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Bagnasco: “Votate chi è contro l’aborto” Chiesa ha pieno diritto di dire la propria Ma Sarubbi: “E l’Italia è poco cristiana”

marzo 22, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana ha raccontato e fatto proprio (perché questa è la nostra identità) il richiamo del capo dei vescovi italiani di qualche giorno fa ad una nostra politica che torni ad avere «rispetto della legalità e senso dello Stato». Ovvero le nostre onestà e responsabilità. Condivide anche l’opinione che la legge 194 debba essere applicata compiutamente – anche nella parte che stabilisce che si debba fare tutto ciò che è possibile per mettere la donna che si disporrebbe ad abortire nella condizione di non farlo, se si viene appunto a trovare nella condizione di poter decidere liberamente di rinunciare a questo diritto; perché – (e il concetto che) l’aborto non può essere considerata alla stregua di una “festa”, è un dramma – in primo luogo per la donna che si trova costretto a viverlo – interviene ad impedire la nascita di una persona, quali che siano le convizioni etico-religiose con cui si guarda a tutto questo, e dunque non può e non deve essere un trofeo da brandire con l’entusiasmo che si può avere di fronte ad un diritto che non mette in discussione nient’altro e che non provoca sofferenze – che non siano motivate da stravolgimenti o partico- larità, che vanno rispettate ma che non possono diventare il campanello d’allarme medio delle nostre scelte di vita comune e pubblica – a nessun altro (come nel caso del riconoscimento delle coppie di fatto omosessuali). E il Politico.it difende il diritto della Chiesa cattolica a dire la propria a queste condizioni, che non sono – ovviamente – condizioni che poniamo noi, ma le condizioni affinché gli interventi della Chiesa possano avere il valore e il senso dell’indicazione di un riferimento morale, religioso, libero, e non si riducano a merce di scambio para-politica con partiti o altre forme di potere nel nostro Paese: la condizione, appunto, che siano figlie delle convinzioni morali della Chiesa, non presuppongano alcun accordo di nessun tipo con partiti o parti della nostra politica e, ovviamente, si limitino all’indicazione di principio, al riferimento morale. E non cadano nell’indicazione di voto esplicita per una parte o per l’altra. Tutto questo non si configura affatto come ingerenza – non lo è quella del cardinal Bagnasco – e – può piacere o no il contenuto delle indicazioni – va rispettato. Dopo di che, attiene al rapporto tra la persona religiosa, le proprie convinzioni e la Chiesa, e tra il cittadino e il proprio Paese risolvere liberamente il conflitto, il confronto (dentro di sé) tra le diverse istanze e motivazioni. La laicità, infine, non coincide con il silenzio della Chiesa – che tuttavia, ribadiamo, deve esercitare il proprio diritto nel rispetto di quelle condizioni – bensì nella capacità della politica, e dei suoi protagonisti di decidere in base alla soluzione di quel conflitto interiore e non sulla base delle indicazioni, di per sé, che vengono dalla Chiesa. Tutto questo, d’altra parte, in un Paese in cui – lo scrive il deputato, cattolico, del Pd nella bellissima riflessione che vi proponiamo – sono poche le persone che vivono veramente la propria cristianità, e le stesse – ma non solo: Sarubbi parla anche dei cattolici impegnati in politica – gerarchie ecclesiastiche non sono più testimoni di un cattolicesimo che deve sì preservarsi nei suoi principi, ma forse avrebbe motivo di ascoltare, ed entrare di più in relazione, con quelle persone delle quali dovrebbe essere accompagnatore fedele. Il che vale naturalmente anche per la nostra politica, cosa della quale scriviamo ogni giorno. E tutto questo non fa che impoverire quel contributo alla riflessione spirituale, morale e intellettuale di ciascuno di noi che consentirebbe di elevare anche il confronto, e la sintesi, che siamo – eventualmente come cattolici e comunque come cittadini – chiamati a fare. Sarubbi, dunque. Sentiamo.

Nella foto, il capo dei vescovi italiani, cardinal Angelo Bagnasco

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di ANDREA SARUBBI*

Non saprei dire se abbia ragione Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere di ieri arrivava a definire l’Italia addirittura “anticristiana”. Né mi entusiasmano le reazioni frettolose di alcuni miei colleghi politici, Casini in testa, che sfruttano immediatamente la scia per denunciare “una manovra a più voci e con più finalità contro la Chiesa cattolica”, frutto di interessi economici in materia di “bioetica, ricerca e fecondazione”: è un metodo che non mi è mai piaciuto, quello di gettare un’ombra speculativa su chi non la pensa come te, perché sarebbe come dire che il Papa è contro l’aborto perché gli asili nido delle suore sono un business, o che è contro l’eutanasia perché se no le cliniche cattoliche chiuderebbero.

Però Casini ha ragione, devo riconoscerlo, quando dice che la Chiesa dà fastidio perché non si accontenta di sfamare i poveri: se la priorità di cinquant’anni fa era la questione sociale – e nessuno se la prende con te se dai da mangiare a un affamato o vesti un ignudo – oggi è emersa anche quella antropologica, e quando parli della difesa della vita “in tutte le sue forme” o della famiglia “tradizionale” è abbastanza facile che qualcuno non sia d’accordo con te. Ma io lo chiamerei dissenso, non persecuzione, ed è per questo che la definizione “anticristiana” non mi convince più di tanto. Se si potesse usare un bell’alfa privativo, tipo a-cristiana, allora potremmo anche ragionarci sopra. E chiederci – parlo da cristiano, naturalmente – se è colpa solo delle cosiddette gerarchie, intese nel senso caricaturale che i mass media spesso ne offrono, o se c’è anche un deficit di testimonianza da parte nostra: se fossimo più credibili, probabilmente, qualcuno potrebbe incrociarci per strada e riconoscere in noi il Vangelo, e se ciò capitasse spesso magari ora non staremmo a parlare di Italia anticristiana. Di tutta questa riflessione, comunque, rimane un dato di fondo inattaccabile, che ho cercato di sottolineare anche ieri nelle mie tappe romagnole della campagna elettorale (a proposito, sto con Maria Chiara Campodoni a Ravenna, con Damiano Zoffoli a Forlì-Cesena): dimentichiamoci le statistiche dei battezzati, mettiamo un attimo da parte le percentuali di funerali in Chiesa e rendiamoci conto, una volta per tutte, che il cristianesimo vissuto è, nel nostro Paese, minoranza. Dopodiché, con l’anima in pace, agiamo di conseguenza: non arroccati nella difesa dei valori cristiani, perché c’è poco da difendere, ma impegnati a testa bassa nella loro testimonianza, perché c’è molto da testimoniare. Anche in politica. Anzi, soprattutto.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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