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Controcorrente. Sì, ora il Pd parli pure ai moderati di Mario Adinolfi

aprile 14, 2010 di Redazione 

Il vicedirettore di Red e grande blogger torna a dire la sua nel di- battito sul (prossimo, si spera) futuro del Partito Democratico. Un attacco alla dirigenza ex-Pci che «non è interessata a vincere» ma solo a »gestire la sua quota di potere» che sfocia poi in una serie di proposte: a cominciare da quella, lanciata ieri dal nostro direttore, di un Pd che superi il radicalismo (in tutti i sensi) e, senza rinunciare (anzi) alla nettezza delle posizioni, sappia però ascoltare e rivolgersi a tutto il Paese, che nella parte ancora da “conquistare” e conquistabile è il Paese della «gente di mezzo (moderata e perbene, in gran maggioranza cattolica) perché – scrive Adinolfi – delle nostre stronzate fighette alla film di Ozpetek o Salvatores la gente se ne sbatte il cazzo». E un modo per mettersi nelle condizione di farlo, ribadisce Mario, è il rinnovamento della classe dirigente. Il dibattito vero, fatto di idee e proposte sul futuro dei Democratici - e (quindi) dell’Italia, oltre a quello sul domani del no- stro Paese tout court - è solo sul giornale della po- litica italiana. Buona lettura e buona politica con noi.

Nella foto, Mario Adinolfi

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di MARIO ADINOLFI

Sono sempre più convinto che la dirigenza del Pd trasformato in Pds non sia interessata a vincere. Pierluigi Bersani e Massimo D’Alema (anche Walter Veltroni e Goffredo Bettini, ma ora non comandano) vengono dalla storia del Pci: un partito di opposizione che non voleva battere la Dc, che governava solo nelle regioni rosse e era consociativo gestendo così la sua fetta di potere (in più adesso gestiscono 160 milioni di euro di finanziamento pubblico al partito, senza dover rendere conto a nessuno, neanche a Mosca).

Siamo ridotti ad essere una caricatura del Pci, con dirigenti del Pci, che in più hanno perso il sogno. Perdono e stanno zitti. Non hanno mai vinto un’elezione che conta. Le vittorie del 1996 e del 2006 sono ascrivibili a Romano Prodi, un caro vecchio ex ministro tecnico della sinistra democristiana, unico luogo della sinistra che abbia mai potuto aspirare sul serio a guidare questo paese.

Non a caso in questo momento drammatico (perché tale è, nonostante il silenzio assordante di Bersani e soprattutto D’Alema, uno il cui 2010 si è caratterizzato per l’impegno profuso nell’abbattere l’unico esponente di sinistra capace di vincere in un territorio in bilico, quel Nichi Vendola che il nostro intelligentissimo Presidente del Mondo avrebbe volentieri evirato) l’unica parola costruttiva e seria è ancora una volta arrivata da Romano Prodi: partito federale, primarie per eleggere venti segretari regionali, cancellazione della ridicola nomenklatura nazionale romana del fu Pci.

Si ripartisse da lì (democrazia diretta e ricambio) si potrebbe ancora fare qualcosa. Ci si mettesse in testa che non si può fare il partito radicale (Bresso e Bonino come “fuoriclasse”, che follia, unica bandiera la RU486), ma che dobbiamo fare il partito popolare “interclassista” che parla alla gente di mezzo (moderata e perbene, in gran maggioranza cattolica) perché delle nostre stronzate fighette alla film di Ozpetek o Salvatores la gente se ne sbatte il cazzo, allora forse si potrebbe ancora salvare il nostro futuro.

Altrimenti consegneremo l’Italia alle destre populiste e resteremo sempre più schiacciati nell’angolino di sinistra, mentre loro conquistano le roccaforti operaie e progressivamente arriveranno anche al cuore delle regioni rosse. Questa dirigenza è completamente scollegata della realtà, non credo neanche all’ennesima autocandidatura di Sergio Chiamparino, altro ex comunista che si propone come salvatore della patria perché tra un anno resterà senza incarico.

Qui bisogna rifondare sul serio il Pd su fondamenta solide: under 40, leader popolari e fattivi (non salottieri) come il sindaco di Firenze Matteo Renzi, attenzione all’Italia che cresce, comprensione della rivoluzione digitale, impostazione riformatrice fondata sul sistema politico americano (incentrato su presidenzialismo, primarie, democrazia diretta e zero inciucismo), impostazione economica imperniata su una radicale riforma del welfare che tolga garanzie a chi manda allo sbaraglio futuro ventotto milioni di italiani nati dopo il 1970.

Dobbiamo scegliere di stare con il futuro e abbandonare la nostra triste appartenenza al passato che ci fa perdere continuamente. Loro scelgono Alfano e Gelmini ministri under 40, governatori giovani come Polverini, Zaia e Cota, noi riproponiamo Emma Bonino e Luciano Violante a fare l’interlocutore sulle riforme. Loro cambiano le facce, noi no. Loro vincono, noi no. Loro innovano noi abbiamo Nicola Latorre che nel giorno del disastro dice al Corriere della Sera che non si può fare a meno di D’Alema. E allora non facciamone a meno. Continuiamo a perdere. Tanto a loro va benissimo anche perdere, basta che comandano sull’orticello da 160 milioni di euro.

Ecco, forse sarebbe ora di reagire duramente, defenestrando questa dirigenza incapace e passatista. Non accadrà e continueremo a perdere e ad essere subalterni. Poiché gia lo so verrebbe voglia di smettere di commentare. Ma quel che bisognava dire l’ho detto. Mi farò qualche altro amico, ma andava detto. Tutto qui.

MARIO ADINOLFI

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