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Ma sulla RU486 manca ‘voce’ delle donne Adesso politica italiana si metta ‘alla pari’ Se un grande futuro passa (anche) di qui

aprile 2, 2010 di Redazione 

La parità (numerica e sostanziale) di genere nella nostra politica è la precondizione perché cominci a saper affrontare con maggiore equilibrio le questioni che riguardano l’universo femminile (come nel caso della RU486 e dell’aborto, di cui abbiamo parlato prima), ma anche più in generale per metterla nella condizione di avere una visione più completa e probabilmente più matura, (che sia) frutto dell’unione tra sensibilità diverse. Insomma il tema dell’uguaglianza tra uomo e donna nella politica italiana è una priorità di cui il suo giornale si fa oggi carico, e che deve essere tradotta al più presto in azioni concrete per realizzarla: le quote sono un passaggio “doloroso” ma necessario per accelerare un processo che può generare un circolo virtuoso e risolvere, a quel punto, la questione da sé. La strada verso la modernità passa anche per questo territorio, che nel 2010 non può più essere luogo di frenate, prudenze, ipocrisie, ma deve consentire fino in fondo l’attraversamento (in tutti i sensi) della nostra politi- ca. In un pezzo dei nostri, quelli intrisi di politica vera, utili alla costruzione del futuro del nostro Paese, Gaspare Serra ci racconta la “questione femminile”.

Nella foto, una donna

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di Gaspare SERRA

In Italia è oramai comune la convinzione per cui le donne abbiano conquistato molti diritti e libertà negli ultimi decenni, specie a partire dagli anni ‘70.

Sempre più uomini, addirittura, denunciano una “discriminazione alla rovescia”: la “sopraffazione” dell’uomo ad opera delle donne, sempre più intraprendenti e di successo, nella vita come nella società!

Se in questo vi è indubbiamente un fondo di verità, comunque, al di là delle apparenze la “questione femminile” resta ancora attuale e ben lontana dall’essere del tutto chiusa!

A denunciarlo è la stessa Costituzione, ove sollecita espressamente il legislatore ad intervenire per garantire un’”effettiva parità” di diritti ed opportunità tra uomini e donne.

In particolare:

- l’art. 37 co.1 recita così: “La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”;

- l’art. 51 co.1 (modificato dalla l. cost. n. 1 del 2003) sancisce: “Tutti i cittadini, dell’uno o dell’altro sesso, possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tal fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini”;

- e l’art. 117 co.7 (introdotto dalla l. cost. n. 3 del 2001): “Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovo la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive” (principio introdotto anche negli statuti delle regioni speciali con la l. cost. n.2 del 2001).

Nonostante la riconosciuta “parità formale” tra i sessi, però, ancora la classe politica (non a caso quasi interamente maschile…) non ha fatto quel salto in avanti richiesto dalla Costituzione: il passaggio dalle mere “enunciazioni di principio” a risposte concretate legate ai bisogni reali e quotidiani delle donne (e delle famiglie, di cui le stesse sono il perno).

E’ divenuta, così, un’esigenza improcrastinabile:

I – il miglioramento dei servizi pubblici offerti alle famiglie, necessari per riscattare più “tempo libero” in favore delle donne. Il che è conseguibile, ad esempio:

a) – sostenendo il “costo” della maternità con sussidi adeguati (non interventi minimi ed “una tantum”, come gli assegni per i nuovi nati);
b) – rendendo detraibili tutte le spese mediche pediatriche (sempre più elevate);
c) – investendo risorse per nuovi asili nido pubblici;
d) – defiscalizzando il costo dei servizi di babysitter e badanti;
e) – e garantendo il tempo pieno nelle scuole.

II – la predisposizione di un’effettiva tutela legislativa del lavoro femminile. Sarebbe opportuno, ad esempio:

a) – fissare delle “quote rosa” nei posti di lavoro (imponendo ai datori di lavoro, almeno nei settori in cui ciò sia possibile, l’assunzione di donne almeno per il 40% del personale);

b) – e sanzionare più efficacemente i licenziamenti “giustificati”, di fatto, dallo stato di gravidanza della dipendente (anche se sempre più spesso, nel caso di lavoratrici precarie, non si configurano formalmente come licenziamenti bensì come “mancati rinnovi” dei contratti di lavoro).

***

L’insufficienza di rappresentanza femminile in politica, nonostante l’elettorato italiano sia in maggioranza femminile, si traduce inevitabilmente in una “carenza di democrazia”.

Una classe politica quasi interamente maschile, infatti, non può essere degna rappresentante degli interessi propri dell’”elettorato rosa” (quando si tratta di disciplinare, ad esempio, materie come la maternità, i diritti delle donne lavoratrici, la fecondazione assistita, l’aborto…).

Per riportare solo alcuni dati significativi:

- la rappresentanza delle donne nel governo, dal 1996 al 2005, è variata:
da un minimo dell’8,6% (sotto il governo Berlusconi del 2001/2005);
ad un massimo del 24% (sotto i governi D’Alema del 1998/2000).

- le candidate elette alle elezioni politiche del 2001 sono state:
71 alla Camera (su 630 deputati);
e 25 al Senato (su 315 senatori).

- e nei Consigli regionali la rappresentanza delle donne, di regola, non supera il 10%!

Per affrontare questa “emergenza democratica”, allora, non è più sufficiente appellarsi al “buon senso” dei partiti.

Le principali cause per cui la politica parla sempre meno al femminile, difatti, dipendono proprio:

da una mancanza di “democrazia interna” ai partiti, i quali riservano generalmente alle donne solo ruoli da “gregari” (nessuna di esse può ambire a scardinare gli equilibri di potere in mano ai gruppi dirigenti!);
e dalla legge elettorale “porcata” vigente, che non offre alle donne (oltre che ai giovani) alcuna possibilità per emergere in politica senza la “protezione” di un influente dirigente di partito!

Per questo occorrerebbe, anzitutto:

a) – introdurre l’obbligo di “quote rosa” nelle liste elettorali per le elezioni degli organi elettivi di tutti i livelli di governo (Stato, Regioni, Province e Comuni), ossia il principio per cui le liste elettorali debbano essere composte da un “numero pari” di uomini e donne (pena l’inammissibilità delle stesse!);

b) – riformare (quanto meno) la legge elettorale vigente (il cosiddetto “porcellum”), abolendo le “liste bloccate” alle elezioni politiche così da restituire all’elettore il diritto di scelta del candidato (in caso contrario, le segreterie dei partiti avrebbero la possibilità di vanificare gli effetti dell’introduzione di “quote rosa” collocando le candidate sistematicamente nei posti in fondo alle liste, con ciò condannandole a non essere elette!).

Rimarrebbe nella libera disponibilità dell’elettorato, in ultima analisi, determinare col proprio voto la quota effettiva di rappresentanza dei due generi presenti negli organi elettivi.

E’ vero che il “sesso” non dovrebbe essere una ragione di “preferenza” in politica (essere uomo o donna non dovrebbe rappresentare un motivo per dare maggiore o minore rilievo ad una candidatura).

E’ anche vero, però, che il sesso non può rappresentare una “discriminante” per le donne impegnate in politica (superabile solo nel caso in cui, alla qualità d’essere donna, si aggiunga una buona dose di “bella presenza” e di “accondiscendenza”!).

Gaspare Serra

Commenti

One Response to “Ma sulla RU486 manca ‘voce’ delle donne Adesso politica italiana si metta ‘alla pari’ Se un grande futuro passa (anche) di qui”

  1. celestino ferraro on aprile 3rd, 2010 12.03

    PILLOLA RU486: KILLER DELl’EMBRIONE, DEL FETO, DEL NASCITURO
    Per dirla papale papale, non mi pare che Marcello Sorge c’abbia ragione. “Interruzione di pubblico servizio” potrebbe essere l’accusa con la quale mettere a tacere le “pretese” dei governatori cattolici che intendono tutelare la vita fin dal concepimento.
    L’aborto è legge dello Stato e come tale impone che tutti la rispettino: indipendentemente dall’essere o meno cattolici. Ed è questo il punctum dolens della diatriba.
    Certo, “Dura lex sed lex”e alla legge bisogna piegare il capo, chi si oppone alla regolare applicazione di una norma di legge, anche se rigorosa, commette reato e va perseguito con severità. Ma non è questo il caso di chi trasgredisce la legge per hobby ludico e chi intende, invece, interpretarla secondo principi scientifici ed etici che mettano in salvaguardia sia la vita della gestante che quella del nascituro.
    Il problema nasce dall’uso indiscriminato che si vorrebbe fare della pillola abortiva e dal tentativo nobilissimo dei responsabili della “cosa pubblica”, eletti dal popolo sovrano, di mettere un limite a questo dilagare abortistico che parrebbe entusiasmare i soliti contestatori che nell’aborto identificano una libertà della donna angosciata da millenni di maternità coatta.

    Libertà di uccidere il frutto della propria vita, una libertà tragica che trascina l’umanità nelle spire dell’apocalisse. Sembrerebbe, secondo gli abortisti, che intervenire sui primi tempi di formazione del feto non sia un delitto, trattandosi di un grumo di cellule in meiosi che non ancora hanno la consapevolezza del soggetto che saranno.
    Come si fa a sostenere una simile brutalità? La vita è un mistero sublime e limitarci a considerarla un fastidio embrionale, da espellere a piacimento, è una degenerazione dei sentimenti etici che governano l’umanità. Non è possibile dolerci del dilagare criminoso del malaffare, del nostro modo di non essere cittadini onesti, politici probi, uniti dal dovere comune del diritto comune, e non sentire ripugnanza per un modo di concepire la vita una banale accidente da correggere con la RU486.
    La legge? Certo, la legge è la legge, ma la legge giusta non deve temere rivisitazioni che possano limitarne il tracotante abuso. I Governatori cattolici, che vogliono relegare l’uso della pillola nelle strutture ospedaliere e non metterla a disposizione delle più temerarie libertine portatrici sane di embrioni da affidare alla morte, non abusano del potere delegato loro dal popolo sovrano. Se l’interpretazione della legge va soggetta a ulteriori ragguagli, è concettualmente fisiologico che ciò avvenga e non è corretto che alcuni latrino alle stelle per impedire la difesa dell’embrione che altro non è che il nostro futuro.
    Cota e Zaia son politici d’antico pelo, appunto perciò possono e devono togliere il troppo e il vano da una legge che non è al servizio dell’uomo: ma è nemica dell’uomo. Nel frattempo, al di là di qualsiasi considerazione, come si fa a non rabbrividire di fronte a una realtà che annichilisce la vita?
    Non riesco a capacitarmi come si possa essere nobilmente uomini, aborrendo la pena di morte come sanzione drastica per chi uccide, ed accettare l’uccisione dell’embrione come fatto volitivo governato dall’edonismo erotico di un certo radicalismo liberticida (i casi patologici sono ovviamente da considerare a sé stanti). Nemmeno Erode si sarebbe sognato d’essere così crudele ordinando il disgravidamento forzato degli embrioni.
    Celestino Ferraro

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