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Diario politico. La “visione” del governo Una risposta a Pd: incentivi per la ripresa Ma se gli investimenti non hanno sbocco Dimenticati del tutto ricerca e così futuro

marzo 20, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma è di Ginevra Baffigo. Il giornale della politica italiana ha saputo anticipare, ogni volta, ciò sarebbe accaduto di lì a poco (e non solo) nella nostra politica. L’altra notte abbiamo richiamato le nostre previsioni sulla resa nei conti nel Pdl che si è poi puntualmente verificata (anche se prima del tempo). Qualche Diario prima avevamo colto che la riforma della giustizia diventava (insieme allo specifico del blocco alle intercettazioni) la nuova priorità del presidente del Consiglio, in quanto era proprio la giustizia italiana l’ultimo vero baluardo di legalità nel nostro Paese, e andava – andrà; ovviamente dal punto di vista – fermata e smantellata. E avevamo scritto che i tre anni senza elezioni avrebbero favorito questo progetto del premier. Oggi arriva la conferma: «Ce ne occuperemo di qui al 2013. Perché questa giustizia minaccia la democrazia», ovvero la sua (totale, a dispetto delle regole) libertà. E domani riprenderemo il nostro filone su dove va la politica italiana dal punto di vista del sistema istituzionale e delle sue riforme per raccontarvi della posizione del Pd di fronte a quello che – come sostiene ormai da tempo Eugenio Scalfari – è l’obiettivo di fondo di Berlusconi, che è tornato a ribadirlo oggi: il presidenzialismo a fronte, per di più, di una riduzione dei poteri di controllo. Ovvero una vera e propria piccola svolta autoritaria per la via democratica (fino ad un certo punto) delle riforme. Pietro Salvatori ci racconterà come si pone rispetto a questo l’opposizione. Ma il tema che vi proponiamo stasera è quello di cui leggerete di meno su tutti gli altri grandi quotidiani, eppure è il vero tema centrale e decisivo per il futuro dell’Italia: il governo ha varato oggi un piano di incentivi che dà seguito al dibattito parlamentare sulla crisi e risponde alle sollecitazioni di Bersani, e soprattutto all’esigenza del Paese di interventi per contenere gli effetti della congiuntura negativa e favorire la ripresa (più veloce possibile). Dunque un fatto di per sé positivo. I problemi sono due; uno (relativamente) più piccolo e comunque legato (anche) a difficoltà “esterne” e uno capitale. Il primo è che i soldi sono pochi e l’esecutivo ha fatto poco per ricavarne degli altri; dunque quale che fosse stata la destinazione decisa da Tremonti e Scajola l’intervento avrebbe avuto un impatto molto limitato. Ma pure in questa chiave, era importante intervenire in modo tale che tutto questo costituisse l’inizio di un percorso e le risorse messe in campo cominciassero (o, per una parte, continuassero) ad alimentare, in buona sostanza, gli sforzi di innovazione delle nostre imprese attraverso la ricerca. Invece le risorse a disposizione in questo senso sono diminuite. «Il governo le ripristini al più presto per garantire quelle imprese che hanno già realizzato gli investimenti in innovazione necessari al superamento della difficile congiuntura economica», incalza Emma Marcega- glia. E anche il segretario del Pd spinge su questo tasto: «Gli incentivi del governo non sono ciò che serve al Paese. C’è bisogno di aiutare l’innovazione e l’internazionalizzazione». Il racconto, all’interno, di Ginevra Baffigo.

Nella foto, il ministro per lo Sviluppo economico Claudio Scajola: non si capacita

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di Ginevra BAFFIGO

E’ importante che le Regionali vadano bene perché con un “mandato pieno” potremo “lavorare bene e con serenità: per esempio per modernizzare il Paese, magari introducendo l’elezione diretta del presidente della Repubblica o la riduzione del numero dei parlamentari”. «Se gli italiani avessero modo di conoscermi tutti di persona voterebbero tutti per me». Parola di Silvio Berlusconi. Ed ancora: “Serve una grande, grande, grande, grande riforma radicale della giustizia per mettere fine a una patologia terribile nella nostra democrazia”.
A poco è dunque servito l’appello di Napolitano, che da Damasco invitava a metter da parte la “conflittualità che allontana dalla considerazione obiettiva dei problemi del Paese”. Non solo il monito del Colle echeggia in un’arena politica vuota, ma antitetico tuona il premier con nuovi attacchi alla magistratura, all’Agcom ed al sistema giustizia in toto.
“Noi continuiamo a lavorare nonostante i giornali e le televisioni siano stati riempiti da temi che la magistratura di sinistra ha abilmente messo in campo”, continua il presidente del Consiglio nel corso della conferenza stampa a Palazzo Chigi.
Le toghe restano infatti stabili nel mirino del premier, ma ora schivano i colpi assieme al nuovo compagno di trincea, l’Agcom: all’interno del quale, a giudizio del Cavaliere, “non vince il buon senso bensì l’appartenenza politica, esattamente come nei nostri tribunali. Questa è una cosa di cui ci occuperemo nei tre anni di legislatura che ci restano, con una grande riforma della giustizia, perché questa giustizia mette in pericolo la democrazia”.
Come è ormai noto dall’inchiesta di Trani, l’altalenante relazione tra Berlusconi e l’Agcom verteva sulla richiesta del premier di bandire dal palinsesto della televisione pubblica, o più tecnicamente censurare, la trasmissione di dibattito politico Annozero, di Michele Santoro. In particolare il presidente del Consiglio si era detto preoccupato per i cosiddetti “processi in tv”, che «con attori che interpretano persone che non si possono difendere, sono un’ignominia che non si può tollerare in un Paese civile». “Era mio dovere – prosegue Berlusconi – da cittadino e da premier chiamare. Ho telefonato al presidente dell’Agcom Corrado Calabrò per chiedergli un intervento su Annozero. E’ vero, mi ha risposto, è una cosa indegna”. Il premier entra quindi nel vivo della questione raccontando alla stampa il contenuto della sua telefonata con Giancarlo Innocenzi, ora sotto la lente di ingrandimento dei pm: il componente dell’Agcom, infatti, per quanto indignato non aveva «la maggioranza, a causa dell’”uomo dell’Udc”, che si muove solo se riceve l’ordine da Casini» racconta il premier. Questo palesa, sempre a detta di Berlusconi, “l’ipocrisia che c’è nel definire questi organismi indipendenti”.
Abbandonate le remore sulla violata riservatezza delle sue chiamate, Berlusconi segue con un commento sulla telefonata fatta al comandante generale dei Carabinieri, Gallitelli: “E’ vero. Sono il presidente del Consiglio – dice Berlusconi – e ho telefonato al Comandante generale dell’Arma per dire che i carabinieri erano stati insultati dalla trasmissione condotta da Santoro”. La privacy dunque non è più una priorità. Berlusconi ha infatti chiesto che vengano “pubblicate tutte le sue intercettazioni”: “Non è possibile – sostiene il premier – che il presidente del Consiglio non possa alzare il telefono e fare il presidente del Consiglio”, manifestando per esempio “con forza” contro gli attacchi ricevuti dalla trasmissione Annozero.
Pronta la replica di Bersani: «Si è creata effettivamente una patologia nel rapporto tra politica e giustizia derivata dal particolare carattere del nostro presidente del Consiglio, siamo arrivati a punti di frastuono e rissa che non fanno bene: l’unica cura è che il governo faccia il suo mestiere, si occupi dei problemi del Paese, così si sistemano tante cose».
Il presidente del Consiglio entra poi nel merito degli appalti per il G8, senza mancare un esplicito riferimento all’ex presidente del consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, coinvolto nell’inchiesta: «Ricordo che non l’abbiamo nominato noi, ma il precedente governo e dato che non facciamo piazza pulita degli uomini nominati lo abbiamo lasciato al suo posto». E quanto alla crisi spiega: «Ne stiamo uscendo non con estrema rapidità, ma in maniera certa. Certamente non lasceremo nessuno senza lavoro». Poi si permette una piccola chiosa sulla non più alleata Udc: «Io ero contrario a fare un accordo con l’Udc perché ritengo che sia il peggio del peggio della vecchia politica della convenienza. Avevo posto un aut aut chiedendo loro di far parte di un grande partito. Nel dibattito che c’è stato all’ufficio di presidenza del Pdl è prevalsa la decisione di fare accordi locali con i centristi. E vedendo la campagna elettorale che sta facendo Casini mi sa che avevo ragione io».
«Evidentemente a Bari c’è un pm che non fa parte della magistratura politicizzata di sinistra e ha fatto il suo dovere. Io non ho mai detto che tutta la magistratura è di sinistra, ci mancherebbe…». Così il premier decide di commentare l’arresto dell’ex vicepresidente della Regione Puglia, Sandro Frisullo, avvenuto giovedì in serata. “Ci mancherebbe che tutta la magistratura fosse di sinistra. Per fortuna non è così. Questo di Bari non è un magistrato di destra, è un magistrato vero. Non conosco magistrati di destra ma solo magistrati di sinistra che usano la giustizia a fini di lotta politica”.

Sgarbi chiede il rinvio del voto nel Lazio. “La lista Sgarbi ha certamente diritto di poter approfittare di altri giorni di campagna elettorale ed è giusto che si rispetti questo diritto” commenta Berlusconi nel corso di una conferenza stampa a palazzo Chigi. La rete Liberal-Sgarbi, dopo la riammissione da parte del Tar del Lazio, ha depositato stamani il ricorso per far slittare il voto nella Regione. “Se bocciano il nostro ricorso vedremo cosa fare, ma sicuramente ne faremo delle belle”, minaccia Vittorio Sgarbi durante la conferenza stampa. I legali del critico d’Arte paventano il rischio di “annullamento delle elezioni”: l’avvocato Diego Volpe Pasini sottolinea infatti come “il decreto sia impugnabile e si possa richiedere la ripetizione delle elezioni. Nel caso di bocciatura siamo pronti a ricorrere al Tar e al Consiglio di Stato per chiedere di ripetere le elezioni”.
Quando riprende parola il leader di Rete Liberal i toni si fanno caustici: “Il Tar ha messo 20 giorni per contare 2.170 certificati, pretendo che quei giorni mi vengano restituiti. Altrimenti è fascismo, è regime”. Poi ritrova l’appoggio del vecchio leader: “Berlusconi è d’accordo”. “Io voglio la par condicio della campagna elettorale perché fino a ieri l’altro non potevo nemmeno dire di essere candidato – incalza ancora Sgarbi – Gli altri hanno avuto quattro settimane per spiegare le proprie ragioni e programmi e io ne avrei solo una. Il minimo garantito devono darmelo, se dicono di no è regime”. “Chiedere di spostare le elezioni a questo punto è un mio diritto. È chiaro che Sgarbi arriva e rompe i c… – aggiunge – In noi Berlusconi ha visto la zattera della libertà e stamane mi ha detto “Vai” anche se la parte forte del partito non era d’accordo come mi ha detto Verdini”.
Il critico d’arte votato alla politica non risparmia la propria acredine, da Casini a Scalfari ne ha per tutti: “Casini è uno che si fa i c… suoi, il trans vero è Casini in base al ragionamento che l’amante ideale è quella che cambia sempre posizione”. L’unica lista nella quale il premier può rivedersi, all’indomani della non-riammissione della lista Pdl nel Lazio secondo Sgarbi è proprio rete Liberal in quanto “le altre liste presenti sono Mastella e il nome stesso dice chi è, Pionati che è etereo e Casini che è antagonista di Berlusconi e si fa i c… suoi”. Una propaggine del Pdl quindi? Il critico nega: “Io il servo di Berlusconi non lo faccio, mi faccio i c… miei – è la formula preferita da Sgarbi – poi può succedere di essere sulla stessa posizione ma è lui che impara da me, che si riflette in me”. Uno scontro fra titani insomma, che si rivolve in una comunione di intenti, almeno per ora: per la “par condicio di campagna elettorale”. “Stamattina ho visto Berlusconi, ero convinto che mi dicesse ritira la lista, invece ha sorriso e mi ha detto “Hai ragione”. Sono quei delinquenti e fascisti – attacca – che dicono che se De Benedetti e Scalfari sono d’accordo significa che hanno le stesse idee e se, invece, io lo sono con Berlusconi sono suo servo”.
Confusosi con il suo riflesso, Sgarbi tuona contro i magistrati “ignoranti come le capre. Ci hanno messo venti giorni a contare le 2.117 Firme che abbiamo presentato. Un conteggio – rimarca – che una mia valida collaboratrice archeologa ha fatto in venti minuti”. Ecco, “io voglio quelle due settimane di campagna elettorale che mi sono state negate e che sono iniziate quando è stato imposto il silenzio a Floris, Santoro e Vespa. E’ una richiesta minima di par condicio della comunicazione. Se qualcuno mi dice di no li prendo a calci in culo, faccio più di quello che Di Pietro ha chiesto per Minzolini”.
Sul rinvio arriva il sostegno del sindaco Alemanno: “Penso che quindici giorni di ulteriore campagna elettorale, parlando dei problemi dei cittadini e non delle liste e delle polemiche, siano molto utili”. Forse preoccupata dalla discesa in campo del più carismatico, nel bene e nel male, Sgarbi, Renata Polverini non è contenta: “Io sono in corsa ormai da tre mesi, ho incontrato tantissime persone e penso che si debba andare a votare alla data indicata”. Dello stesso parere Storace, secondo il quale “la lista Sgarbi era già stata ammessa in tre province su cinque, al punto che è stata invitata alle Tribune Regionali Rai. Stiamo parlando di un rinvio che non ha alcun fondamento. Del resto, alle Politiche non si rinviano le elezioni se una lista viene riammessa in una circoscrizione. A noi, ad esempio, capitò in Abruzzo, mica avemmo il diritto di far spostare le elezioni in tutta Italia…”.
Dall’esecutivo arriva una chiosa tecnica: “La risposta spetta alla Regione Lazio, dopo aver sentito il ministero degli Interni”, dice il ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. “E’ chiaro – aggiunge Calderoli – che se una lista è stata ammessa, ha diritto ad avere i tempi ordinari per fare campagna elettorale”.

Giustizia ad orologeria(?)/1: Frisullo. Un nuovo tassello si aggiunge all’intricato quadro del nostrano Escort-gate. Da quanto si apprende dall’interrogatorio, reso alla Procura di Bari da Giampaolo Tarantini, l’imprenditore barese avrebbe fatto arrivare da Parigi a Bari una escort per l’ex assessore Sandro Frisullo (quota Pd della giunta Regionale uscente).
«Con Frisullo avevo un accordo per una sorta di “protezione politica” – dichiara Tarantini ai pm – ad un costo fisso di 12.000 euro al mese, somma che ho versato da gennaio/febbraio 2008 fino a novembre 2008. Per le delibere che avevo vinto alla Asl Lecce consegnai a Frisullo in due, tre tranches 50.000. Di seguito iniziai i pagamenti mensili». L’imprenditore, agli arresti domiciliari dallo scorso novembre, dopo aver fatto il nome del premier, procede ora con quelli dei politici locali, rivelandone il «prezzo» per essere favorito negli affari.
Ragazze, ma anche vere e proprie tangenti: «Sono due gli unici politici pugliesi ai quali ho corrisposto tangenti». Uno è Frisullo, il nome dell’altro è al vaglio magistrati, alle prese con ulteriori verifiche.
«Ho conosciuto Frisullo – aggiunge Tarantini – attraverso De Santis (l’imprenditore Roberto De Santis, ndr) che, come ho già detto, me lo presentò nel 2006/2007. Frisullo sapeva delle frequentazioni che avevo, delle ragazze che frequentavo. Quando il rapporto con lui si intensificò pensai di sfruttare l’opportunità rappresentata dal fatto che lui era Assessore alle infrastrutture e vicepresidente della Giunta regionale, chiedendogli alcuni piaceri in cambio di denaro, cosa che effettivamente avvenne».
Si attendono ulteriori accertamenti della procura, ma da ieri sera l’ex vicepresidente della Puglia è agli arresti. Oggi Nichi Vendola, in corsa per un secondo mandato ostenta sicurezza: «Non temo nessun danno da questo arresto. Bastava essere oggi in una delle piazze che mi hanno applaudito…». Proprio nessun timore? «No. Io Frisullo non lo attacco e non lo difendo, nei comizi però dico che il centrosinistra non può usare la parabola evangelica, non può riferirsi alla trave del Pdl rispetto alla nostra pagliuzza». Per nulla «infastidito » giura di non aver perso la sua «serenità» ed anzi, invita la politica «a rispettare l’indipendenza della magistratura». Poi però sprona a «prendere di petto una questione morale che riguarda tutti, il Pdl quanto il Pd».

Giustizia ad orologeria/2: Trani. Come anticipato nel Diario di ieri, le carte dell’inchiesta su Berlusconi sono state spedite ieri pomeriggio alla volta della Procura di Roma.
Dopo un primo esame tutto il materiale sarà girato dai pm della Capitale al Tribunale dei ministri, che deciderà se mandare avanti l’inchiesta o archiviare. A Trani, invece, sono rimaste le carte sul “Direttorissimo” Minzolini, sotto inchiesta per rivelazione del segreto istruttorio, e sul commissario dell’Agcom Giancarlo Innocenzi, indagato per favoreggiamento nei confronti dello stesso Berlusconi.
Il cambio di Procura è stato deciso ieri in mattinata, in quanto il reato contestato al premier è stato compiuto a Roma: da lì sarebbero infatti partite le telefonate intercettate in cui Berlusconi esercitava pressioni per sospendere “Annozero”, lamentarsi di “Parla con me”, censurare tutto ciò che in Rai non riscuoteva il suo plauso.
La decisione degli inquirenti accoglie quindi l’istanza depositata due giorni fa dai legali del Cavaliere, Niccolò Ghedini e Filiberto Palumbo. Ed infatti il trasferimento piace al centrodestra, per quanto anche oggi qualcuno si lamenta: “Il centrosinistra arma il braccio di alcuni magistrati contro i leader che non riesce a sconfiggere con le elezioni” deplora la Carfagna. Il centrosinistra chiamato in causa dissente: “Quello che emerge dalle intercettazioni – chiarisce la Bindi – al di là dei profili giudiziari della vicenda, è che c’è una vera e propria ingerenza politica pesante da parte del presidente del Consiglio. Non so se è un reato, ma politicamente è un comportamento scorretto, molto scorretto del premier, che tutti sanno essere un imprenditore di televisioni, sul servizio pubblico”.
Tornano a Roma anche gli 007 di Alfano, che negli uffici di via Arenula danno il via all’esame delle carte, dal quale verrà fuori la relazione richiesta dal Guardasigilli.

Gli incentivi (?) del governo. Via libera del Consiglio dei ministri al decreto legge per il fondo incentivi allo sviluppo economico a sostegno dei settori in crisi. Le risorse messe a disposizione ammontano a 300 milioni di euro, di cui 200 milioni arriveranno dalla lotta all’evasione fiscale e 100 verranno girati dalle risorse del ministero dello Sviluppo economico. Fra le misure: fino a 1.000 euro per chi acquista una cucina nuova, 1.500 per chi rottama un due-ruote inquinante e ne compra uno elettrico, bonus per velocizzare il piano casa, fondi per le tv locali e molto ancora. Ma Confindustria è critica: “Le misure adottate sono finanziariamente limitate e molti settori in difficoltà non possono beneficiare dei vantaggi previsti dagli interventi. Ci rendiamo tuttavia conto che la situazione della finanza pubblica non permette il varo di misure più consistenti. Chiediamo che le risorse tolte al credito d’imposta per la ricerca siano al più presto ripristinate per garantire quelle imprese che hanno già realizzato gli investimenti in innovazione – conclude la nota di Confindustria – necessari al superamento della difficile congiuntura economica”.
Il decreto attuativo “sara firmato entro domani e avrà partenza nella data del 6 aprile”, dichiara il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola, sottolineando come l’obiettivo del dl sia quello di “sostenere” la ripresa economica, raggiungendo entro l’anno una “crescita dell’1-1,2%”. Scajola ammette che le “risorse disponibili sono poche” e per questo “abbiamo fatto un attento lavoro per mirarle in maniera chirurgica”. Il dl non avrà “un impatto sui conti pubblici, non crea deficit”, garantisce Scajola, perché la copertura viene “dal contrasto all’evasione”. Puntualizziamo che il contrasto all’evasione copre solo i due terzi. Emma Marcegaglia prova a sostenere l’iniziativa governativa: “E’ un piccolo aiuto a settori che hanno avuto andamenti molto negativi, sono pochi soldi ma è un supporto”. In realtà, la conseguenza dei fondi limitati è che una volta finiti si bloccano anche gli incentivi. Nel dettaglio, lo sconto viaggerà sul web ed una sorta di semaforo bloccherà gli incentivi non appena verranno esauriti i fondi. Attenzione: chi arriverà tardi potrebbe non ricevere l’aiuto. Il segretario del Pd, Pierluigi Bersani diffida: “Non credo che siano queste le cose che servono, serve spingere sull’innovazione, sui problemi strutturali della piccola impresa e dare degli orizzonti, aiutare la ricerca e l’internazionalizzazione”.

Ginevra Baffigo

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