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Il futuro del Pd. Mercato elettorale, dal think al doing-tank di C. Alicata

aprile 6, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il luogo del dibattito pubblico della nostra politica. E’ qui che i protagonisti stessi della politica italiana – oltre alle nostre grandi firme, le principali del giornalismo (politico) italiano – scelgono ogni giorno di intervenire, per dire la loro e portare un mattoncino nella costruzione del futuro della nostra politica e (quindi – ?) del nostro Paese. Sì, perché questo giornale è strumento solo di idee, posizioni, contributi utili al futuro dell’Italia. No all’autoreferenzialità della politica italiana, no a ciò che non fa il bene di tutti, che non risponde a onestà e responsabilità. In questo momento al centro del dibattito pubblico c’è quella metà di Paese che non si riconosce nel presidente del Consiglio. E dunque il Partito Democratico. E’ qui che si sta svolgendo ormai dalla scorsa settimana l’unico, vero confronto di idee – e non l’ennesima partita a scacchi di politique politicienne – su come possa ripartire il principale partito del centrosinistra. La nostra firma più brillante è la giovane scrittrice collaboratrice del giornale della politica italiana e de l’Unità. E lo dimostra ancora una volta consenten- doci di aprire questa nuova settimana, dopo la pau- sa per Pasqua, con questo grande editoriale su ciò che serve al Pd per ricominciare il suo cammino. Un grande pezzo in cui Cristiana porta anche la sua e- sperienza, di vita, di quadro d’azienda. Buona lettura.

Nella foto, Cristiana Alicata

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di CRISTIANA ALICATA

Mi si perdoni la metafora, ma la differenza (non) salta agli occhi come tra il bufalo e la locomotiva.

L’astensionismo che ha colpito come un machete l’ultima tornata elettorale ha tutte le caratteristiche di un crollo del mercato elettorale. Quando crolla un mercato, di qualsiasi prodotto in regime di forte competizione, il calo delle vendite colpisce tutti i brand. Non solo uno, né il leader di mercato. Tutti, ma proprio tutti. La torta da mangiare è più piccola, la competizione aumenta e per assurdo assottiglia le differenze tra politiche commerciali e di comunicazione.

Ci sono due motivi per fare crollare un mercato: 1) – nasce un settore di business che manda per aria il primo (la vendita dei calessi quando nacquero le macchine?), 2) – il mercato è saturo, 3) – non ci sono soldi.

Nel caso elettorale il mercato è saturo. Non c’è novità da comprare. Tutto ciò che viene detto e promesso è già acquisito. Già digerito. Già avuto.

A questo punto ci sono due settori che vengono investiti delle responsabilità dirette. Il marketing. E le vendite.

Si chiede al marketing di produrre una comunicazione efficace, emotiva e convincere più persone a comprare sempre lo stesso prodotto.

Si chiede al settore Vendite di essere più aggressivo. Si svendono i prodotti. Ci si inventano formule di finanziamento più vantaggiose possibili per vendere ora e subito.

Solitamente si fa l’errore di non andare all’ufficio progettazione.

Già.

Perché ci vuole troppo tempo per pensare un prodotto nuovo, innovativo, tecnologico, in linea con ciò che i clienti potrebbero acquistare. Si chiama prendersi un rischio.

Non è un caso che i settori in cui lo sviluppo del prodotto e la sua messa in produzione richiedono tempi molto lunghi vivano di cicli. Come il mercato dell’auto.

Berlusconi utilizza molto bene il settore marketing ed il settore vendite. E’ il suo sacrosanto lavoro. E’ un maestro in questo. Ha gli strumenti, certo. Ma li sa usare meglio di chiunque altro.

Ciò che noi non abbiamo ancora compreso (ma che accade in molti luoghi) è che un sistema fondato sulla comunicazione di un prodotto vecchio e stantio o l’aggressività commerciale può essere sminato in due modi.

1) – un sistema immediato: la vendita porta a porta. Il contatto fisico con l’elettore. Facciamogli vedere e toccare il nostro pro – dotto – gramma. Per fare questo dobbiamo assumere e motivare una quantità di persone. Di solito è un lavoro faticoso. Lo si fa dai 20 ai 30 anni e poi si passa alla scrivania. A noi, PD, ci manca quella fetta. Non la entusiasmiamo. La deludiamo. Non le parliamo. Per il 2011 deve essere quella la strategia. La Lega fa questo. E’ di due giorni fa che un gruppo di leghisti ha dormito con degli operai in una fabbrica. Capite? Nel mentre che governano e non fanno nulla per la crisi però sono lì. Presenti.

2) – alla lunga. Si mette in cantiere un nuovo prodotto. E stavolta abbiamo 3 anni per progettarlo, metterlo in produzione (in Fabbrica) con un buon controllo qualità ed averlo sul mercato più o meno pronto per il 2013.

La posta, le bacheche di FB e i cellulari dei leader della rivolta generazionale invocata dai cittadini sono stracolmi di messaggi sullo stesso tono. A volte sono le stesse persone che scrivono a Civati, a Serracchiani, a Concia, a Gozi, a Scalfarotto, a Puppato. Qualcuno in questi giorni scrive persino a me. Chiedendo un impulso di progettazione. Un okkupazione interna che porti alla vittoria e alla riacquisizione della leadership (di mercato).

Posso testimoniare che ciò che accade in un Partito in questi momenti è simile a ciò che accade in un’azienda alle prese con il calo del mercato. Si ha paura di rischiare e di rinnovare la gamma prodotti non sapendo se funzionerà davvero quel prodotto nuovo. Si fanno sconti incredibili per aumentare i volumi (la metafora politica è per esempio seguire l’avversario sul suo terreno, per esempio abdicando alla laicità o a prendere posizioni nette e coraggiose). Ci si inventano modi di comunicare che non arrivano, però, al cuore del problema. La campagna di comunicazione del PD, per esempio, è stata penosa. In poche parole un’altra Italia era fallimentare. Intanto caccerei chi l’ha fatta come avviene in tutte le aziende quando si toppa per esempio (e questo era il caso) il lancio di un nuovo prodotto (Bersani….anche se non era una macchinetta cool da segmento A – che so l’IQ di Toyota o la 500 -, ma un facelifting di un segmento D – che so una Croma o una Avensis).

Ecco. Ci aspetta per il 2011 una battaglia porta a porta. Arruoliamo la forza politica. Quattro temi. Una buona comunicazione. Gazebo ovunque. Guerrilla, in termine tecnico. Bersani in maniche di camicia che gira l’Italia. Mandi Civati e Serracchiani e Concia e Gozi e Scalfarotto e Puppato a fare i dibattiti in tv. E’ meglio. Intanto gli italiani vedono facce nuove perché anche forse delle nostre non ne possono più e quindi hanno perso capacità di ascolto. Impariamo dagli avversari. Polverini fu creatura di Ballarò. Sono le segreterie di partito a dettare gli ospiti tv. Ecco questa è una cosa da risolvere e che dobbiamo chiedere a gran voce. Ma…badate bene. NON per avere il posto in tivvù. Ma per dare un servizio al Partito ed al Paese. Diciamo che questa dovrebbe essere un’idea di Bersani che detta qui sembra di parte, ma spero si sia capita la buona fede.

Per il 2013 apriamo una fabbrica in ogni città. Non deve essere un network organizzato e centralizzato. A Roma ho visto che c’è già Città Democratica, ad Arcore è nata la Banda Larga nel 2009, ad Udine sono certa non mancherà all’appello, a Torino ci sono adusi e continueranno. Altri luoghi simili nasceranno, qualcuno invoca il trasversalismo, a Bari ne esiste una che ha già vinto. Ci vogliono ingegneri di “visioni”, ma anche operai che si facciano, poi, corpi in mezzo ai corpi. Dobbiamo assumere forze nuove. Entusiasmare per creare la viralità della politica. Su questa cosa del 2013 non voglio azzardare nulla. Nel senso che mi sembra che sia i cittadini che futuri leader abbiano avuto tutti la stessa idea, quindi bisogna solo trovare il mondo di incontrarsi e trasformare il continuo think-tank, in ciò che a me, personalmente, piace assai di più: il doing-tank.

p.s. e nessuno si senta escluso. Che qui non esiste il “fate”, ma il “famo”.

CRISTIANA ALICATA

Commenti

One Response to “Il futuro del Pd. Mercato elettorale, dal think al doing-tank di C. Alicata

  1. Mario on aprile 6th, 2010 14.12

    Nella politica italiana c’è un male veramente oscuro e le analisi per far ripartire il PD lo dimostrano. Quest’ultimo intervento di Licata ne è l’emblema.
    Il male oscuro è lo schieramento. Prima ci si schiera poi si pensa a quale politica si deve fare.
    Come se si dovesse fare il tifo per una squadra, come se essere di sinistra fosse un marchio di qualità da sbandierare.
    Ma la politica è dare risposte ai problemi..i problemi sono sempre gli stessi…le politiche variano solo nelle ricette per la loro risoluzione.
    Allora c’è qualcosa di estremamente sbagliato nello schierarsi…..e poi dire che si è perso perchè non c’era un programma…..c’è da chiedersi se queste persone abbiano mai capito quello che fanno.

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