di Attilio IEVOLELLA

“Per noi tifosi, Del Piero è una ‘bandiera’, dovrebbe giocare fino a 60 anni… Nella Juventus ciò non accadrà, nel Partito Democratico, invece, potrebbe accadere…”.
La metafora calcistica è lo strumento con cui Giuseppe Civati ‘fotografa’ le condizioni di salute del partito guidato – attualmente – da Pierluigi Bersani. E la metafora è resa ancora più forte dal fatto che a proporla sia proprio lui (35 anni, nato e cresciuto a Monza, prima dirigente dei Democratici di Sinistra e poi del Partito Democratico, punta della mozione Marino all’ultimo congresso, appena riconfermato consigliere regionale in Lombardia, e che, peraltro, in un sondaggio de ‘L’Espresso’, a febbraio dello scorso anno, relativo alla figura ideale come nuovo leader per il post-Veltroni, conquistò la seconda posizione, dietro Romano Prodi) che reclama, a gran voce, spazio per i personaggi (preferibilmente giovani) che emergono dai territori. L’identikit (di Civati) è, difatti, quello del 30enne rampante – affiancato idealmente da Renzi, da Serracchiani, oltre che da Vendola (che 30enne non è più), giusto per citarne tre – con l’aggiunta di una ‘truppa’ – come testimoniato dall’incontro di qualche giorno fa a Milano – pronta a tentare una ‘Opa’ sul partito. Tutto ciò mentre si discute di federalismo (del partito, sia chiaro).

Dalla fondazione già due leader… e mezzo sono stati cannibalizzati. E ora lei viene indicato come possibile opzione successiva: a quando il grande passo?
“Se dicessi sì a questa ipotesi, sarei già stato mangiato… Il leader del Partito Democratico è Pierluigi Bersani, e ce lo teniamo stretto. Anche perché abbiamo vissuto un congresso, in cui anche io ho avuto visibilità e l’opportunità di parlare e di proporre una opzione, e l’elettorato ha scelto Bersani, e la sua proposta (con tutti i rischi che noi avevamo evidenziato…). Quindi, così come si governa un Paese, una volta eletti, così si governa anche un partito”.

Allora, Bersani confermato. Ma appunto ci sono molte cose che non vanno. Almeno a leggere i numeri, e a sentire le costanti diatribe interne.
“Guardi, a Bersani chiedo, anzi chiediamo, di mettere in luce e di dare visibilità e forza a quelle che persone che, nel partito, la pensano diversamente da lui, nell’ottica del dibattito e del confronto. Per questo, non ho condiviso le parole di Chiamparino, perché fuori dal contesto legittimo, fuori dall’ambito del partito. Sarebbe stato molto più giusto parlarne direttamente in occasione della direzione nazionale di oggi. Così, continua soltanto il confronto sui giornali e mancano i discorsi veri sui problemi reali… e gli elettori ci verranno a prendere a calci”.

A questo punto, è da considerare anche l’ipotesi che il ‘progetto Partito Democratico’ sia fallito, in realtà.
“Assolutamente no. Perché questo progetto ha basi e significati, piuttosto c’è stato poco tempo per realizzarlo. Se vogliamo dirla tutta, sino ad oggi c’è stato troppo poco Pd, non troppo Pd…”.

Qual è, dunque, la ricetta per il rilancio?
“Ci vuole più costanza nel costruire una propria proposta politica. Si è detto, ad esempio, di guardare anche al modello della Lega: io personalmente non condivido, ma se debbo indicare un pregio di quella realtà politica, è la costanza, che alle volte sfocia nella fissità. Ecco, come Partito Democratico dobbiamo trovare poche parole chiave su argomenti importanti, sulla questione immigrazione e sulla questione lavoro, ad esempio; parole chiave, sottolineo, non slogan”.

D’accordo, sono necessari i contenuti. Ma forse prima anche un chiarimento sui rapporti interni.
“Da questo punto di vista, noi ci siamo presentati alle primarie con una mozione che proponeva il ricambio generazionale e che avrebbe attuato il ricambio generazionale. Ma abbiamo perso… Ora, però, ciò che conta è uscire dall’ottica del personalismo, perché è fondamentale che ci siano cambiamenti politici concreti. È importante che ci sia Civati, ad esempio? Assolutamente no, è fondamentale, invece, che ci sia confronto a livello orizzontale, all’interno del partito. Eppoi, bisogna ricordare che è necessario dapprima imparare, per poi poter insegnare… quindi, bisogna dire no alla semplice idea di ‘mini Veltroni’ e ‘mini D’Alema’”.

Qual è allora la prospettiva nuova (se c’è), per il partito?
“Ciò che proponiamo è un progetto completamente diverso, che porti a un confronto chiaro, netto, con tranquillità, all’interno. E che conduca ad agire, non solo a parlare. Ad esempio, ho ascoltato, i giorni scorsi, Prodi e Chiamparino, due persone che stimo: entrambi hanno detto ciò che andrebbe fatto. E se invece ciò che va fatto, lo facessimo insieme? Sarebbe sicuramente meglio. Ecco perché abbiamo deciso di realizzare un coordinamento che affronti, in questi mesi, determinate problematiche reali, e che presenti, a luglio, sul tavolo di Bersani delle idee da valutare, delle proposte da considerare”.

Però avete anche parlato di un ‘co.co.pro.’ per il partito. Leader e gruppo dirigente a tempo, praticamente…
“Per la verità, è il progetto politico da realizzare ad essere a tempo. Eppoi, voglio ricordare che la fedeltà è al progetto politico, non certo al leader di un partito o a un gruppo dirigente. In questa ottica, ogni persona dovrebbe riconoscere il proprio tempo e le proprie occasioni e non affezionarsi mai al proprio ruolo”.

La proposta di Prodi è per un partito federale.
“Se vogliamo un partito federale, allora dobbiamo dare spazio alle realtà del territorio, dando adeguate risorse e facendo emergere anche le problematiche delle strutture territoriali, magari contattandole per conoscere le loro esperienze. Se un sindaco, ad esempio, cresce come sostegno e vince, è giusto che sia lui ad andare in televisione, piuttosto che un dirigente nazionale. Se, invece, pensiamo semplicemente di collocare i segretari regionali nella direzione nazionale, beh, allora cambia davvero poco”.

Dica la verità: il nodo è sempre quello, il ricambio.
“Guardi, le assicuro che le persone non riescono a capire come si possa vivere sempre e solo di politica… Fatta questa premessa, assicuro che l’obiettivo non è fare fuori quelli di prima, chiamiamoli così; ciò che ci interessa è che il confronto sia aperto a tutti e coinvolga tutti”.

Belle parole, ma la sensazione è che, almeno a livello di intenzioni, l’Opa resti l’obiettivo.
“Può anche succedere che un giovane trovi sempre più visibilità e sostegno, magari tra due o tre anni, ma, in realtà, per quanto concerne la guida del partito, non esiste alcuna preclusione. Per intenderci, se Bersani convince, trova posizioni nette su alcuni temi, come immigrazione e fisco, riesce a gestire il partito costruendo un gruppo dirigente forte, allora lo sostengo anche io… Se ciò non succede, allora…”.

Veltroni, Franceschini, Bersani. Tutti e tre, pur proponendo progetti in parte diversi, hanno incontrato difficoltà, appunto, a convincere. Forse quello che manca è una riflessione sull’Italia attuale?
“Diciamo che viviamo in un Paese strano, dove c’è stata una fortissima sottovalutazione culturale del ‘berlusconismo’, se vogliamo chiamarlo così. Di certo, negli ultimi vent’anni l’Italia è cambiata moltissimo: è cambiata perché, ad esempio, oggi c’è internet, c’è il precariato, c’è la presenza della televisione (che ha portato la politica spesso a chiacchierare, piuttosto che a parlare di progetti). Ma noi, come Paese, sembriamo una sorta di Pompei dopo l’eruzione…”.

Ovvero?
“Praticamente bloccati, idealmente, nella stessa posizione. Fermi all’anno 1994. In Italia ci sono gli stessi gruppi dirigenti, gli stessi uomini nella finanza… Questo (anche) è il problema del Paese, sofferto dai giovani”.

E dal punto di vista del Pd?
“Tenga presente che, vista l’età, ho conosciuto solo la politica dal 1994 ad oggi. E oggi è strano sapere che l’unico a pensare una strategia diversa, nuova, in prospettiva, è Gianfranco Fini. Ebbene, anche il nostro partito deve ritrovare il suo Fini, metaforicamente s’intende. Una persona, cioè, che pensi non di cancellare ma di aggiungere. Abbiamo oggi Bersani, D’Alema, Veltroni, ma ci sono tantissime altre personalità che debbono trovare spazio nel Partito Democratico. Ciò perché il mondo è diverso rispetto a sedici anni fa, va in una direzione completamente diversa, e noi abbiamo bisogno di energie nuove e volti nuovi”.

Attilio Ievolella

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