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Ecco il clima pesante al Tg1 di Minzolini Messi in disparte più colleghi ‘dissidenti’ Destra sta cambiando cultura del Paese
I Democratici nemmeno se ne accorgono

aprile 12, 2010 di Redazione 

Una sera di qualche settimana fa Gianni Riotta, direttore del primo telegiornale italiano durante l’ultimo governo Prodi (e oggi alla guida de Il Sole 24 Ore), ospite di Parla con me, gettava acqua sul fuoco delle polemiche intorno alla gestione del suo successore: «Il Tg1 continua ad essere fatto da persone di grande professionalità. Prendete Massimo De Strobel: è lì da 15 anni, non compare mai in video ma è il vero deus ex machina del giornale». Serena Dandini fu costretta a comunicare a Riotta che Minzolini aveva in quelle stesse ore rimosso De Strobel dal suo incarico. E si tratta del presidio numero uno dell’informazione nel nostro Paese, oggi non più garanzia di pluralismo ma strumento per la (e non della) maggioranza parlamentare (per, e non della, perché siamo sicuri che nella maggioranza molti guardano con sofferenza a quanto sta accadendo al Tg1). L’informazione è il bene primario di una democrazia, perché solo la conoscenza può consentire la libertà: ogni scelta compiuta dal popolo sulla base di una conoscenza parziale, o deviata, della realtà è una non-scelta, è una costrizione in una direzione da parte di chi quella “informazione” somministra (è proprio il caso di dirlo). La strada presa dal Tg1 di Minzolini è precisamente quella di uno Stato in cui la libertà non sia più perfettamente garantita e si proceda ad imporre un pensiero unico. In questi anni il presidente del Consiglio, con le sue televisioni, ha cambiato il modo di sentire e di pensare degli italiani; ma il salto di qualità sta avvenendo proprio ora, con Minzolini. E che il centrosinistra stia a guardare senza dire una parola, se non in coincidenza degli ormai famosi editoriali del direttore che altro non sono che il momento di maggior trasparenza di una gestione che in tutt’altri aspetti rivela la sua pericolosità, dimostra una volta di più la totale mancanza di un’opposizione.

Nella foto, il direttore del Tg1 Augusto Minzolini

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di MASSIMO DONADI*

C’era una volta il primo telegiornale del servizio pubblico. C’era una volta un Tg1 il cui pane quotidiano era la dialettica tra le varie sensibilità. C’era una volta il primo giornale della Rai, che era patrimonio di tutti i professionisti che ci lavoravano per garantire ai cittadini la corretta informazione. Cosa rimane di tutto questo? Proverò a rispondere non con parole mie, ma con quelle di chi sta dentro alla macchina, con le affermazioni di quei giornalisti che hanno avuto il coraggio ed evidentemente hanno sentito il dovere morale, di dire pubblicamente la loro.

Del primo giornale della Rai rimane “un clima insostenibile in redazione. Non più dialettica tra le varie sensibilità”. Un direttore che osa tanto “quanto nessuno aveva mai osato in 21 anni”. Un giornale “schierato quanto mai prima, dove non si parla più della vita reale, dei problemi dei cittadini, di chi ha perso il lavoro, di chi non ce la fa, dei cassintegrati, dei precari della scuola”. Sono testuali parole estratte da un’intervista rilasciata da Maria Luisa Busi e pubblicata da Repubblica il primo aprile scorso.

Oggi abbiamo nuove informazioni esplicite e dirette di quanto sta accadendo all’interno della testata. A parlare, sempre in un’intervista a Repubblica, è Tiziana Ferrario, nome e volto storico del Tg1: “Quello che sta accadendo da mesi in questo giornale, le emarginazioni di molti colleghi, i doppi e tripli incarichi di altri, le ripetute promozioni e le ricompense elargite sotto forma di conduzioni e rubriche, sono il frutto di una deregulation che viene da lontano ma che si è ulteriormente inasprita e che a mio parere non promette nulla di buono per il futuro e ci sta portando ad una perdita di credibilità”.

La Ferrario, dopo una serie di altre denunce molto pesanti, conclude così: “Il Tg1 è un patrimonio di tutti quelli che ci lavorano e non solo di alcuni giornalisti che vorrebbero appropriarsene facendo fuori professionalmente gli altri. Anche questo non porterà nulla di buono, perché la credibilità del Tg1 nel passato era data proprio dalla ricchezza delle tante sensibilità culturali presenti in redazione, e dalla sintesi delle riflessioni che ne nascevano”.

Mi esimo dal commentare, così come non ho voluto esprimere opinioni personali riguardo al Tg1, innanzitutto perché credo che le idee di chi ci lavora siano ben più autorevoli ed attendibili delle mie. In secondo luogo perché non voglio parlare oltre contro un sistema su cui più volte in passato mi sono già chiaramente espresso. Chiudo con le parole dell’Usigrai, sindacato dei giornalisti Rai, che, riferendosi a colui che da circa un anno è a capo della redazione del Tg1, ha parlato di “delirio di un direttore”.

MASSIMO DONADI*

*Capogruppo alla Camera dell’Italia dei Valori

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