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***(E’) il tempo delle riforme (?)***
STESSE POSIZIONI DI QUINDICI ANNI FA
di ANDREA SARUBBI*

aprile 9, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana ha criticato la scelta (ancora una volta – in parte – autoreferenziale) della nostra politica di occuparsi di sé stessa e non del Paese nel momento di crisi che una (grossa) parte di noi sta attraversando, e in maniera drammatica (il «tunnel esistenziale» evocato da Concita De Gregorio). Tuttavia abbiamo anche scritto che, a questo punto, c’è la speranza che le riforme finalmente si facciano e nell’interesse del Paese. E come sempre ci siamo messi a dare il nostro contributo, concreto, alto. Ma i dubbi restano molti. Sia perché la classe dirigente attuale è forse la più autoreferenziale della Storia della Repubblica, sia perché (/cosa che ha provocato che) gli ultimi tentativi sono tutti coincisi con riforme elettorali(stiche) ma nel senso che servivano a portare acqua al mulino della parte in quel momento al governo nell’imminenza delle elezioni, e non erano certo nell’interesse di tutti – ma gli italiani, e non i protagonisti della nostra politica. Insomma, la «legislatura costituente» di cui parlò Frattini mesi fa fa un po’ ridere, se associata all’attuale politica italiana. Tuttavia noi continueremo a dare il nostro contributo nella speranza che si riesca tutti quanti a portare “a casa” qualcosa di buono. Gela queste nostre subitanee speranze il deputato del Partito Democratico, che ci riporta ad (un’altra) realtà: quella per cui alla fine della Prima Repubblica eravamo esattamente al punto in cui ci troviamo oggi: il dibattito era lo stesso, sugli stessi modelli con divisioni sovrapponibili a quelle di oggi (fatta la tara dell’”aggiornamento” che c’è stato nella distribuzione delle sensibilità nei contenitori e delle persone, que- st’ultimo un po’ fermo specie a sinistra). Sentiamo. 

Nella foto, Andrea Sarubbi

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di ANDREA SARUBBI*

La materia in cui mi sono laureato più di tre lustri fa si chiamava Analisi del sistema politico italiano. Di lì a poco sarebbe sceso in campo Berlusconi, ma noi – che ancora non lo sapevamo – ragionavamo secondo i canoni della Prima Repubblica: erano gli anni di Mani Pulite, delle monetine all’Hotel Raphaël, del Patto Segni e di un fenomeno nordista che i commentatori politici raggruppavano genericamente sotto il nome di Leghe.

Uno dei libri di testo – scritto da Alberto Sensini, che poi sarebbe stato il mio relatore – si chiamava “Presidente o cancelliere? Viaggio ragionato nel labirinto delle riforme istituzionali” (Sperling & Kupfer, 1992) e cercava di fare il punto sulle posizioni dei partiti in materia di riforme.

Stamattina l’ho spolverato un po’, l’ho riaperto e mi sono fatto due risate, perché mi sembrava di avere tra le mani Il Gattopardo. Tutto come vent’anni fa, quando l’Italia era governata dal pentapartito e Silvio Berlusconi era ancora un imprenditore sponsorizzato da Craxi.

Si parlava, anche allora, di semipresidenzialismo alla francese: era la proposta di liberali, socialisti e missini (le tre componenti dell’attuale Pdl, e non è un caso), con alcune differenze interne ma nel complesso abbastanza simili alle ipotesi su cui si ragiona in queste ore.

I sondaggi davano gli italiani favorevoli all’ipotesi presidenzialista, mentre i politologi ricordavano che, ad esclusione degli Usa, tutti gli altri 33 regimi presidenziali puri erano stati interrotti, abbattuti da colpi di Stato o crollati per altre cause: se avete letto Giovanni Sartori sul Corriere della sera di oggi, sono concetti che il professore esprimeva già in un saggio del 1991 (che lessi all’epoca) e probabilmente anche prima.

Quanto all’ipotesi francese, neppure vent’anni fa ci si metteva d’accordo sulla legge elettorale: l’uninominale a doppio turno piaceva solo ai liberali, quello secco convinceva pidiessini (con l’eccezione dell’ala ingraiana), radicali e Patto Segni, mentre gli altri sembravano più favorevoli alla proporzionale con sbarramento.

La Dc guardava al cancellierato tedesco, il Pds al premierato inglese; tutti, naturalmente, erano favorevoli a ridurre il numero dei parlamentari, a modificare il bicameralismo perfetto e perfino (con l’eccezione di liberali e missini) a dare più poteri alle Regioni.

Tutto era già scritto vent’anni fa, insomma, e pure quelle che oggi sembrano sparate berlusconiane le aveva già dette Craxi: la battaglia del leader socialista contro il voto segreto a Montecitorio non è poi così lontana dall’idea dell’attuale presidente del Consiglio di far votare solo i capigruppo, per scongiurare il dissenso interno in nome della governabilità.

Da allora, dicevo, è cambiato tutto: 4 presidenti della Repubblica (Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano), 6 legislature, 11 governi (con 6 presidenti del Consiglio: Ciampi, Dini, Amato, D’Alema, Prodi e Berlusconi), 3 leggi elettorali (proporzionale puro, Mattarellum e Porcellum), un numero imprecisato di partiti (sono rimasti solo Lega e radicali).

Eppure, come ha ricordato stamattina il capo dello Stato, “non si sono delineate soluzioni adeguate e politicamente praticabili”. Se Il Gattopardo ci ha insegnato qualcosa, la vedo brutta anche stavolta.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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