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Il dibattito. Pd sconfitto: e ora? Il rinnovamento di Mario Adinolfi

marzo 30, 2010 di Redazione 

Prosegue la riflessione-dibattito del giornale della politica italiana sul fallimento del centrosinistra, e su come dovrà cambiare per tornare a vincere (dopo, lo ripetiamo, cinque battute d’arresto consecutive). Dopo il nostro direttore, è il volto di Red e grande blogger a firmare la seconda analisi che vi proponiamo. Cinque le ragioni della sconfitta perdurante del Pd secondo Adinolfi: la prima, la perduta credibilità della classe dirigente Democratica; poi, l’incapacità di capire il Paese e di coglierne le energie migliori; tre, la mortificazione dei cattolici da parte della dirigenza di quello, scrive Mario, che potrebbe tornare a chiamarsi Pds; la chiusura su se stesso e ad excludendum di figure “spurie” come quella di Vendola capaci di rivelarsi vincenti; infine, e in definitiva, l’incapacità, che si è avuta finora, di fare del Pd il «terreno della buona politica», in un Paese che si è «profondamente rinnovato». Per tutto questo, ecco la ricetta di Adinolfi.

Nella foto, Mario Adinolfi

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di MARIO ADINOLFI

Sono un militante del Partito democratico, ne sono stato fondatore e dirigente nazionale, per disciplina di partito ho votato secondo le indicazioni anche se non ho mai fatto mistero di non condividere la candidatura espressa nel territorio dove vivo (espressa, poi, è una forzatura: il Pd è andato a rimorchio di un’autocandidatura per assenza di coraggio e assenza di alternative). Oggi vivo il dolore di una sconfitta pesante. E non serve leggere Repubblica o ascoltare qualche colonnello o soldatino di partito che prova a addolcire la pillola. La pillola è amara e non cura dal disagio provocato dalla domanda: come mai risulta impossibile a questo centrosinistra battere la peggiore destra populista d’Europa guidata da un tycoon imbarazzante che fa il baciamano a Gheddafi, onora Putin e dà dell’abbronzato a Barack Obama? Proviamo a rispondere.

1. Non battiamo la destra perché la classe dirigente del principale partito del centrosinistra, il Partito democratico, è composta sempre dalle stesse facce per niente credibili, facce di chi ha vissuto solo di politica e non ha mai lavorato un giorno in vita sua, facce di persone che non hanno più uno straccio di un’idea, facce di persone che hanno un solo interesse: salvaguardare il proprio potere (e alla voce “rinnovamento” piazzano i propri giovani servitori, vedi la strepitosa “segreteria dei segretari”) e i benefici economici che ne derivano. Questo problema di credibilità, staticità, incapacità di reale rinnovamento rende ovviamente questi potenti anche molto arroganti e mistificatori. In queste ore in cui dovrebbero solo presentare le dimissioni e chiedere scusa per aver portato un grande progetto come quello del Pd a schiantarsi sul muro dell’indifferenza degli italiani, hanno il coraggio di provare a raccontare che in realtà hanno vinto. Roba da Tso.

2. Non battiamo la destra perché non capiamo più il paese. Non sappiamo cogliere le energie nuove e migliori che emergono in particolare dalla rete e dalle nuove generazioni (il successo di Grillo viene addirittura imputato come colpa, come se candidarsi possa essere considerato un reato in democrazia). Ai piani alti di via Sant’Andrea delle Fratte guardano tutto questo dall’alto in basso, il Movimento Cinque Stelle veniva definito una “cialtronata”, così come la candidatura di Grillo alle scorse primarie, quando da queste parti si provò a spiegare che conveniva “costituzionalizzare” il grillismo accogliendolo all’interno del Pd anche con tutto il suo carico dirompente. Figurarsi però se i chierici potevano accettare chi alza la voce in chiesa. Però quei chierici tradivano il progetto originario del Pd: che voleva essere un incrocio di culture innovative e progressiste. Non il luogo di salvaguardia di nostalgie regressiste novecentesche.

3. Non battiamo la destra perché abbiamo deciso di mortificare i cattolici, di farli sentire estranei al progetto del centrosinistra. Si gioisce quando va via Paola Binetti, si gioisce quando va via Francesco Rutelli, si gioisce quando va via Dorina Bianchi, si gioisce quando va via Enzo Carra, si gioisce quando va via Renzo Lusetti. Di più, non solo si gioisce: si afferma che queste personalità non sono significative, che il “vero mondo cattolico” (traduzione: quello che non rompe le scatole con i temi propri della sua identità) in realtà resta fedele al Pd. Il risultato è ovvio. A Roma in due anni il Pd ha perso il dodici per cento, un terzo dei suoi consensi. Più o meno il valore della Margherita, il partito che insieme ai Ds diede vita al Pd. Che ora potrebbe tranquillamente tornare a chiamarsi Pds.

4. Non battiamo la destra perché proviamo ad ostacolare ogni elemento “spurio” rispetto alla logica delle cricche che domina il Partito democratico. Il caso più clamoroso è quello di Nichi Vendola, ostacolato al limite dell’odio da parte dei ras delle tessere pugliesi. Massimo D’Alema è il simbolo vivente di un leader del passato che non riesce a capire cosa stia cambiando nel paese e come possa essere vivificata l’esperienza del centrosinistra da elementi non irreggimentabili nella triste ortodossia della disciplina post-comunista. Vendola però vince lo stesso e accende una fiammella di speranza su un futuro che potrebbe vedere il centrosinistra prima o poi tornare alla vittoria anche a livello nazionale.

5. Non battiamo la destra perché non siamo stati capaci di fare del Pd il terreno della buona politica reinventata secondo il tempo nuovo che è avanzato in fretta come non mai.

Ora dobbiamo portare un’istanza di rinnovamento fortissima al quartier generale del Partito democratico. Dobbiamo provocare una rivoluzione interna, mettere in crisi un sistema di potere che cercherà semplicemente di sfangare questi tre-quattro giorni di polemiche (magari aggiustando qualche organigramma, così i colonnelli che minacciano scissioni se ne stanno buoni e le minacciano proprio per questo) per poi avere tre anni di inciucio con Berlusconi che ci consegneranno al dramma del 2013.

E io nel 2013 non voglio ritrovarmi in un’Italia presidenzialista (per via di “rifome condivise”), non bipolarista, con un centrosinistra culturalmente succube e frantumato, attendendo l’ennesima vittoria di Sllvio Berlusconi e della Lega. E’ il peggiore dei miei incubi. Ma sarà realtà se lasceremo il Pd in mano a questi dirigenti incapaci che l’hanno portato alla disfatta.

MARIO ADINOLFI

Commenti

2 Responses to “Il dibattito. Pd sconfitto: e ora? Il rinnovamento di Mario Adinolfi

  1. mala on marzo 30th, 2010 18.12

    non battiamo la destra perchè ci sono “intellettuali” come mario adinolfi che appena possono danno fiato alla bocca. ci sei pure tu tra le “stesse persone che non capiscono il paese”, biondo

  2. Mario on marzo 30th, 2010 23.12

    Caro Adinolfi
    Oggi sta prendendo una grande cantonata e analizza in maniera errata la sconfitta.
    Se da una parte si bacia Gheddafi, dall’altra si saluta Fidel Castro ma entrambe vanno a Pechino o a Mosca.
    E allora?
    Allora non sono queste le cose che contano.
    La sinistra perde per altri motivi. Uno dei punti fondamentali è che si trascina un peccato originale che la porta a presentare un’idea politico-sociale-economica vecchia, vecchissima e malata. La sinistra non deve solo fare i conti con il passato remoto ma anche con quello recente. Ormai è rimasta l’unica sinistra europea che è vero si dichiara non comunista ma non ha mai accennato ad essere anticomunista (e non a caso festeggia la dipartita dei cattolici e contesta la chiesa ad ogni piè sospinto). La sua radicalità storica, che non ammette ripensamenti sulla propria identità partigiana (nel senso anche storico del termine), impedisce lo sviluppo di un modello economico che sia superiore a quello di Robin Hood “Rubo al ricco per dare al povero”. Questa sua debolezza peggiorerà se ci sarà uno spostamento sulle posizioni estremiste. Sarà invece l’avvicinarsi al centro ad una politica economica più “berlusconiana” che permetterà alla sinistra di scalzare proprio Berlusconi. Non per niente Prodi vinse quando fece apparire il suo progetto politico-economico simile a quello del centrodestra…anche se per sventura dell’Italia fece tutt’altro.

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