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Diario politico. E’ decaduto dl salva-liste Maggioranza sotto (per 8 voti) a Camera

aprile 13, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Carmine Finelli. Diario “minore”, in una giornata che non offre altri spunti di rilievo – che non siano di pura politica politicante – oltre a quelli che abbiamo sviluppato nel corso del pomeriggio. La notizia è che il provvedimento varato alla vigilia delle elezioni dal governo per consentire la riammissione della lista Pdl nel Lazio incontra una nuova bocciatura: quella finale, quella politica. Nonostante la sproporzione di forze centrodestra battuto. Pesano anche le assenze “illustri” di Cicchitto, Lupi, Ghedini e Verdini. E riesplode la polemica. Il racconto.           

Nella foto, Fabrizio Cicchitto: non ha votato il decreto salva-liste, contribuendo al passo falso della maggioranza

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di Carmine FINELLI

Giornata che regala poco alle emozioni. La politica italiana, dopo le solite polemiche, si concede un giorno di pausa dalla “gogna mediatica” e dalle sterili accuse reciproche. Oggi, si dedicano tutti al lavoro. Al lavoro parlamentare che prevede le votazioni. E proprio in una votazione alla Camera dei Deputati il governo è stato battuto su un emendamento che, di fatto, svuotava il decreto salva-liste, il quale non è passato ed è decaduto. L’emendamento approvato è stato redatto da Gianclaudio Bressa, del Pd, e recava disposizioni per sopprimere interamente il provvedimento del governo. Anche se la vittoria arriva con una maggioranza alquanto risicata. Solo otto voti hanno determinato la sconfitta del governo e il successo dell’opposizione. Infatti i votanti 507: 262 sì contro 245 no. Alla fine della votazioni i deputati del centrosinistra si sono profusi in un lungo applauso e la vice presidente, Rosy Bindi, ha chiuso la seduta.

Erano assenti al momento del voto 38 deputati del Pdl e quattro della Lega. Tra le assenze importanti del Popolo della Libertà spiccano quelle del capogruppo Fabrizio Cicchitto, del vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, di Niccolò Ghedini e Denis Verdini. Anche mezzo governo non era in aula, per lo più in missione.

Il cosiddetto decreto “salva liste” venne emanato dal governo prima delle elezioni Regionali per evitare l’esclusione della lista Pdl nel Lazio e del lista di Formigoni in Lombardia. Il provvedimento varato dal Consiglio dei ministri suscitò dure polemiche con l’opposizione, parte della quale, soprattutto l’Idv, si scagliò anche contro la firma del presidente della Repubblica Napolitano. Nonostante l’approvazione d’urgenza, il decreto si è poi rivelato inutile.

In seguito alla sconfitta sul voto in aula, i commenti degli esponenti della maggioranza sono stati molto piccati, evidentemente dettati dalla delusione per un voto che avrebbe avuto un esito diverso se molti deputati fossero stati presenti.”Nella vita si vince e si perde: noi vinciamo le elezioni, loro queste cose che comunque si possono sanare perché una soluzione normativa si trova” è quanto affermato dal vicecapogruppo del Pdl alla Camera, Italo Bocchino, a commento della bocciatura. Aggiungendo che c’è “dispiacere per una votazione delicata dove nella maggioranza ci sono stati troppi assenti”.

Diverse nei toni le reazioni dall’opposizione. Il segretario Pd, Pierluigi Bersani, è convinto che siamo di fronte ad “una sconfitta politica per la maggioranza e il governo: aggiungendo pasticcio a pasticcio, finiscono vittime della loro stessa arroganza”. Sulla stessa linea il capogruppo dell’Idv, Massimo Donadi: “Un governo indecente: prima vara provvedimenti vergognosi poi non ha il coraggio di venire in Parlamento e metterci la faccia per approvarli. Avranno pure vinto le elezioni ma non hanno la dignità di governare il paese”.

Lombardo. Per la maggioranza i guai non si esauriscono in Parlamento. Secondo alcune indiscrezioni derivanti da una fuga di notizie, la Procura della Repubblica di Catania avrebbe recapitato un avviso di garanzia al governatore della Regione Sicilia, Raffaele Lombardo, al quale sarebbe contestato il reato di concorso esterno in associazione mafiosa. “Un’aggressione mediatica congegnata da menti raffinate” commenta Lombardo. “Il 9 dicembre – ha ricordato il governatore – dissi in quest’aula che subivo uno stillicidio di insulti ispirato da un tavolo trasversale ai partiti in cui si è progettato di far cadere il governo e la legislatura con mezzi politici, se fosse bastato, con mezzi mediatico-giudiziari, qualora non fosse bastato il primo metodo, o anche fisicamente se non fossero bastati i primi due piani”.
Il governatore della Sicilia ha definito la sua “una vicenda giudiziaria da contorni nebulosi”, sottolineando per due volte “di non avere ricevuto a tutto oggi neppure un avviso di garanzia”. Poi ha aggiunto: “Può apparire incredibile che per una vicenda giudiziaria che investe il presidente della Regione e che mette a repentaglio la sopravvivenza del governo che presiedo e dell’Ars, chi vi parla non abbia ad oggi ricevuto neppure un avviso di garanzia”. Lombardo ha poi specificato di non aver mai incontrato il boss Nitto Santapaola. “Nessuno, tra amici o parenti, mi ha proposto di intervenire per appalti a favore di chicchessia, mafiosi o limpidissimi imprenditori” ha detto il presidente della Regione siciliana. “Questa legislatura – ha continuato Lombardo – deve andare avanti per continuare questo difficile percorso, nonostante le pressioni, le previsioni sinistre riportate in alcune conversazioni e pronunciate dai suoi riferimenti politici. E credo che non basti neppure questa legislatura, bisogna continuare anche nella prossima, certo con nuovi presidenti”.
Raffaele Lombardo ha continuato a difenderi di fronte al Consiglio Regionale della Sicilia. “Posso affermare che questo governo ha assestato i colpi più micidiali che siano stati mai assestati a Cosa Nostra” ha sostenuto nel suo discorso. Lombardo ha posto l’accento anche sulle azioni della sua giunta nella sanità e sui rifiuti, che hanno portato a sensibili risparmi, e ha parlato di “un clima diverso fatto di valori diversi, non di favori e raccomandazioni”.

Legittimo impedimento. Nel frattempo, il leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, ha depositato all’ufficio centrale per i referendum, presso la Corte di Cassazione, il quesito con cui si chiede l’abrogazione della legge sul legittimo impedimento. Di Pietro era accompagnato dagli esponenti del suo partito Leoluca Orlando, Massimo Donadi, Felice Bellisario e Silvana Mura.
Da questo momento l’Italia dei Valori potrà iniziare la raccolta delle firme che, successivamente, dovranno essere vagliate dalla Suprema Corte per ammettere il referendum.

Carmine Finelli

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