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Privatizzazione dell’acqua è (già) iniziata Il ddl Berlusconi approvato da Veltroni Ecco che succede dove non è più nostra

marzo 22, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana affronta il tema (che più politico non si può) di cosa sta succedendo intorno al bene forse più prezioso per l’uomo, nella giornata mondiale a lui dedicata: l’acqua. La legge 133 del 2008 stabilisce che già quest’anno i Comuni dovranno mettere sul mercato i servizi pubblici locali e dunque anche la gestione del servizio idrico. Il rischio è che sia il passo verso quella totale priva(tizza)zione che, ad esempio, in Bolivia ha scatenato una vera e propria rivolta popolare. Il precedente di Aprilia. La prospettiva a livello mondiale dove secondo le stime nel 2025 oltre il 40% della popolazione si troverà in crisi idrica, non avrà cioè a disposizione i livelli essenziali di acqua. La firma è di Luca Lena.

Nella foto, un rubinetto pubblico: per quanto continueremo a vederne?

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di Luca LENA

Sembra strano considerare l’acqua un bene prezioso e difficilmente reperibile, lo è un po’ meno se consideriamo che appena l’1% delle risorse idriche è disponibile per l’uomo. Al momento circa il 24% della popolazione mondiale non ha la possibilità di garantirsi un accesso minimo e costante ad un bene universalmente considerato primario, e nel giro di pochi anni la percentuale sembra destinata a salire. Non è un caso dunque se molti esperti credono che in futuro le guerre tra popoli potrebbero essere scatenate in nome ed a causa dell’acqua. Già oggi sono in corso situazioni critiche tra Stati che si trovano ad un passo da bacini acquiferi e che, nel tentativo di accaparrarsi la gestione dei territori migliori, finiscono per innescare vere e proprie schermaglie diplomatiche, spesso anticamera per azioni militari.

In prospettiva futura diventa dunque fondamentale la modalità di gestione del bene idrico. A causa dell’aumento della popolazione, alla conseguente riduzione della disponibilità pro capite e considerando la crisi economica, la maggior parte degli Stati si trova di fronte a problematiche gestionali incombenti. La gestione pubblica dell’acqua diviene sempre più difficoltosa da sostenere per gli apparati pubblici, generando sprechi e perdite, e finendo con il tagliare servizi o alzare le tariffe ai cittadini nel tentativo di mantenere il controllo. In questa prospettiva la concessione privata del bene idrico è apparsa a molti paesi non tanto la scelta migliore quanto una necessità per districarsi da una situazione insostenibile.

La gestione privata dell’acqua concessa dallo Stato rappresenta a tutti gli effetti un monopolio legalizzato, nel quale non vi possono essere interventi di regolamentazione pubblica dei prezzi, né si possono ripianare le eventuali perdite societarie con soldi statali poiché, etichettati come aiuti di Stato, si scontrerebbero con le norme antitrust. Ma è a livello sociale che i rischi di una gestione privata intimoriscono i consumatori, che in precarie condizioni economiche temono di non potersi garantire l’accesso al bene idrico.

Emblematico a questo proposito è il caso boliviano. Nel 1999, in risposta alla crisi, la Banca mondiale decise di sostenere la privatizzazione dell’acqua attraverso la quale poter rifinanziare i servizi idrici del paese, gravando l’intero costo sulla popolazione sudamericana. La società Bechtel assunse il controllo nella città di Cochabamba, ed in breve la vita e la gestione familiare dei boliviani cambiò drasticamente. In molti casi il solo costo dell’acqua dimezzava l’intero stipendio dei consumatori. Chi non riusciva a pagare rischiava perfino di perdere la casa, vedendosi messa all’asta l’abitazione appena confiscata. La maggior parte della popolazione era costretta a ridurre la spesa per il cibo, rinunciare alla formazione scolastica dei figli, ingegnarsi per affrontare più di un lavoro. I sacrifici che in un paese sviluppato portano alla rinuncia di vizi e lussi, in Bolivia erano rivolti unicamente al diritto all’acqua. Quello stesso diritto, legato ad un bene universale e garantito per natura, era sottomesso ad una gerarchia sociale, economica e politica. Ma la situazione non poteva durare: nel giro di poco tempo il popolo insorse, formando gruppi di rivolta per manifestare nelle strade di città. Nessuno, né tanto meno il governo, riuscì a convincere i boliviani che l’acqua potesse essere una merce da equiparare al petrolio o al servizio elettrico. Si innescarono tafferugli, veri e propri corpo a corpo con le forze dell’ordine, ed infine una guerriglia urbana che portò alla morte di sei persone e produsse quasi duecento feriti. Il sangue e la rabbia sparsi per Cochabamba nel giro di pochi mesi raggiunsero gli effetti sperati. La società Bechelet venne espulsa dal governo del paese e la legge sulla privatizzazione dell’acqua fu ritirata.

Quello che è avvenuto in Bolivia – e che purtroppo riguarda potenzialmente tutti i paesi dai governi deboli, corrotti, e dalla scarsa concezione civica – non può essere sottovalutato anche in Europa. La crisi economica imperversante e la scarsità di risorse energetiche, spesso supportate da visioni economiche eccessivamente capitaliste, rischiano di rappresentare un rischio per il futuro, per i diritti minimi, considerati dall’alba dei tempi indispensabili e intoccabili.

E abituarsi a considerare l’acqua un patrimonio mondiale potrebbe essere l’unica, flebile, speranza per eludere una situazione già di per sé pericolante e che, secondo le stime, entro il 2025, potrebbe precipitare ancora. Per quella data gli individui in grave crisi idrica rappresenterebbero circa il 40% della popolazione globale e se questo dato dovesse avere riscontro pratico si potrebbe assistere ad un incremento dei conflitti bellici. Ecco perché già si definisce l’acqua come l’oro bianco, un’accezione pericolosa che non mira solo alla contrapposizione cromatica con il petrolio (oro nero) ma ne associa l’importanza economica e strategica, soggiacendo quella prettamente naturale e utilitaria.

In Italia, intanto, la questione comincia a suscitare i primi clamori. Nel secondo semestre dello scorso anno è stato approvato l’articolo 23bis del decreto legge 112, il quale prevede che la gestione dei servizi pubblici a rilevanza locale debba essere affidata a “imprenditori o società in qualunque forma costituiti”. Ovviamente tra i servizi pubblici si comprende ed, anzi, balza all’occhio, il controllo del servizio idrico. C’è da aggiungere come l’articolo ampli e tratteggi la sostanza della questione, ribadendo l’assoluta necessità di “garantire il diritto di tutti gli utenti all’universalità ed accessibilità dei servizi pubblici locali ed al livello essenziale delle prestazioni”, per arrivare infine al comma 5, dove si spiega che solo la gestione dei servizi possa affidarsi a soggetti privati, ma non la proprietà che rimarrebbe pubblica.

Nonostante l’articolo sia protetto da sostanziali argini di controllo etico e civile, le proteste nel bel paese non si sono fatte attendere, ma così come la legge era riuscita a passare sottovoce, allo stesso modo i cori di dissenso collettivo escono fiochi dalle piazze, e le critiche dei portavoce finiscono smorzate, paradossalmente stridono di fronte ad un problema che ancora si pongono in pochi. Uno dei personaggi che più si è fatto notare è Padre Alex Zanotelli, autentico e vigoroso oratore che tenta in tutti i modi di portare avanti la lotta contro la privatizzazione dell’acqua. Nei suoi interventi non c’è un attacco diretto al governo Berlusconi, reo di aver portato avanti la legge, ma ben più duri sembrano quelli rivolti all’opposizione e all’ex leader Veltroni, il quale avrebbe appoggiato senza remore la proposta del PDL. Alex Zanotelli ribadisce il drastico cambiamento che, nell’eventualità di una privatizzazione, riguarderebbe i Comuni, “non più soggetti pubblici responsabili del bene comune, ma proprietari di beni collettivi in una logica di interessi privati”.

Ed in effetti, quel che è accaduto ad Aprilia (Latina) nel 2005 rappresenta un bel campanello d’allarme in considerazione del fatto che da quest’anno, secondo la legge 133 del 2008, i Comuni saranno costretti a mettere sul mercato i servizi pubblici locali e dunque anche l’intera gestione del servizio idrico. La società Veolia – una delle più importanti nel settore idrico – che gestisce l’acqua nel comune laziale, ha aumentato in pochi mesi le bollette del 300%. Migliaia di abitanti si sono rifiutati di pagare le tasse all’azienda, con il risultato di vedersi arrivare a casa vere e proprie squadre di carabinieri e vigilantes con il compito di staccare i contatori. Ma sono sparse in tutta Italia situazioni sulla falsa riga del caso laziale, che hanno portato alla creazione di associazioni in difesa dell’acqua come bene pubblico.

A Firenze, una situazione paradossale vede implicata la società per azioni “Publiacqua”; ai cittadini del comune toscano è giunto un curioso aumento dei prezzi in rapporto inversamente proporzionale al consumo d’acqua. In pratica, anche per i parsimoniosi che riuscivano a risparmiare sul consumo del bene idrico la bolletta si presentava allo stesso modo salata. La spiegazione è legata al rapporto ambiguo che si innesca tra la gestione della società privata e i compartimenti pubblici che devono garantirne la regolare amministrazione. I cittadini si ritrovavano a pagare il profitto della società privata che, per legge, deve essere assicurato preventivamente dalla AATO – ovvero l’autorità pubblica che vigila sui servizi -. Nel caso, infatti, di una disparità tra gli incassi previsti e quelli effettivi, per colmare il divario le tariffe venivano automaticamente inasprite, rendendo insensato qualsiasi tentativo di risparmio sul consumo idrico.

Ma in generale è il timore che una situazione di monopolio sia di per sé pericolosa, ancor di più se si deve mettere le mani su un patrimonio universale come l’acqua. Non si tratta dunque solo di vedere aumentata la bolletta o di infilarsi in vortici di competenze gestionali; ciò che preme alla popolazione è assicurarsi la qualità dell’acqua, gli investimenti ed i controlli per il mantenimento della genuinità idrica; ovvero ciò che al momento lo Stato riesce a garantire per dovere istituzionale, ma che in mano ad un privato prenderebbe la forma di un mero dovere giuridico, ad oggi un’imposizione di diritto spesso insufficiente a garantire la corretta funzione civica, morale, umana cui è preposta, e di sicuro inadeguata a raggiungere la fiducia della gente quando in gioco c’è la salute dell’uomo.

Luca Lena

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