Top

Politica&comunicazione, a senso unico? Berlusconi trasforma i (suoi) guai in virtù E Bersani aspetta (ancora) il dibattito tivù

marzo 17, 2010 di Redazione 

Va in onda ora il richiesto – dal segretario Democratico – e naturalmente necessario (al Paese) confronto in Parlamento sui temi della crisi. Prova evidente di come sarebbe sufficiente, per il centrosinistra, insistere un po’ per contribuire a dettare quell’agenda (ovvero ciò di cui si discute e il modo – il segno – in cui lo si fa e dunque in cui ciò che accade viene percepito dagli italiani) che invece, a tutt’oggi, viene scritta (con grande abilità) a proprio piacimento dal presidente del Consiglio. E così il caos delle liste Pdl può diventare – senza opposizione (è proprio il caso di dirlo) – colpa della «gazzarra radicale» (con il centrosinistra che sta ad aspettare, dal canto suo, che il Pdl «chieda scusa»: e per quale ragione, comunicativamente, dovrebbe farlo se nessuno glielo impone battendo – rispettosamente – nelle orecchie degli italiani quella che poi è, per una volta, la verità dei fatti?); così come la vicenda delle intercettazioni – che al di là della configurazione o meno di reati, mostrano fatti gravi che da altra (da vera) opposizione sarebbero potuti essere trasformati in una raffica di gol elettorali – che si trasforma (invece) in un pretesto, per il presidente del Consiglio, per dichiararsi vittima dei «magistrati in combutta con la sinistra» e, quel che è peggio – non per la «sinistra» ma per tutti – per trasformare la manifestazione di sabato in una piazza «in difesa della privacy», ovvero contro il fondamentale strumento (di indagine e anche monitoraggio del comportamento pubblico di personaggi che ricoprono incarichi pubblici, dunque nulla a che vedere con la privacy quella vera, quella dei comuni cittadini. E che naturalmente nulla deve avervi a che fare, nel senso che i fatti privati tali devono rimanere e non certo finire diffusi dai giornali) che in pratica impedisce, ancora, ad oggi, ai mali del nostro Paese di dilagare forse definitivamente, anche considerato il clima culturale. Insomma, il profilo basso di Bersani in tema di comunicazione non solo non convince, ma non funziona. Comunque vadano queste elezioni, il centrosinistra ha bisogno di cambiare passo da questo punto di vista o continue- rà ad esistere una totale divaricazione tra le (presun- te) mancanze del centrodestra e un consenso elettorale al governo che calerà, magari, sì, ma in misura e a velocità molto inferiori a quelle alle quali calerebbe in un altro Paese o con un’altra opposizio- ne. Sempre che cali naturalmente. Anche perché il Pd non si può “attaccare” al conflitto di interessi del premier, il quale però esiste, e impone una intensità di “fuoco” comunicativo più forte, perché il messag- gio passi, e non certo il contrario. Ce ne parla, per la propria parte, facendo (auto)critica, Andrea Sarubbi.

Nella foto, Pierluigi Bersani: attende(va) il dibattito (di oggi) in tivù

-

di ANDREA SARUBBI*

Se avesse potuto scrivere la sceneggiatura della campagna elettorale per le Regionali, nella quale i temi caldi dovrebbero essere altri, Silvio Berlusconi l’avrebbe conclusa esattamente così: lo schema dell’uno contro tutti (i giudici, la sinistra, la Rai e compagnia cantante) è quello che storicamente lo ha fatto vincere dal 1994 in poi.

Non so come, ma a ridosso del voto – nei giorni in cui i mass media dovrebbero parlare di lavoro, scuola e sanità – siamo riusciti a cadere nella trappola senza muovere un dito. La vicenda delle intercettazioni è l’esempio concreto della sua capacità di girare la frittata: sentir dire al Centrodestra che a Trani c’è stata una violazione della legge – e pensare che non si stanno riferendo alle minacce del premier sull’Agcom, ma alla diffusione delle notizie – ne è la prova. Che cosa è successo realmente? Che il presidente del Consiglio è stato scoperto mentre tentava di condizionare i programmi televisivi della Rai. Che cosa sta passando invece nell’opinione pubblica? Che la colpa è della sinistra, che vuole controllarci tutti i telefoni: tanto è vero che sabato prossimo, e non è una battuta, a Roma il Pdl manifesterà per la privacy. Uno schema analogo è accaduto con la storia delle liste, anche questa scaturita per responsabilità del Pdl (se fossero stati alle regole, come gli altri, non sarebbe successo nulla) ma data in pasto all’opinione pubblica come se si trattasse un attentato alla democrazia: i soliti bolscevichi – stavolta misteriosamente appoggiati dai radicali, che comunisti non sono mai stati – che sentono la nostalgia delle purghe staliniane. E la storia potrebbe proseguire: l’avanzata verso la libertà (il decreto salva liste) stoppata dalle forze del male (la Corte d’Appello, il Consiglio di Stato, il Tar del Lazio) ne è un altro esempio. Nel giro di poche ore, ieri pomeriggio, sia Bersani che Casini hanno dimostrato di esserne perfettamente coscienti: il primo ha parlato di “una favola antica”, una “rissa confusa, un frastuono che Berlusconi solleva ad ogni campagna elettorale”, il secondo che il premier “è un campione imbattibile del vittimismo” e dunque “continuare ad attaccarlo è un grave errore”. Eppure, siamo sempre lì, a fare il suo gioco, senza sapere come abbiamo fatto a cascarci pure stavolta.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom