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Racconto (incrociato) del dopo-Regionali Lazio e Piemonte, dove si sono decise Oggi Cota: “Sì a nucleare, no Gay Pride” Polverini aveva percepito il recupero

marzo 31, 2010 di Redazione 

E dopo un altro episodio del racconto di theHand, torniamo all’analisi. Prima con Gaspare Serra abbiamo fatto il punto nazionale, dicendo la nostra parola definitiva su come sono andate le elezioni. Ora con Pietro Salvatori scendiamo nel dettaglio delle regioni che a lungo, prima del voto, sono state considerate in bilico e che hanno alla fine deciso – andando in una direzione opposta a quella prevista – questa tornata. Piemonte dove è cominciata, oggi, sostanzialmente (anche se l’insediamento avverrà solo tra qualche tempo) l’era del capogruppo leghista alla Camera. Autore di due uscite molto forti (ma altrettanto chiare) che non mancheranno di fare discutere (e, specie per ciò che riguarda la presa di posizione sul nucleare, anche di suscitare, forse, qualche malcontento pure nella parte che lo ha eletto governatore). Ma per il momento cerchiamo di capire le dinamiche che hanno portato i due neo-presidenti di centrodestra alla guida delle loro Regioni. A Torino proprio queste caratteristiche di Cota – leghista a metà tra falchi e colombe, tra Borghezio, per dire, e lo stesso Umberto Bossi – sono state forse la chiave dell’affermazione su Mercedes Bresso; in Lazio si è assistito ad un continuo ribaltamento di fronte, dovuto prima alla vicenda Marrazzo, poi al caos liste Pdl. La nuova leader della politica laziale non seguì Berlusconi nella sua intenzione di rinviare le elezioni a partire dall’occasione-pretesto della riammissione della lista Sgarbi. Segno che aveva capito da che parte tirasse il vento. Ce ne parla Salvatori.                

Nella foto, Roberto Cota

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di Pietro SALVATORI

Domenica tutti a mettere le mani avanti.

Il Pdl: “Con quattro regioni abbiamo vinto”, il Pd: “Manterremo la maggioranza in più della metà delle regioni in cui si vota”.

A leggere i risultati, hanno vinto tutti.

Ed effettivamente la lettura del dato post elettorale mai come in questo caso, con una situazione di partenza sbilanciata al punto tale che era difficilissimo per gli uni peggiorare il risultato di cinque anni fa, e per gli altri perdere così tanto da farsi sorpassare, si poteva prestare a qualsiasi strumentalizzazione a posteriori.

E fino che Mercedes Bresso in Piemonte, ed Emma Bonino nel Lazio si mantenevano di un’incollatura sopra i rispettivi rivali, il trend della serata televisiva, pur con le cautele del caso, si manteneva su un copione consolidato. Poi, ad un certo punto, anche il dato reale con il procedere dello scrutinio, ha confermato quel che già le proiezioni avevano fatto intendere. E cioè che il fortino custodito dalle due signore del centrosinistra era destinato a cedere dinanzi ai colpi degli assalti dei competitor. Così la leader sindacale dell’Ugl, Renata Polverini, ha infranto il sogno di Emma Bonino di vedersi per i prossimi cinque anni alla guida della regione Lazio, mentre il leghista Cota ha ribaltato i pronostici della vigilia diventando il primo verde ad insediarsi all’ombra della Mole, e i volti degli esponenti della minoranza che apparivano in video si facevano via via più lividi.

Quello del Piemonte appare il risultato più significativo, quello che più racchiude elementi riscontrabili negli scenari dei singoli territori, ognuno dotato di una propria peculiarità. Ha vinto Cota, leader parlamentare del Carroccio, da sempre un ibrido tra l’ala di lotta del partito, quella dei proclami di Calderoli, Castelli e Borghezio, e quella pragmatica di Maroni e Zaia, e per questo guardato con sospetto da una sinistra, intesa nel senso più estensivo del termine, arroccata nella propria, inconscia (?) convinzione che chi vota “di là” sia uno sciocco, un venduto o, peggio, un criminale – la campagna elettorale campana contro Caldoro e la nomenklatura pidiellina vesuviana è stata asprissima ai limiti della diffamazione -, se poi questo è della Lega è da emarginare, politicamente si intenda, a prescindere.

Cota ha dimostrato che il partito dei fazzoletti verdi è uno dei pochissimi capace di raggranellare sia il voto di protesta in fuoriuscita da un Pdl che non è apparso in forma smagliante, sia di costruire una classe di amministratori locali che si sono dimostrati capaci, nel mettere le mani in pasta con il governo di territorio, di intercettare la sensibilità della classe di piccole e piccolissime imprese e del lavoro dipendente, nutritissima nel nord-ovest piemontese, una volta appannaggio del Pci. Una capacità che sta permettendo a chi quindici anni fa, strumentalmente, predicava l’indipendenza della Padania di ottenere risultati strabilianti ben al di sotto del Po, in regioni, quali la Toscana e le Marche, nelle quali sarebbe stato impensabile qualche anno fa vedere il carroccio erodere consenso a chicchessia.

Un risultato tanto importante quanto ottenuto in una regione nella quale Bersani era riuscito ad allestire un’alleanza che riuniva l’Udc con quella che qualche anno fa si sarebbe definita l’Unione, in una coalizione che assomiglia molto ai desiderata della nuova segreteria del Pd per le prossime elezioni politiche, e in casa del sindaco Chiamparino, uno dei (pochi) uomini forti del partito al di sopra del Po, che da mesi predica vanamente una ristrutturazione radicale della creatura voluta da Veltroni.

Anomalo il caso Lazio, segnato indelebilmente prima dal caso Marrazzo, poi dalla lunga polemica sul caos liste, della quale a lungo ci siamo occupati. Il risultato della Polverini era di partenza sottoposto al “nonostante l’esclusione della lista”, in caso di vittoria, o al “a causa dell’esclusione”, in caso di sconfitta. Di converso, la Bonino ed il suo entourage, avrebbero cantato vittoria anche e nonostante lo scandalo sessuale che ha travolto l’ex presidente, o rivendicato un buon risultato, come effettivamente sta avvenendo, anche malgrado Marrazzo e via Gradoli.

Al netto di tale premessa doverosa, una vittoria della Polverini appariva, dieci giorni fa, improbabile se non impossibile. Ma la preoccupazione scatenata dalla possibilità, alla quale Berlusconi aveva aperto, di posticipare la data del voto per la riammissione della lista di Sgarbi era sintomo di come la candidata voluta da Fini avesse il sentore di un lento recupero, e non volesse dissiparlo per nulla al mondo. Il passaggio di mano nel Lazio è sicuramente significativo, a testimonianza che un candidato outsider, come effettivamente era la Bonino, può avere molti pregi (la sensazione di una novità, l’effetto annuncio, il bagaglio di temi non patrimonio tradizionale di un certo elettorato), ma anche molti difetti (la mancanza di un radicamento territoriale capace di far fare un salto di qualità decisivo alla campagna elettorale). Vittoria che appare tanto più netta quanto la mancanza della lista del Pdl sulla scheda non ha solo privato il candidato di un traino di non poco conto (siamo stati testimoni di tanti anziani che si/ci chiedevano alle urne “Ma Berlusconi dov’è?”), ma, in teoria, della raccolta capillare delle preferenze, un dragare voti soprattutto dal magma delle astensioni, da parte dei comitati elettorali di tutti quei candidati che si sono visti esclusi al pari della propria lista.

Sul dato laziale occorrerà ritornare con più calma, e con cifre, anche concernenti le preferenze, definitive, necessitando di un’analisi estremamente complessa, per il suo intrecciarsi di politica e cronaca. Chi pensasse di vederci (solamente) una rivincita del centrodestra rispetto a cinque anni fa, potrebbe svegliarsi con qualche sorpresa.

Pietro Salvatori

Commenti

One Response to “Racconto (incrociato) del dopo-Regionali Lazio e Piemonte, dove si sono decise Oggi Cota: “Sì a nucleare, no Gay Pride” Polverini aveva percepito il recupero”

  1. Lapo Elkn on marzo 31st, 2010 18.26

    Non è necessario fare troppi giri di parole sul risultato del voto del Lazio. Gli elettori non hanno voluto la Bonino perchè non ha dato alcuna garanzia che non finisse in uno scandalo sessuale coi trans.

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