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Napolitano il presidente di tutti gli italiani Ieri no all’esclusione del Pdl da Regionali Oggi no alla norma anti-lavoratori del Pdl

marzo 31, 2010 di Redazione 

Il capo dello Stato rinvia alle Camere il disegno di legge del governo che consentiva ai datori di lavoro di “imporre” ai propri dipendenti la rinuncia ad andare dal giudice – sostituito da un arbitrato – in caso di licenziamento senza giusta causa. Una sorta di aggiramento/cassazione de facto dell’articolo 18. Lo spirito del tempo, che “consente” al centrosinistra di non dire una parola su questo provvedimento che avrebbe minato/minerebbe gli equilibri tra proprietario e lavoratore, e ridurrebbe ulteriormente le garanzie sul lavoro, è ininfluente per Napolitano così come lo era stato il “richiamo della foresta” (della sua parte di provenienza) al momento di decidere se firmare il decreto interpretativo salva-liste. Ovvero come interpretare con grande equilibrio e saggezza il proprio ruolo di garante della Costituzione e di presidente di tutti gli italiani. Da una posizione uscita rafforzata proprio dal “sì” a quel dl: ora nessuno potrà contestare a Napolitano di non agire in nome del Paese, di tutti i cittadini. E’ per questo, e a questo fine, che il giornale della politica italiana sostenne la scelta del presidente della Repubblica. Ci racconta tutto Stefano Catone.           

Nella foto, Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

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di Stefano CATONE

Giorgio Napolitano non ha firmato il disegno di legge del governo sul lavoro, rispedendolo alle Camere. Le motivazioni sono da ricercarsi nella “estrema eterogeneità della legge e in particolare dalla complessità e problematicità di alcune disposizioni”, si legge in una nota del Quirinale. Il nome della legge “Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione degli enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonchè misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro”, è sufficiente a rendere l’idea della complessità e della scarsa omogeneità del testo.

Il presidente della Repubblica ha quindi scelto di rinviare all’esame delle due Camere del Parlamento perché, pur apprezzando lo spirito riformista che traspare dal testo, procedano ad un esame più approfondito, in modo da fornire “precise garanzie e di un più chiaro e definito equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contratto individuale”.

Il chiaro riferimento è all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (licenziamento solo in presenza di giusta causa), che il testo modificava nella sostanza introducendo la possibilità di impegnarsi – nel momento della stipulazione del contratto – ad accettare di ricorrere all’arbitrato, e non più alla giustizia, per la soluzione di controversie lavorative. Le garanzie invocate da Napolitano riguardano l’istituto stesso dell’arbitrato, dato che il concetto di decisione sulla base di equità non è consolidato nel nostro ordinamento e dato che i due soggetti dell’arbitrato, il datore di lavoro e il lavoratore, non si trovano (il più delle volte) in posizioni di eguale peso.

Secondo il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, dai microfoni di Skytg24 si tratta del “problema dei cosiddetti decreti omnibus, dove finiscono molte norme che spesso non hanno nulla a che vedere con il provvedimento originario e su questi decreti il presidente della Repubblica ha sempre mostrato sensibilità”.

Stefano Catone

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