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Diario politico. La Lega partito del Paese Ballottaggi, avanza il centrodestra Carroccio boom (e vince anche da solo) “Riforme condivise” (per farle davvero) Così sostituisce (a modo suo) il Pd

aprile 13, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. La Lega è oggi l’unico partito italiano che non (tanto) risponde alla “chiamata” delle esigenze del Paese, ma lo rappresenta naturalmente, identificandosi nei suoi interessi (più o meno legittimi). Al Nord il buongoverno delle amministrazioni e la rappresentanza “naturale” (appunto) delle istanze del territorio la portano ad essere decisiva per il centrodestra che conquista la “rossa” Mantova (al centro dell’area di confine con l’Emilia terreno di avanzata leghista) e a vincere da sola (contro anche il candidato Pdl), col 72%, a Vigevano. Intanto Maroni scavalca al centro tutta la coalizione (Fini compreso, che oggi si lascia scappare un placet a fare le riforme anche senza il centrosinistra, salvo poi tornare sui propri passi) predicando il dialogo con l’opposizione. Perché è questo di cui ha bisogno e che chiede il Paese (anche per non vedersi poi cancellare il lavoro di mesi da un referendum abrogativo). Identità, dunque, ma nel senso di coincidenza con il popolo, alla quale la Lega appartiene, ascolto (di sé) e risposte (senz’altre mediazioni): così il Carroccio è diventato ciò che i Democratici aspiravano ad essere per loro stessa costituzione: il partito che rappresenta il Paese al di là di ogni steccato sociale e (precedentemente) politico-ideologico. Che poi Bossi e compagni (è proprio il caso di dirlo?) lo facciano con una vena di populismo e proponendo ricette in qualche caso inaccettabili come nel caso dell’immigrazione e del tema della (non) integrazione, è responsabilità di un centrosinistra che viene meno alla sua funzione storica di identità e di guida (sana) aprendo lo spazio ad una (auto)rappresentanza del popolo (così nasce infatti la Lega) con tutto quello che di deleterio questo porta con sé: Comunicazione intensa, ricostruzione di una percezione di immediatezza e di vicinanza, nella non negoziabile responsabilità: o potrebbero volerci anni prima che l’opposizione torni a governare questo Paese. Il racconto, all’interno, di Baffigo.

Nella foto, Bossi si gode i frutti della semina trentennale della Lega

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di Ginevra BAFFIGO

Nessuna nuova dal fronte amministrativo. I ballottaggi di questo weekend confermano l’esito del primo turno, con una vittoria del centrodestra grazie alla conquista di due comuni capoluogo già governati dal centrosinistra.
La Lega in particolare espugna la roccaforte “rossa” di Mantova e si insedia a Vigevano, dove correva contro l’alleata Pdl.
Il comune del pavese conquista si fa teatro della sfida intestina alla maggioranza. Nella cittadina lombarda la corsa tra Andrea Sala (Lega Nord) e Antonio Prati (Pdl) finisce male per il berlusconiano, che non supera il 27,2%. Mentre è plebiscito per i leghisti: 70% dei voti.
Calderoli: “Questo turno di ballottaggi conferma un clamoroso risultato per la maggioranza e un altrettanto clamoroso risultato per la Lega Nord, che conquista anche il comune di Vigevano da sola, contro tutto e tutti”. Maroni: “Dopo 65 anni è caduta la Bologna lombarda”.
Dei quattro capoluoghi in lizza tre hanno cambiato bandiera: Matera va al Pd, Mantova e Vibo Valentia al Pdl.
Fedele per altri cinque anni a chi già lo governava (i Democratici) solo Macerata, dove si conferma la giunta di centrosinistra, con Carancini (Pd) che vince però per un soffio contro Pistarelli (Pdl), con il 50,29% e solo 126 voti a fare la differenza.
Avanzata Pdl nei comuni più piccoli: sui 64 con più di 15 mila abitanti la situazione di partenza era 37 a 25 per il centrosinistra. In questa tornata 2010 Pdl e Lega ribaltano la situazione a proprio favore, aggiudicandosi un 32 a 27, di cui 2 comuni alla Lega. Mentre cinque comuni scelgono sindaci di centro.
In Campania si verificano numerosi ribaltoni, come a Pomigliano d’Arco, dove il centrosinistra subisce la più pesante sconfitta. Città industiale, città di operai, nota per gli stabilimenti della Fiat, che si accingono a chiuder definitivamente i battenti, la gente premia il Pdl. E così, l’amministrazione del comune campano dopo quasi vent’anni non è più rossa. Il Pdl è il preferito anche a Castellammare di Stabia, Castel Volturno, Cava dei Tirreni. In Calabria, significativa per il centrodestra la vittoria a San Giovanni in Fiore (il comune del nostro Laratta), il centro più importante dell’altopiano silano, dove la sinistra governava da 60 anni. Era la Stalingrado della Calabria ed ora ha una giunta Pdl.
In Molise, dopo Montenero di Bisaccia, città natale di Antonio Di Pietro, passa al centrodestra anche Termoli, dove il leader Idv è cresciuto ed ha studiato. Al ballottaggio vince il candidato del centrodestra, Basso Di Brino, che ha sconfitto il candidato sostenuto dall’Idv, Filippo Monaco.

Fini e le riforme. “Non è detto che l’Italia debba per forza ispirarsi a un modello istituzionale straniero, ma potrebbe inventarne uno tutto proprio”. Lo dice Gianfranco Fini davanti ad una platea di studenti del liceo classico Giulio Cesare di Roma. Il presidente della Camera indica una terza via, una via italiana: “Non so se il modello francese sia il migliore per il nostro Paese, potremmo anche dar vita a un sistema tutto italiano. Al di là delle scelte, dobbiamo stare attenti al principio che dobbiamo garantire, perché una democrazia risponde a due fattori, quello rappresentativo e quello governante”.
Che sia italiano o francese il modello da adottare, la terza carica dello Stato torna a ribadire la necessità, e l’urgenza, di queste riforme. Da fare, e qui si innesta la novità, anche senza l’accordo dell’opposizione: “E’ opportuno ma non indispensabile che una riforma così importante come quella del sistema istituzionale italiano sia condivisa da un numero il più ampio possibile delle forze politiche. Non si può dire vergogna se una maggioranza di governo modifica da sola una parte della costituzione”.
Poi, puntuale, una domanda sulla riforma della Giustizia. Fini si limita a ribadire il suo convincimento “per la separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente” ma di essere “contrario alla sottoposizione del pm al potere esecutivo”.
Le parole del presidente della Camera suscitano grande agitazione. Ed alcune ore dopo l’incontro arriva una nota del portavoce Fabrizio Alfano: sulle riforme non c’è “nessun cambio di passo”. “Fini – si legge nella nota – ha ribadito ciò che ha sempre detto e per cui ha sempre lavorato, e cioè che per fare le riforme sarebbe necessario cercare un’ampia maggioranza parlamentare. Allo stesso tempo, trattandosi di un intervento didattico, il presidente della Camera ha fatto riferimento a ciò che in proposito prevede la costituzione e in particolare ha citato l’articolo 138, il quale stabilisce la possibilità che le riforme vengano varate senza maggioranza qualificata e dunque con successivo referendum confermativo”.
Gianfranco Fini avrebbe inoltre spiegato che tale possibilità andrebbe evitata perché in quel caso si rischierebbe, come è avvenuto in passato, di “perdere anche quella parte del lavoro che magari era condivisa”. Maroni dal canto suo conferma che la partecipazione del Pd è “indispensabile”. “Le riforme sono una sfida che non possiamo mancare – dice il ministro leghista – Se non riusciamo a farle, sarà solo colpa nostra, della maggioranza che non è riuscita a coinvolgere l’opposizione e non riesce a trovare un terreno comune di confronto”. “Io non credo solo che si debba fare – conclude – ma che si possa fare. Dobbiamo parlare con tutti quelli che non hanno una pregiudiziale”.

Pm contro il legittimo impedimento. Incostituzionale. La legge sul legittimo impedimento, promulgata dal presidente della Repubblica, è incostituzionale secondo gli articoli 101 e 138. A sostenere la tesi dell’irregolarità formale del decreto è il pm della procura di Milano, Fabio De Pasquale, che parla nel corso del processo sulle presunte irregolarità nella compravendita dei diritti tv di Mediaset. Sul banco degli imputati è ben noto, siede il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi per frode fiscale.
Un imputato difficile, dicono i giudici. Con un’agenda troppo fitta, tale da giustificare una lettera nella quale il segretario della presidenza del Consiglio indica come prossime date utili per celebrare il processo il 21 e il 28 luglio.
De Pasquale: “Se di fronte a una certificazione del segretario della presidenza del Consiglio il giudice deve rinviare il processo anche per mesi, allora la legge è costituzionalmente illegittima”. Immediata la replica di Ghedini: “L’impedimento è legittimo e spero che questa legge consenta di ottemperare le esigenze del tribunale con quelle del consiglio dei ministri”.
Per il pm la legge si limiterebbe ad ampliare i casi di legittimo impedimento già riconosciuti dall’ordinamento, “ma non dice nulla sul fatto che il legittimo impedimento produca o meno impossibilità assoluta a comparire in aula del presidente del Consiglio”. E dunque nel caso di riconoscimento della possibilità per il premier di rinviare per mesi la propria presenza in aula saremmo di fronte a “un’interpretazione costituzionalmente illegittima”.

Ginevra Baffigo

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