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Israeliani dicono ‘sì’ a mediazione Obama Sondaggio, 68% si fida di presidente Usa La carota di Barack: ok a 20 nuovi alloggi

marzo 24, 2010 di Redazione 

Le forze democratiche (in senso ampio) del pianeta sono, ovviamente, tutte a favore della ripresa del processo di pace e per la soluzione di due popoli due Stati. Persino il nostro governo, pure nella sua sintonia con quello di Israele. Il quale, fortemente spostato a destra, chiude le porte ai palestinesi insistendo con gli insediamenti, ovvero la direzione opposta a quella che può portare ad una conclusio- ne positiva per tutti. A riguardo gli israeliani sono spaccati a metà: una lieve maggioranza (51%) è contro questa linea tenuta dal proprio esecutivo. Ma ad essere contrario – e a lavorare per la pace – è ovviamente il presidente Usa, che ha cominciato a dedicarsi alla questione. Vi abbiamo raccontato le settimane scorse della crisi diplomatica tra i due Paesi alleati, con il governo israeliano arroccato sulle proprie posizioni e l’irritazione americana. Ebbene, anche di fronte a questo la stragrande maggioranza del popolo di Israele – compresa la parte oggi favorevole agli insediamenti – considera «adatta» o addirittura «amichevole» la linea seguita da Barack. Una speranza per la pace che passa ancora una volta – senza retorica – attraverso il suo Premio Nobel, che (ecco perché senza retorica) dimostra come l’apertura, la ferma generosità – ragioni alla base del riconoscimento tutt’altro che preventivo ad Obama – siano chiavi in grado di spalancare le porte a qualsiasi soluzione diplomatica. In questo caso tutta da costruire, ma per la quale questo sondaggio mostra – forse per la prima volta – come, al di là dell’estremismo del governo in carica oggi in Israele, ci sia più di uno spiraglio. Il servizio sul confronto diplomatico.           

Nella foto, Barack Obama sorride

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di Désirée ROSADI

Nessuna dichiarazione. Così si è concluso l’atteso colloquio di ieri sera tra Barack Obama e Netanyahu. Un incontro di due ore nel salotto dello Studio Ovale della Casa Bianca, a porte chiuse, al termine del quale non è seguita la solita, attesa, comunicazione in sala stampa. La due giorni statunitense di “Bibi” Netanyahu doveva essere l’occasione per chiarire la crisi diplomatica tra Usa e Israele sulle costruzioni a Gerusalemme Est. Tensione che, alla fine, si è risolta con il via libera definitivo alla costruzione di venti alloggi nella capitale israeliana, annuncio diffuso mentre Netanyahu stava per fare il suo ingresso nella casa degli americani.

Il primo ministro israeliano è atterrato nella capitale statunitense prima di tutto per partecipare al meeting annuale dell’Aipac, lobby conservatrice americana che supporta Israele. Si tratta di un gruppo influente nell’amministrazione americana, inserito sia nell’ambiente democratico sia in quello repubblicano, che nella settimana appena trascorsa ha chiesto espressamente al Congresso di risolvere la raffica di tensione con lo Stato ebraico. “Alla base delle relazioni tra i due Paesi c’è un interesse strategico”, si legge nel comunicato diffuso lunedì dal gruppo filo-israeliano, un legame “imperniato su valori democratici”, per questo motivo, continua l’Aipac, “l’amministrazione americana deve evitare la retorica degli ultimi giorni, che non fa che distogliere l’attenzione dai problemi urgenti”. L’Aipac si riferisce all’Iran di Ahmadinejad e alla minaccia della costruzione dell’atomica.

Il vero scambio-scontro non è quello tra Obama e Netanyahu, come era stato annunciato dai media internazionali prima dell’incontro. A rilasciare le dichiarazioni più forti è Hillary Clinton, segretario di Stato americano, che ieri è intervenuta nella glaciale conferenza dell’Aipac. Glaciale, come il trattamento riservato dalla sala all’ex first lady quando ha difeso la posizione della sua amministrazione per ciò che concerne la disputa sugli insediamenti. L’apparizione dell’immagine dell’ex presidente Bush sul megaschermo fa scattare un applauso fragoroso, proprio pochi secondi prima dell’ingresso della Clinton in sala. Un segnale evidente dell’agitazione nei confronti dell’amministrazione Obama. La Clinton ha assicurato l’impegno americano sul fronte della sicurezza dello Stato d’Israele, sottolineando la necessità urgente di imporre all’Iran sanzioni decise e mirate. Una linea seguita nei giorni scorsi da Obama che in un video messaggio inviato a Teheran invita i dirigenti iraniani a non “isolarsi con una politica autodistruttiva”.

Stando alle parole di Netanyahu, questo sarà l’ultimo degli inviti che Obama rivolge al suo omologo iraniano: serve una risposta “rapida e decisiva” della comunità internazionale, ha tuonato nella sala della conferenza, in caso contrario Israele “si riserverà il diritto di difendersi da solo”. E sulla questione delle costruzioni “Gerusalemme non è una colonia, ma la nostra capitale”, dice Bibi respingendo le critiche internazionali all’annuncio del piano per la costruzione di nuovi alloggi a Gerusalemme est. “Illazioni”, così le definisce il premier israeliano. “Il popolo ebraico – spiega – ha costruito Gerusalemme tremila anni fa e il popolo ebraico costruisce Gerusalemme oggi”. Una posizione chiara quella dell’alleato “Bibi”, forte dell’influenza dell’Aipac nel Congresso americano. Tanto forte che nel corso della settimana scorsa alcuni membri dell’assemblea avevano richiamato i rappresentanti diplomatici. “Un affronto ai valori e alle basi delle solide relazioni con Israele, un amico-alleato fedele”, in questo modo il leader repubblicano John Boehner aveva criticato la visita del vice presidente Biden in Israele, durante la quale erano era stato chiesto all’alleato di fermare la costruzione degli insediamenti in Cisgiordania.

A creare attrito tra le due amministrazioni non sono state soltanto le parole di Biden. L’incontro a Gerusalemme di tre giorni fa tra il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon e Netanyahu non ha fatto che rendere incandescente la questione. Ban Ki-moon si è rivolto con preoccupazione al premier israeliano, chiedendo spiegazioni sulla reale volontà di proseguire il processo di pace e sulla situazione umanitaria a Gaza. Ban ha oltretutto spiegato di voler coinvolgere la Lega araba nei negoziati di pace indiretti tra israeliani e palestinesi. Israele si difenderà da sola, se necessario, perché non crede nell’intermediazione e nella concertazione con i Paesi arabi confinanti? E soprattutto, quanto è compromesso il rapporto tra Onu e Stato di Israele?

Nonostante le schermaglie, secondo i sondaggi degli ultimi giorni effettuati dal quotidiano israeliano Haaretz Obama non sarebbe così mal visto nello Stato ebraico. Il 51 per cento degli intervistati ritiene che l’approccio del presidente americano verso Israele sia “adatto” alla situazione, mentre il 18 per cento lo definisce “amichevole”. Sulla costruzione degli insediamenti Israele è divisa a metà: il 48 per cento degli intervistati approva il progetto, mentre il 51 per cento auspica la sospensione dell’edificazione. Dati che fanno riflettere sugli israeliani e sulla percezione di questa crisi diplomatica: di fatto in Obama è riposta la speranza di una risoluzione dei negoziati di pace con i territori palestinesi, e la sua linea è apprezzata nonostante le dichiarazioni rilasciate da Netanyahu al congresso Aipac. La necessità di tutelare la sicurezza dello Stato ebraico non si scontra inevitabilmente con il proseguimento dei negoziati: il bisogno di una pacifica convivenza, è evidente dal sondaggio, va al di là delle divergenze e delle incomprensioni diplomatiche.

Désirée Rosadi

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