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Diario politico. Ritorno a (quale) futuro(?) Come nel ’02: assalto all’art. 18 (e giudici) Pd pensa sempre alle alleanze. L’Italia no 49 senatori provano a ‘svegliare’ Bersani Vero dibattito si è svolto (e continua) qui

aprile 1, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. Stessi giorni di marzo del 2002: il Circo Massimo accoglie tre milioni di persone – «Siamo figli della solidarietà» – chiamate dalla Cgil e dal suo leader di allora, Sergio Cofferati, a respingere la tentazione del governo Berlusconi II di cancellare l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che impedisce il licenziamento senza giusta causa. Otto anni dopo, altri tempi, un altro spirito del tempo – e anche un altro mercato del lavoro, d’accordo, ma certo non a maggiore garanzia dei lavoratori, anzi – il presidente della Repubblica rinvia alle Camere un ddl del governo che contiene, di fatto, il superamento dell’articolo 18: ovvero un dispositivo che permette che il lavoratore possa essere, in sostanza, obbligato dal datore di lavoro a firmare una clausola contrattuale che prevede, in caso di licenziamento senza giusta causa, che non possa ricorrere ai giudici bensì si debba “accontentare” di un semplice arbitrato, a scapito di (una – grossa – parte) delle proprie garanzie. Tutto questo nel silenzio (al di là dell’inevitabile impegno parlamentare) quasi totale dell’opposizione, che evoca con il suo segretario continuamente il tema del «lavoro» ma che, tra tentazioni liberiste, ragionevoli modernizzazioni e – soprattutto – una perdita del senso di sé, non pensa di promuovere una battaglia nel Paese su questo passaggio decisivo. Altri tempi, dicevamo, un altro spirito del tempo (nel Paese si è affermata una cultura liberista che ha fatto breccia appunto anche nell’opposizione che non sente forse più veramente come propria la battaglia in difesa di un istituto che, anche a causa della diversificazione del mercato del lavoro, non ha del resto più la stessa forza simbolica ed evocativa), ma anche la solita responsabilità di un’opposizione che non fa abbastanza il suo mestiere, forse anche a causa dell’idea bersaniana per cui, in buona sostanza, una battaglia che non si può vincere è meglio non combatterla per non perdere la capacità di farlo. Da usare quando, ammesso che ne sia rimasta ancora? Lo hanno capito un gruppo di parlamentari Democratici, trasversali a tutte le mozioni e le aree interne al partito, che oggi sferzano Bersani a superare la «gestione ordinaria» e a fare uno scatto «d’anima», tutti insieme. La risposta è sempre la stessa. E dopo l’articolo 18, in difesa del quale la prossima volta il capo dello Stato non potrà più nulla, toccherà alla magistratura passando preliminarmente per le intercettazioni, priorità assoluta – dichiarata – del presidente del Consiglio, come ci racconta theHand nella vignetta che chiude anche il racconto di oggi. Guardando al futuro, avevamo annunciato. Un futuro molto prossimo. Sì. Prossimo ad assomigliare a quello di otto anni fa. Un ritorno, appunto. Solo, con un’opposizione in meno. Il racconto, all’interno, di Baffigo.

La vignetta è di theHand

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di Ginevra BAFFIGO

Fallito il traguardo delle Regionali, il Pd ricasca ancora una volta nei conflitti interni. “La linea politica di Bersani è fallita, l’ossessione delle alleanze ci porta al disastro. La prossima volta che facciamo, chiamiamo al tavolo anche Beppe Grillo?” si chiede retoricamente Dario Franceschini, che così si prende una rivincita dopo il congresso: “Mi girano le p… se il segretario dice che prima di lui il Pd era morto. I dati sono chiarissimi: il Pd è sotto il risultato delle Europee”. Ovvero quando i Democratici erano ancora sotto la guida del segreDario.
“Per di più con un partito unito, compatto. Figurarsi: ho persino digerito la candidatura sbagliata della Bonino”, continua a sfogarsi Franceschini. “Irrilevante al Nord, cancellato al Sud. E la strategia dell’intesa con l’Udc miseramente naufragata. Casini governa con il Pdl in Campania, Lazio e Calabria. Quando mai farà un patto con noi a livello nazionale?”. Paolo Gentiloni non è più gentile né ottimista: “Faremo la fine del Pci. Per sempre all’opposizione, confinati nelle regioni rosse”.
Che si dia il via alla caccia al Bersani? Sembrerebbe proprio di sì. O per usare una figura meno drastica si potrebbe dire che quello di oggi è quanto meno un ammutinamento. All’indice i veltroniani pongono la linea politica, le alleanze a tutto campo da sostituire con vocazione maggioritaria e ricambio dei quadri dirigenti. Ma che farne del verdetto delle primarie?
Bersani non sembra stupirsi più di tanto, probabilmente l’aveva messa in conto. Risponde calmo: “Bisogna lavorare, anche discutere ma non guardarsi l’ombelico”. Matteo Orfini: “Ma il congresso l’abbiamo vinto noi. Franceschini e Veltroni per tre anni stanno in minoranza”. Ma il problema nel Pd è ben più ampio.
Quarantanove senatori Democratici, guidati da Gian Piero Scanu, in una lettera chiedono al segretario “una maggiore generosità nell’impegno, una più partecipata attività politica e una nuova consapevolezza riguardo l’effettiva portata dell’emergenza democratica in cui viviamo”. Secondo i senatori, “il lavoro ordinario non basta più. I ritmi ortodossi sono troppo lenti. Le liturgie della casa sono stantie. I cartellini da timbrare sono sempre più falsati”. “L’imborghesimento ci tenta in continuazione”, ammettono da Palazzo Madama, “e arriva persino a coinvolgerci in scellerate trasversalità ammantate di riformismo. I nostri valori fondanti rischiano di vacillare sotto i colpi della sfiducia e di un neorelativismo che intossica le nostre coscienze per condurci verso la più colpevole accidia”. Dunque: “Bisogna cambiare passo. Bisogna muoversi subito. Bisogna accedere a una nuova dimensione del nostro impegno politico che anche noi parlamentari spesso non esprimiamo con la necessaria efficacia. Serve un supplemento d’anima”. Per questo, scrivono ancora nella lettera “ti poniamo l’esigenza di incontrarci subito per riflettere insieme. Per trovare, dopo una leale discussione, la giusta strada da percorrere per servire degnamente il nostro Paese. Non intendiamo farci consumare addosso i prossimi tre anni della legislatura, immersi in un attendismo fideistico che assegna al destino il compito di liberare l’Italia dal sultanato che la devasta”. “Aspettiamo con fiducia una tua puntuale risposta, convinti che non trascurerai, né sottovaluterai, il valore e il significato delle nostre riflessioni e dei nostri propositi”.
E la fiducia si dimostra ben riposta. Bersani infatti risponde. Punto per punto. Il voto ha segnato una sconfitta? “Mi pare ci possiamo intendere – sostiene il segretario – un conto è far riferimento a cinque anni fa in un altro scenario politico, un conto è rispetto alle Europee e questa volta ci sono dati nuovi con Berlusconi sceso di 4 punti e mezzo e la Lega che non ha colmato i voti persi dal Pdl. Noi abbiamo accorciato le distanze con il centrodestra”. Ora, continua Bersani, “abbiamo bisogno di prendere il passo, il Pd deve radicarsi come grande partito popolare, del lavoro, della Costituzione e della nuova unità del Paese, partito di una alternativa a Berlusconi che in questo momento è in mano a Bossi e per far questo bisogna lavorare. Bisogna anche discutere, ma non guardarsi l’ombelico”. E al leader dell’Idv Antonio Di Pietro che spinge i Democratici, malgrado le urne regionali siano ancora calde, a scegliere il candidato premier del centrosinistra dice: “Mi pare francamente un po’ prematura questa discussione. Lo vedremo quando sarà il momento. Io sono convinto che tutti quanti assieme sceglieremo la persona che ci farà vincere. Di questo sono sicuro”.
Intanto da Torino Sergio Chiamparino cerca di mettere tutti d’accordo: “Bisogna dire la verità, è stata una sconfitta non una disfatta: anzi, la vittoria della Lega rende questo Paese più contendibile di prima. Ci sono le condizioni – aggiunge – per costruire un’alternativa e io mi auguro che il Pd affronti nel più breve tempo possibile”. Parlando del voto piemontese, Chiamparino ricorda come questa sia stata una sconfitta molto di misura, che rispecchia una situazione che vede il centrosinistra andare bene nell’area torinese ed un andamento opposto nel resto della Regione”. E per quanto riguarda la questione-Nord? “E’ urgente per il Pd recuperare una capacità di rappresentanza significativa in quest’area. Penso ad un partito nazionale che sappia interpretare la realtà del nord”. Il segretario, infine, “ha fatto il massimo che poteva nelle condizioni date”.

E ci si mette anche Emma. La candidata per il centrosinistra alla presidenza del Lazio entra nel dibattito interno al Partito Democratico, assumendo le ragioni della maggioranza. Non teme l’utilizzo di toni fortemente polemici, quando, durante una conferenza stampa, si affronta il tema del voto: “L’impegno del gruppo di Bersani è stato deciso, determinato e generoso, altri non l’hanno pensata così. Il Pd non era tutto entusiasta, immagino che chi non lo era non si sia adoperato molto. Cosa non ha funzionato? – si chiede quindi la vicepresidente del Senato – quello che ho già spiegato: le presenze tv. Io non ho avuto mai di fronte la Polverini. Ma tutt’altri: ho avuto contro l’alleanza Bagnasco-Berlusconi. Legittimo: ma non ho avuto la possibilità di replicare. Con il contraddittorio ci sarei stata, ma a senso unico non era possibile reggere”.
Ed ora? Cosa ha in serbo il futuro per l’esponente radicale? La ripresa dei lavori a Palazzo Madama, o la guida dell’opposizione in Consiglio regionale? Emma Bonino non tentenna, “si occuperà del Lazio”.

Napolitano respinge l’assalto all’articolo 18. Il ddl governativo sul lavoro non è firmato del capo dello Stato. Il testo viene perciò rimandato alle Camere con una nota presidenziale nella quale Napolitano esprime forti dubbi sulla norma che prevede l’estensione dell’arbitrato nei rapporti di lavoro, che stride con l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Il famoso articolo 18 – quello per difendere il quale la Cgil di Cofferati portò in piazza tre milioni di persone nel 2002 – prevede infatti che già nel contratto di assunzione, in deroga dai contratti collettivi, si possa stabilire che in caso di contrasto le parti si affidino a un arbitrato. L’articolo 31 poi modifica profondamente le disposizioni sul tentativo di conciliazione. Per Napolitano, quindi, “occorre verificare che le disposizioni siano pienamente coerenti con la volontarietà dell’arbitrato e la necessità di assicurare un’adeguata tutela del contraente debole”. Ovvero, del lavoratore.
Anche l’articolo 20 non piace al Colle: escluderebbe infatti dalla delega del 1955 sulla sicurezza del lavoro il personale a bordo dei navigli di Stato. Un’interpretativa che bloccherebbe l’inchiesta della procura di Torino su 142 uomini della Marina Militare morti in seguito all’esposizione all’amianto.
Infine Giorgio Napolitano invita ad una riflessione “opportuna” sugli articoli 30, 32 e 50, nonché sulle competenze della magistratura sulle clausole dei contratti di lavoro, i contratti a tempo determinato e la tipizzazione delle clausole di licenziamento, l’entità del risarcimento per le cause di lavoro relative a collaborazioni coordinate e continuate.
Le perplessità però non si fermano alla sostanza ma riguardano anche la forma: “Già altre volte – ricorda il presidente – ho sottolineato gli effetti negativi di questo modo di legiferare sulla conoscibilità e sulla comprensibilità delle disposizioni e quindi sulla certezza del diritto, sullo svolgimento del procedimento legislativo per l’impossibilità di coinvolgere tutte le commissioni competenti”. Non manca poi di rimproverare “una così ampia delegificazione”.
“Il Capo dello Stato è stato indotto – si legge nella nota del Quirinale – dalla estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni, gli articoli 31 e 20, che disciplinano temi, attinenti alla tutela del lavoro, di indubbia delicatezza sul piano sociale. Ha perciò ritenuto opportuno un ulteriore approfondimento da parte delle Camere, affinché gli apprezzabili intenti riformatori che traspaiono dal provvedimento possano realizzarsi nel quadro di precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale”.
Il governo accoglie: “Terremo conto dei rilievi del capo dello Stato – dice Maurizio Sacconi – proporremmo alcune modifiche che mantengano in ogni caso l’istituto che lo stesso presidente della Repubblica ha apprezzato”. In ogni caso il ministro del Welfare auspica “un sollecito esame parlamentare” sui tre punti indicati dal capo dello Stato.
Dal Viminale commenta anche Maroni: “Napolitano ha sempre mostrato una grande attenzione rispetto alla eterogeneità delle norme e alle coperture finanziarie, è nel suo potere rimandare alle Camere, non ho nulla da obiettare”. “Speriamo che la maggioranza non sprechi questa occasione offertale dal presidente della Repubblica”, chiosano invece dall’opposizione la nostra Marianna Madia e Ivano Miglioli.
Antonio Di Pietro, come sempre, alza il tiro e scandisce: “Finalmente il presidente della Repubblica batte un colpo e rimanda alle Camere la legge che voleva modificare, anzi svuotare lo Statuto dei lavoratori. Ne siamo contenti perché l’Italia dei valori è stato l’unico partito che, a suo tempo, si era permesso di pregare il presidente della Repubblica di non firmare il provvedimento ma di rinviarlo alle Camere”.
Dalla Cgil già del Cinese e del Circo Massimo di otto anni fa, fortemente critica verso il ddl, giunge un vero e proprio plauso al tutore della Costituzione: “E’ una decisione – sostiene il segretario Guglielmo Epifani – che conferma le considerazioni della Cgil sugli aspetti critici del provvedimento”. Soddisfatti della scelta di Napolitano si dicono i vertici di Rdb (Rappresentanze di base) e Sdl (Sindacato dei lavoratori).
Tutt’altra la posizione espressa dalla Cisl, che sostiene l’arbitrato come uno strumento “utile”, mentre il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, auspica “che il rinvio alle Camere sia l’occasione utile per rendere coerente il provvedimento legislativo con l’avviso comune realizzato dalle parti”. Sulla stessa lunghezza d’onda Nazzareno Mollicone, segretario confederale dell’Ugl.

Cota stoppa (anche) la Ru486. Il neopresidente del Piemonte annuncia il suo niet: le pillole ordinate dalla Bresso “possono restare nei magazzini”. Retaggi di campagna elettorale nelle sue dichiarazioni? “Sono per la difesa della vita e penso che la pillola abortiva debba essere somministrata quanto meno in regime di ricovero”.
La questione, però, è controversa: l’Agenzia Italiana del Farmaco infatti l’ha già inserita nel prontuario nazionale e, come per qualsiasi farmaco, “le Regioni hanno un largo margine di autonomia per stabilire tempi e modalità, ma non c’è dubbio che se il farmaco è approvato dall’Aifa prima o poi si dovrà erogare”.
Il sottosegretario alla Salute Roccella annuncia così l’insediamento, nei prossimi giorni, di un’apposita commissione al ministero della Salute “per l’uso della pillola e il relativo monitoraggio”, al fine di arrivare a “un’applicazione omogenea della legge 194 e delle indicazioni del Consiglio superiore di sanità”.
“Spero che le regioni rispettino il parere scientifico del Consiglio superiore di sanità – auspica ancora il sottosegretario – e prevedano l’ospedalizzazione dall’inizio alla fine del trattamento”. “L’aborto non è una vittoria – aggiunge – e questo farmaco non è un “farmaco meraviglioso”, ha molti effetti collaterali e va assunto con il ricovero: altrimenti offre la possibilità di scavalcare la legge 194, che è una buona legge ma che vogliamo sia applicata interamente”.
Contro le tesi del governo interviene Livia Turco: “Il sottosegretario Roccella dovrebbe occuparsi di prevenzione dell’aborto, di politiche per l’infanzia, di potenziamento dei consultori e di lotta alla povertà”. “E invece – dice – passa il suo tempo ad accanirsi contro la Ru486. Questo è pazzesco. Se turba così tanto la sua coscienza l’introduzione in Italia della pillola abortiva, farebbe bene a dimettersi dal ruolo che le è stato affidato”. Roccella prontamente replica: “Anche la coscienza di Livia Turco dovrebbe essere turbata – dice Roccella – dalla possibilità che l’introduzione della Ru486 possa portare all’aborto a domicilio, nel caso in cui qualcuno non volesse rispettare il parere scientifico del Consiglio”.
Nel dibattito si inserisce anche un altro protagonista di queste Regionali; il neopresidente della Toscana, Enrico Rossi: “Cota non si è accorto che la campagna elettorale è finita. Le sue dichiarazioni mi sembrano stupidaggini dettate forse dalla sua inesperienza in materia sanitaria o dalla volontà di catturare e strumentalizzare il consenso dell’opinione pubblica meno consapevole”. “In Italia – continua Rossi – c’è una legge, la 194, che disciplina il ricorso all’interruzione volontaria di gravidanza. Il farmaco di cui si parla ha ottenuto l’autorizzazione alla distribuzione sul territorio nazionale. Infine, nel nostro Paese è garantita la libertà terapeutica, un ambito che riguarda solo il medico, il paziente e il loro rapporto. Tutto il resto sono chiacchiere inutili”.

Ginevra Baffigo

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