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Diario politico. E’ qui la politica italiana(?) Bagnasco: “L’innovazione contro la crisi imprese non taglino nuovi posti di lavoro E gli immigrati vanno trattati come eguali No a egoismo nella nostra vita pubblica”

marzo 23, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. In una giornata in cui intervengono sia il presidente del Consiglio sia Gianfranco Fini, a parlare di «politica vera» è l’Arcivescovo di Genova. Se Berlusconi rilancia la strategia di attribuire le peggiori nefandezze in politica economica al centrosinistra, evidentemente «ribaltando la realtà», se persino il presidente della Camera indugia sulle pur importanti riforme istituzionali (ma si tratta pur sempre di un mezzo e non del fine, e il Paese ha bisogno, intanto, di sentire – ricominciare a – parlare del fine), ci pensa il capo dei vescovi italiani a fare politica (ma, a nostro modo di vedere, come abbiamo raccontato prima, senza ingerenze), e a dare un po’ di sostanza e di contenuto allo sterile dibattito pubblico nel nostro Paese. E così come per il pluralismo dell’informazione (in tivù), allo stesso modo nessuno si deve preoccupare se una voce è troppo forte (al di là di ogni potentato: qui non è questo il punto), troppo appassionata, troppo “vera”. Semmai tutti facciano uno sforzo per cercare di contrapporre, dal par loro, una voce altrettanto forte e autorevole, per restituirci, appunto, un dibattito. In tale quadro Bagnasco merita uno sguardo un po’ più complessivo. Abbiamo fatto il conto: il bilancio di presunte “indicazioni di voto” è almeno quattro a uno a favore dei candidati del centrosinistra. Non lo diciamo, beninteso, a vantaggio del Pd e dei suoi alleati – della cui sorte ci importa solo in quanto protagonisti – e quindi strumenti – speriamo sempre più virtuosi, per la nostra politica – ma per cogliere il senso complessivo, e quindi vero, delle parole del cardinale. Che difende i «valori non negoziabili», sì, e li mette al primo posto. Ma poi attacca parlando di lavoro («Dalla crisi non si esce tagliando posti ma sforzandosi di immaginare il nuovo»: meraviglia per le nostre orecchie, «e aumentino gli ammortizzatori sociali per non fare sentire abbandonate le persone che non ce la fanno»), di immigrazione («Sono nostri eguali»), di «rispetto della legalità e senso dello Stato», contro le persone che si fanno gioco della «cosa pubblica» per il loro «tornaconto personale». In confronto alle quali si tratta, invece, dice Bagnasco, di tornare, appunto, «alla politica vera». La sua. Se una colpa ha il povero Bagnasco, è di fare il capo dei vescovi in un Paese in cui non c’è, oggi, una politica italiana. In questo quadro, la voce della Chiesa risuona nel vuoto. Forte. Meno male che una voce, almeno, risuona. Il racconto di Baffigo.

Nella foto, il presidente della Cei Angelo Bagnasco

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di Ginevra BAFFIGO

Un botta e risposta a distanza si consuma ai vertici del Pdl: “Il presidente del Consiglio rilancia l’ipotesi del presidenzialismo: mi fa piacere. Ma che non ci si fermi ai titoli dei giornali”.
Nell’ultima settimana di campagna elettorale, Gianfranco Fini risponde quindi alle dichiarazioni del Cavaliere. Venerdì ci eravamo infatti lasciati con la rinnovata volontà del premier di introdurre l’elezione diretta del capo dello Stato. In piena coerenza con il pragmatismo del suo fare (politica), all’ipotizzata riforma faceva seguito il nome del candidato ideale: «Se gli italiani avessero modo di conoscermi tutti di persona voterebbero tutti per me». La presa di posizione del capo dell’esecutivo non è però passata inosservata, tanto che la terza carica dello Stato a meno di una settimana dalla chiamata alle urne è chiaro: quella del presidenzialismo sarebbe “una riforma importante e positiva” ma prima bisogna “ragionare sul rapporto che un potere esecutivo così riformato deve avere con il potere legislativo (che non può essere certo sottomesso al primo) e soprattutto si tratta di valutare il grado di condivisione che simile riforma può avere in questa legislatura. E’ una riforma che va fatta – conclude il presidente della Camera – ma che ora non è proponibile”.
In un momento più opportuno sarà comunque prioritario tenere bene a mente il punto nodale della questione: “In Italia – si chiede quindi l’ex leader di An – dobbiamo istituire la figura del capo dello Stato che è anche capo dell’esecutivo? Di questo dobbiamo discutere”. Anche perché “se la maggioranza deciderà di seguire la via del presidenzialismo – ricorda ancora Fini – non è detto che l’opposizione le vada dietro”. “Mi auguro, in ogni caso – rimprovera indirettamente ai suoi colleghi di Palazzo – che non ci si fermi ai titoli dei giornali”. “La politica non è propaganda, non è un comizio – rammenta critico l’uomo della svolta di Fiuggi- Io ne ho fatti tanti e conosco l’importanza e la nobiltà dei comizi e della propaganda, ma arriva il momento che li devi mettere nel cassetto e occuparti di politica”.
Il numero uno di Montecitorio sancisce quindi un “no” chiaro e saldo agli slogan elettorali sulla questione del presidenzialismo, sulla quale, ricordiamo, si è sempre detto favorevole nella misura in cui non vengano meno gli equilibri fondanti le democrazie. Un modello “esportabile” sarebbe quindi quello del presidenzialismo alla francese: “Non è vero che il presidente eletto dal popolo sia il dominus assoluto, ci deve essere il contraltare del Parlamento. Siamo pronti a discutere non solo con gli slogan e approfondendo inoltre cosa significano pesi e contrappesi”. Fini, comunque, non dimentica l’importanza delle riforme: “Oggi le riforme le dobbiamo fare – ribadisce – non possiamo continuare a parlarne come in un mantra consolatorio perché la pubblica opinione non crede più a una classe dirigente che ne parla e poi non le fa”. “Almeno una parte – prosegue il presidente della Camera – possiamo farle assieme, maggioranza e opposizione, senza la spada di Damocle del referendum confermativo che azzeri tutto e ci faccia tornare a punto e a capo come è avvenuto tra il 2001 ed il 2006″.
Gianfranco Fini durante la tappa padovana del tour di presentazione del suo libro, “Il futuro della libertà”, affronta anche i temi interni al Pdl. Fra i più spinosi e scomodi quello dell’evidente eterogeneità (dell’area finiana) con l’alleata Lega. “Sì al rapporto strategico con la Lega, ma il Pdl non ne diventi la fotocopia”, dice il co-fondatore del partito. Il rapporto con il Carroccio infatti è “strategico non solo per il Nord, ma anche per l’Italia”. Il Pdl, però, deve curarsi dal rischio di omologazione: “Se il Pdl è una fotocopia della Lega – chiede ancora Fini – perché uno dovrebbe votare la fotocopia e non l’originale? Credo che il Pdl possa avere un ruolo di leader della coalizione del centrodestra nel momento in cui sa essere differente alla Lega senza appiattirsi in tutto sulle posizioni del Carroccio”.

Berlusconi in campagna elettorale. Mentre a Padova si affrontano temi di ampio respiro, il premier non si lascia distrarre dall’obiettivo. A incupire il volto sempre ottimista del presidente del Consiglio è lo spettro dell’astensionismo che incombe su queste Regionali. Divide i sondaggisti e preoccupa i nostri politici, tanto che anche oggi Berlusconi lancia il suo appello ai giovani di Lamezia Terme (CZ): “Siate missionari – chiede il premier – per convincere chi vuole astenersi che un voto non dato è regalato alla sinistra”. La minaccia del “male francese” porta il Cavaliere a ripersi nei toni e nei contenuti: “Insisto che non deve essere sprecato nessun voto”. “La sinistra” infatti, a detta di Berlusconi, avrebbe “sprecato risorse dell’Unione Europea. Non ha combattuto davvero la criminalità organizzata, non ha creato sviluppo e non ha garantito sicurezza. E’ stata un disastro”. Ed ancora, come sabato dal palco di San Giovanni, ribadisce quello che sostiene essere il “vero” programma della non meglio definita “sinistra”: “Se tornasse al governo nazionale farebbe cose che noi non permetteremo mai: reintrodurrebbe l’Ici, raddoppierebbe le imposte sui Bot ed i Cct, introdurrebbe la tassa patrimoniale e vorrebbe impedire i pagamenti in contanti sopra i 100 euro, dando vita ad uno stato di polizia tributaria”. Non ancora soddisfatte le loro giunte “consentirebbero che le intercettazioni vadano avanti a tappeto e spalancherebbero le frontiere agli extracomunitari perché sperano nei loro voti per vincere su quei moderati che ora vincono”. “Nella politica italiana – conclude – abbiamo portato una moralità nuova, mantenendo sempre le nostre promesse fatte in campagna elettorale”.
Sollevate queste vecchie istanze non cambiano certo le risposte. Bersani, riportato sulle recriminazioni ormai trite del premier, è serafico: “Berlusconi è un disco rotto”. Per il segretario Democratico il numero uno del Pdl fa “una campagna di drammatizzazione, cerca il referendum su se stesso. Ora manderà anche sette milioni di lettere agli italiani, è la solita storia. Io dico che questo disco rotto comincia a non fare più la presa di una volta”. Poi Bersani torna sul giuramento di San Giovanni dei candidati presidenti del centrodestra: un episodio “avvilente e anche un po’ agghiacciante”. “Sul palco della manifestazione abbiamo visto una cosa francamente desolante”, dice ancora il segretario Pd; “i campioni delle autonomie, i candidati di gloriose regioni italiane, giurare nelle mani di Berlusconi”.

L’intervento di Bagnasco. In un lunedì in cui la politica italiana si riscalda per il rush finale di queste travagliate Regionali, la Cei decide dice la sua. I porporati infatti scendono in campo e bocciano i candidati a favore dell’introduzione della RU486. Il presidente della Cei non lascia spazio ad equivoci: la difesa della vita umana è uno dei valori «non negoziabili» su cui i cattolici devono basare il loro voto politico. Una difesa, innanzitutto, dal «delitto incommensurabile» dell’aborto, anche nella forma di pillola abortiva.
Angelo Bagnasco però fa un intervento a tutto tondo sul piano dell’etica. No alla pillola, ma anche al degrado della politica e dell’amministrazione statale italiana: non ci possono essere «alibi preventivi» o «coperture impossibili» – spiega l’arcivescovo di Genova – per coloro che depredano, per proprio tornaconto personale, dalla «cosa pubblica». Con una relazione di 19 pagine, il presidente della Conferenza episcopale italiana apre i lavori del tradizionale Consiglio episcopale permanente di primavera: il cosiddetto “parlamentino” dei vescovi italiani che quest’anno ha il suo inizio – casualmente, sostengono gli organizzatori – proprio alla vigilia della chiamata alle urne. Il cardinal Bagnasco non elude l’argomento e, anzi, lo pone come incipit di una lunga requisitoria contro l’aborto, «ecatombe progressiva», che si vuole rendere «invisibile» attraverso l’uso di pillole assunte entro le mura di casa: «Quale solidarietà sociale è possibile se si rifiuta o si sopprime la vita, specialmente la più debole?», chiede e si chiede il porporato. «In questo contesto, inevitabilmente denso di significati, sarà bene – pone l’accento il cardinale – che la cittadinanza inquadri con molta attenzione ogni singola verifica elettorale, sia nazionale sia locale e quindi regionale». «L’evento del voto è un fatto qualitativamente importante che in nessun caso converrà trascurare», in quanto, ricorda Bagnasco, ci sono «valori non negoziabili», come «la dignità della persona umana» o «l’indisponibilità della vita, dal concepimento fino alla morte naturale». Su questi, prosegue ancora l’arcivescovo, «si impiantano e vengono garantiti altri indispensabili valori» come «il diritto al lavoro e alla casa; la libertà di impresa finalizzata al bene comune; l’accoglienza verso gli immigrati».
Sul nervo scoperto dell’immigrazione il cardinale spende parole e chiede gli immigrati siano integrati nella società italiana. Bagnasco chiede che gli immigrati vengano trattati da «eguali» e non relegati in «isole etniche». Poi guarda al mondo delle imprese: auspica che queste non pensino di risolvere la crisi con il taglio dei posti di lavoro. Ed al governo chiede ancora più ammortizzatori sociali, affinché nessuno si senta «abbandonato dalla collettivita» in tempi di povertà e disoccupazione, specie giovanile.
Un quadro realistico ed attuale non poteva evitare l’argomento che domina le cronache giudiziario-politiche in queste settimane: «Dinanzi a quel che va emergendo anche dalle diverse inchieste in corso ad opera della magistratura, e senza per questo anticiparne gli esiti finali, noi vescovi ci sentiamo di dover chiedere a tutti, con umiltà – ammonisce il patriarca di Genova – di uscire dagli incatenamenti prodotti dall’egoismo e dalla ricerca esasperata del tornaconto e innalzarsi sul piano della politica vera». «Si recuperi – esorta Bagnasco – il senso di quello che è pubblico, che vuol dire di tutti e di cui nessuno deve approfittare mancando così alla giustizia e causando grave scandalo dei cittadini comuni, di chi vive del proprio stipendio o della propria pensione ed è abituato a farseli bastare, stagione dopo stagione».

Ginevra Baffigo

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