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Berlusconi ci pensa: “Presidenzialismo” Su questo è “no” netto del centrosinistra Ma su riforma elettorale il Pd resta diviso

marzo 20, 2010 di Redazione 

L’eloquio-fiume del presidente del Consiglio di ieri (che trovate in versione integrale nel Diario politico firmato Baffigo, qui sotto) si è snodato (o sarebbe meglio dire è scorso) lungo due direttrici (in due alvei): la prima, l’assalto alla giustizia che, lo abbia- mo capito – il Politico.it lo ha raccontato per primo – rappresenterà il senso di una linea post-Regionali volta a rimuovere gli ultimi ostacoli alla piena libertà di “manovra” sul piano della legalità. La seconda, il richiamo alla riforma istituzionale che vede l’elezione diretta del presidente della Repubblica come proprio cardine. L’intenzione storica, del Cavaliere – di cui abbiamo scritto nel lanciare il Diario di ieri -di costruire un capo dello Stato (e del governo) che abbia finalmente pieni poteri. La stessa intenzione di sempre di Gianfranco Fini e della destra storica italiana, che non è detto, però, la vedano allo stesso modo del presidente del Consiglio: e la differenza è quella che abbiamo segnalato passa tra la visione di una moderna destra europea (quella finiana) e la destra di Berlusconi, funzionale soprattutto all’esal- tazione politica della leadership del premier. A que- sta doppia chiarezza di idee si contrappongono, inve- ce, le divisioni in senso al maggior partito d’opposi- zione, la cui maggioranza bersaniandalemiana sembra tuttavia – da tempo – orientata a favorire una riforma elettorale in senso proporzionale alla tedesca nell’ambito di un più generale – come proposto da Bersani in più occasioni – rafforzamento del sistema parlamentare (non senza naturalmente concedere qualcosa al potenziamento della figura del presidente del Consiglio). La firma è di Salvatori.

Nella foto, Pierluigi Bersani

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di Pietro SALVATORI

Prima dell’inizio della campagna elettorale, Bersani aveva aperto al dialogo sulle riforme con la compagine governativa.

Quanto questa mano tesa del segretario del Pd sarà o meno velleitaria, dipenderà dalla quadra che il partito troverà nel portare una propria proposta, adattandosi creativamente al piatto che verrà servito dalla maggioranza, che ha l’onere dell’iniziativa.

Il dialogo è partito da lontano, mettendo in discussione l’architettura bicamerale.

Basta con la “perfezione” tra i due rami del Parlamento, si sussurra, con una certa insistenza, tra la dirigenza. Ma il freno a mano rimane tirato, avendo paura che una proposta sul tema ottenga il risultato di creare una sponda preziosa alla spinta leghista verso il Senato federale.

Ma che qualcosa vada cambiato è un convinzione acquisita dal Pd, che spinge con una certa insistenza sul tema, uno dei pochi oggetto di possibile trattativa con il governo.

Si parte dalla difficilissima trattativa sull’architettura istituzionale, resa ancora più complicata da mesi, se non anni, di stallo nel dialogo sulla riforma dei regolamenti parlamentari, primo gradino di una scala che appare lunga e tortuosa.

L’idea di fondo che anima il connubio tra Pdl e Lega appare chiara: riduzione complessiva del numero dei parlamentari, Senato composto su base regionale, di rappresentanza delle autonomie locali, netta separazione dei poteri di indirizzo e di controllo.

La pancia del partito nato dalla fusione tra Ds e Margherita è un marasma. L’unica idea chiara e condivisa riguarda la necessità di scremare l’ampio numero degli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama.

Sul resto le idee rimangono confuse.

Così come riguardo al nuovo sistema elettorale.

La partita vera la si giocherà dopo le ampie riflessioni politiche che succederanno alle Regionali. Ma una schiarita appare necessaria se ci si vuole sedere a parlamentare con l’obiettivo di portare a casa un risultato, qualunque esso sia.

L’idea che serpeggia latente è sempre quella: puntare tutto su un sistema proporzionale alla tedesca, con collegi su base regionale, un premio di maggioranza ed una solida soglia di sbarramento. Una teoria di riforma da sempre caldeggiata da D’Alema, che è anche quella che sembra riscuotere più consensi nella segreteria, che di certo lontana non è dal leadermaximo. Ma le difficoltà in cui l’abile tessitore che già fu presidente del Consiglio ha riscontrato nella gestione delle candidature alle Regionali – su tutte svetta la bruciante sconfitta del suo candidato, Boccia, travolto dalle primarie pugliesi da Nichi Vendola – il lento smarcamento dello stesso Bersani da un patrocinio così impegnativo, hanno messo in qualche modo in discussione la scelta del Pd.

Se una drastica riduzione del numero dei parlamentari, argomento ineludibile per non incorrere nelle ire del proprio elettorato più girotondino, fa storcere molti nasi all’interno dei gruppi di senatori ed onorevoli democratici, che vedono messo a rischio il proprio seggio, il sistema tedesco tende d’altra parte a fotografare l’esistente, consentendo l’ingresso alla rappresentanza a quattro, cinque formazioni politiche. Si ricalcherebbe così lo schema che ha retto per tutti gli anni ’90 a Berlino, che vedeva la sostanziale contrapposizione fra Cristiano Popolari e Liberali, da una parte, e Socialdemocratici e Verdi dall’altra. Pdl, Lega, Pd e Idv vedrebbero minato il loro monopolio esclusivamente dai centristi dell’Udc, i soli, ad oggi, che sembrano poter ambire a superare uno sbarramento di una certa consistenza.

Certo è che, nonostante la messa in discussione dell’opzione dalemiana, l’orientamento prevalente è quello di privilegiare uno schema che sia bipolare, ma che si allontani decisamente dal bipartitismo tanto auspicato da Berlusconi e da ampi settori del Popolo della libertà.
Sembra non trovare spazi la proposta di Fini di tornare ad un maggioritario temperato. Si ha paura che, nonostante i ripensamenti degli ultimi anni, il presidente della Camera coltivi ancora quel disegno improntato al presidenzialismo (alla francese) che è stato per lungo tempo proposta chiara di tutto il gruppo dirigente di Alleanza Nazionale.

E se è il caso che il Partito Democratico trovi in fretta una quadra, è anche necessario che lo faccia individuando dei punti di partenza da cui poter dare il la al dialogo con il Pdl.

Questi ultimi sembrano essere stati individuati nella riduzione dei parlamentari, e in un sistema proporzionale che non si discosti di troppo da quello attualmente in vigore.

Se questo basterà, saranno solo i posteri a poterlo dire.

Pietro Salvatori

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