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Giustizia ad orologeria? Un grande bluff 15 anni di “bombe” esplose lontano voto Ma ora il rischio è che qualcuno ci pensi

marzo 19, 2010 di Redazione 

Basta incrociare il calendario dei procedimenti giudiziari al premier – si parla quasi solo esclusivamente di lui – e quello della politica italiana di questi quindici anni per vedere che solo in un caso: questo delle Regionali 2010, la nostra Giustizia è intervenuta a ridosso delle elezioni (e non di altri passaggi certamente sensibili ma che non coinvolgono il voto degli elettori e il rinnovamento delle varie cariche). Dal primo episodio “denun- ciato” – quello dell’avviso di garanzia al Cavaliere durante la Conferenza mondiale sulla criminalità, nel 1994 – a tutte le vicende successive – che ripercorriamo insieme – il leit motiv è una magistratura molto “attenta” nei confronti di Berlusconi – lo sappiamo, lo abbiamo già scritto ed è un punto, a parte, che può essere discusso – ma che in nessun’altra occasione è intervenuta davvero a ridosso di una tornata elettorale. Vediamolo insieme.

Nella foto, il presidente del Consiglio: in imbarazzo?

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La storia della “giustizia ad orologeria” comincia il 22 novembre 1994, quando il nostro presidente del Consiglio – allora per la prima volta alla guida del Paese, dopo la vittoria alle Politiche del marzo dello stesso anno – si trova a Napoli per la Conferenza mondiale sulla criminalità organizzata. Il Corriere esce con la notizia che Berlusconi è raggiunto da un avviso di garanzia nell’ambito di un’inchiesta su Telepiù. Secondo la ricostruzione che ne fa Alessandro Sallusti – oggi condirettore de il Giornale, allora caporedattore in via Solferino – il Corriere quella sera ebbe una copia dell’avviso di garanzia che non era ancora stato recapitato – sarebbe accaduto solo nella prima mattina del giorno successivo – al capo del governo.

Le elezioni si erano tenute, appunto, dieci mesi prima. Non c’era la prospettiva di alcuna crisi di governo. Tuttavia l’appuntamento a cui il Cavaliere prendeva parte offriva una vetrina straordinaria per chi avesse voluto colpire Berlusconi. Va detto che l’avviso fu firmato da Antonio Di Pietro, il cui successivo ingresso in politica – sul fronte opposto – non può non gettare un’ombra sui fatti di quelle ore (e per questo pone il problema dei magistrati che scendono in politica, e dovrebbe indurre la nostra politica a prendere provvedimenti affinché questo possa avvenire solo nel rispetto di regole ben precise, sempre che si stabilisca debba poter avvenire).

Sta di fatto che poi il governo cadde, dopo aver perso la fiducia della Lega di Bossi, allora ancora molto severa sul piano della legalità anche nei confronti del futuro compagno di cene del lunedì del Senatùr ad Arcore.

Le dimissioni arrivarono però a fine gennaio 1995. In quegli stessi giorni comincia una nuova indagine a carico del Cavaliere, per un falso in bilancio perpetrato – è la tesi dei giudici – versando una somma in “nero” pari ad un miliardo di lire nelle casse del Milan (e del Torino) per l’acquisto di Gianluigi Lentini. Nella logica della nostra politica (autoreferenziale), si può ritenere che quella inchiesta dovesse servire a “finire il lavoro” di Di Pietro, ma va detto che il governo era già in crisi e la caduta vera e propria avviene il 17 gennaio. Lo stesso procedimento in seguito non disturberà più momenti cruciali della vita politico-elettorale del premier: il rinvio a giudizio è datato gennaio 1998, con il governo Prodi ancora saldamente in carica e la prospettiva di altri tre anni di legislatura. Il processo inizia poi nel giugno del 2000, dopo le Regionali – 17 aprile – e la sconfitta del centrodestra.

Il 12 luglio 1996 Berlusconi viene rinviato a giudizio per finanziamento illecito. Le elezioni si sono tenute due mesi prima. Le indagini cominciano effettivamente a cavallo della campagna elettorale, e si potrebbe immaginare che le (presunte) procure politicizzate stessero preparando una nuova sorpresa al Cavaliere per i suoi primi mesi di (nuovo) governo, ma l’esito del voto era tutt’altro che scontato e, in ogni caso, non fu influenzato dal lavoro degli investigatori e dei magistrati che non emerse in quella campagna elettorale.

Sempre nel 1996 – era dicembre – con Prodi praticamente appena insediato a Palazzo Chigi e lontano da ogni elezione, si tiene il primo interrogatorio dell’avvocato Mills, il processo nei confronti del quale i nostri lettori conoscono bene perché si protrae fino ai giorni nostri, fino al Lodo Alfano, ai disegni di legge sul processo breve e al legittimo impedimento. Nonché alla riduzione dei tempi di prescrizione dei reati, che manda in soffitta quello di cui è imputato Mills e, staremo a vedere, presumibilmente anche l’accusa di corruzione – correlata – al presidente del Consiglio.

Anche in questo caso, nessuna incidenza su alcun momento sensibile della vita politica italiana.

Nel 2001 al contrario vince, com’è noto, il centrodestra e partono – ma senza sfiorare il voto - i processi Sme e Lodo Mondadori. Quest’ultimo, come per Mills, si prolunga fino ad oggi, quando viene “accusato” (il processo) di fare giustizia ad orologeria: la sentenza che condanna Fininvest al versamento di grosse cifre di denaro a De Benedetti coincide con la vigilia della decisione della Consulta sul Lodo Alfano, e per il Pdl è un tentativo di influenzare la decisione della Corte. «Se sono coincidenze sono coincidenze sospette», dice il ministro dei Trasporti Matteoli.

Nel novembre del 2007 esplode il caso delle intercettazioni sulle telefonate tra Berlusconi e Saccà, che configurano la nascita di una sorta di monopolio televisivo in cui Rai e Mediaset costituiscono un’unica entità, ovviamente sotto il controllo del Cavaliere. Ma anche stavolta le elezioni non sono neppure all’orizzonte, visto che Prodi è saldamente alla guida dell’esecutivo e semmai la vicenda lo rafforza, anche se qualche mese dopo si sarebbe verificata l’(imprevedebile) caduta determinata dalla “sfiducia” di Mastella.

Una campagna dichiaratamente anti-berlusconiana è quella di Repubblica alla vigilia delle Europee dell’anno scorso, e poi per i mesi successivi con le rivelazioni di Patrizia D’Addario. Ma non riguarda la magistratura e nel caso della D’Addario succede lontano da ogni tornata elettorale, a meno di non voler considerare sei, sette mesi un tempo (pieno) di campagna elettorale, al punto che qualsiasi vicenda possa influenzare in modo diretto l’esito del voto.

Nelle settimane immediatamente precedenti le politiche del 2006, peraltro, erano stati i giornali della destra a portare alla luce le intercettazioni telefoniche del caso Unipol, quelle che vedevano coinvolti Massimo D’Alema e Piero Fassino. Tutto questo è sicuramente “ad orologeria”, nel senso che ha l’obiettivo (malcelato) di colpire una parte alla vigilia di un voto. Ma non ha nulla a che vedere con la magistratura: quelle intercettazioni erano note da anni e solo una scelta politico-editoriale le rilanciò in vista del voto del 2006.

Insomma, ci può essere – su un altro piano – il ragionevole sospetto di un’attenzione particolare nei confronti del premier da parte dei giudici – questo il giornale della politica italiana ha già avuto modo di scriverlo. Anche se va detto che in molti casi il Cavaliere si è dovuto (ri)scrivere la legge per essere sicuro o, talora, evitare probabili conclusioni avverse dei procedimenti - ma gli unici possibili veri casi di “giustizia ad orologeria” – ovvero che si siano verificati in prossimità di un’elezione – sono – lo dice la ricostruzione che vi abbiamo appena proposto – quelli che, in queste ore, riguardano il centrosinistra sul fronte Frisullo e il centrodestra per la vicenda di Trani (a fronte di una tornata elettorale Regionale e dunque senza una totale identificazione dei vari centrodestra locali nella figura del premier, peraltro sotto attacco perennemente e dunque anche meno vulnerabile, sul piano dell’immagine, attraverso la detonazione di bombe giudiziarie).

Già qualche settimana fa – alla vigilia delle elezioni in Puglia – giornali pugliesi avevano sostenuto che Vendola fosse indagato (e non lo era).

Viene da pensare che la “giustizia ad orologeria” sia un meccanismo perverso che proprio la nostra politica, con il suo gridare (e così diabolicamente “suggerire”) al lupo, ha creato in questi anni, e che potremmo trovarci a dover sopportare – come non abbiamo fatto veramente fino ad ora – nei prossimi.

Per evitarlo, come il giornale della politica italiana sostiene da tempo, la nostra politica deve fare un passo indietro. Assumersi la responsabilità di stemperare i toni – che le spetta in quanto guida – per il bene del Paese.

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