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L’intervista. Cappato a il Politico.it: “Emma ha perso per colpa del Pd”

aprile 12, 2010 di Redazione 

L’esponente Radicale, capofila di una nuova classe dirigente di grande valore e futuro, parla per la prima volta dopo la sconfitta di Emma Bonino e il non esaltante risultato delle liste gialloblù alle Regionali. «Nel Lazio Democratici incapaci di reagire all’invasione di Berlusconi e Bagnasco. E l’illegalità delle elezioni ci ha impedito una campagna nazionale». «Ora – annuncia Cappato – cercheremo di porre il “caso-Italia” all’attenzione della comunità internazionale». Lo ha sentito Pietro Salvatori.           

Nella foto, di Cristina Sponza, Marco Cappato

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di Pietro SALVATORI

Cappato, un giudizio sulle ultime Regionali?
«A Berlusconi è pienamente riuscito il colpo: occupare illegalmente la tv per una settimana e ribaltare i risultati in bilico, a partire da quello che più interessava a lui e al Vaticano, cioè impedire la vittoria di Emma Bonino».

A proposito, cosa non ha funzionato?
«Avevamo chiesto che fossero rispettate le 4 settimane di campagna elettorale previste dalla legge. E invece la campagna è stata abolita, e, invece di potersi confrontarsi con Polverini, Emma ha dovuto assistere ai monologhi di Berlusconi e Bagnasco a reti unificate. Il Pd non ha saputo reagire a questa invasione, ed è stato lì l’errore principale. Poi certamente coloro che nel Pd avevano espresso pubblicamente le riserve su Emma non hanno spinto, ma questo è persino secondario, come lo sono i pur gravi errori di sottovalutazione del peso delle province, della quali il Pd si è disinteressato».

Il volano della candidatura-Bonino però ha “tirato” poco le liste Radicali, attestatesi su percentuali modeste, un po’ ovunque.
«L’illegalità delle elezioni ci ha impedito di presentare le liste in 7 regioni, facendo saltare la possibilità di una campagna nazionale».

Nel Lazio i due eletti nella lista Pannella-Bonino non superano le 700 preferenze, a fronte di candidati che superano le 20.000.
«Gli altri fanno cordate di voti in buona parte clientelari, con emeriti sconosciuti o familiari di conosciuti che prendono decine di migliaia di preferenze. Il nostro è un voto d’opinione, e nelle condizioni attuali di sistema elettorale e di informazione gli ordini di grandezza a disposizione sono questi. Le preferenze poi sono importanti, ma non esauriscono il problema della selezione della classe dirigente».

Ora, da dove ripartite?
«Dall’urgenza di chiudere il sessantennio della partitocrazia. Oggi siamo certamente molto fragili, ma gli occupanti del potere italiano sono meno forti di quanto sembra. La prima cosa che dovremo fare è tentare di porre “il caso Italia” – o della peste italiana dell’anti-democrazia – all’attenzione della comunità internazionale».

A questo proposito, cambia qualcosa dopo le Regionali?
«Non sono un esperto di rapporti di forza interni al regime, ma sicuramente grazie a tutto questo si riduce la possibilità che si esprimano riforme e non le solite controriforme».

Ma il federalismo fiscale, una devolution più decisa, si avvicina.
«Il federalismo si avvicina, certo. Ma è federalismo partitocratico, fatto di sistema proporzionale, finanziamenti pubblici ai partiti, neo-statalismo in salsa locale e neo-protezionismo. Il connotato illiberale del regime italiano si aggrava».

Oltre al federalismo, assetto istituzionale, giustizia, fisco: questi i piani su cui sembra voler muoversi la maggioranza per il suo “triennio riformista”. Quali, nel merito le idee radicali, in particolar modo dovendo pensare ad un’efficace riforma del sistema elettorale? Riforma istituzionale e riforma della giustizia possono essere portate avanti separatamente nel dialogo con l’opposizione, o l’una pregiudica l’altra?
«Noi siamo per il sistema americano, con collegio uninominale a un turno, cioè l’unico sistema in grado di mettere al centro la persona al posto dei partiti. Sulla giustizia, la maggioranza è ossessionata dal salvataggio di Berlusconi mentre il Pd fatica a liberarsi della pressione giustizialista di Di Pietro. In questo modo il pendolo oscilla tra controriforme e conservazione. Per questo è necessario scardinare questo regime, anche se non sarà facile per noi Radicali trovare nuovi strumenti per farlo».

Pietro Salvatori

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