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Falchi Israele non fermano insediamenti Cala il primo gelo diplomatico con Barack Ue con lui per riavviare processo di pace

marzo 16, 2010 di Redazione 

Oggi è il Giorno della rabbia, per Hamas che (mal) sopporta l’occupazione israeliana dei Territori. La fine del restauro di una sinagoga vicino alla moschea-simbolo della resistenza palestinese alla (op)pressione del (solo) Stato “vicino” (o sarebbe meglio dire che si sovrappone e infrappone tra i palestinesi, appunto, e la nascita di uno tutto loro) è l’occasione per nuovi violenti scontri tra le due popolazioni. Ma il fronte, per Israele, non è solo “interno” (è proprio il caso di dirlo – ?): l’amministrazione Democratica non avvalla la politica di occupazione israeliana che contraddice e contrasta, appunto, il processo di pace. E tra i due alleati cala il gelo. Ce lo racconta la nostra Rosadi.

Nella foto, un contrariato, deluso e preoccupato Barack Obama

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di Désirée ROSADI

Israeliani contro palestinesi, ancora una volta. È di poche ore fa la notizia di violenti scontri a Gerusalemme tra militanti di Hamas e agenti israeliani, iniziati ieri nel corso dell’inaugurazione della sinagoga Hurva dopo il restauro. Da ieri lacrimogeni, pallottole di gomma e pietre imperversano nella Città Santa. Quaranta i feriti tra i palestinesi. Il luogo di culto è stato edificato proprio vicino alla moschea al-Aqsa, e per la cerimonia i palestinesi hanno ricevuto il divieto di recarsi sulla Spianata del Tempio. Il “giorno della rabbia”, così è stata chiamata da Hamas la giornata di celebrazione della sinagoga, pretesto per la rivolta palestinese contro le politiche di occupazione israeliana nei Territori.

A scatenare la rivolta non è solo l’inaugurazione della sinagoga. Già da alcune settimane la decisione di costruire nuovi insediamenti, presa dal governo israeliano, è stata duramente criticata da Usa e Ue, e forse la pressione diplomatica in atto accresce le possibilità di una ripresa del processo di pace. Hillary Clinton pochi giorni intimò a Benjamin Netanyahu di ritirare l’autorizzazione all’allargamento degli insediamenti israeliani in Cisgiordania: “Sono irritata dalla politica coloniale israeliana”, aveva fatto sapere la Clinton, parlando di uno Stato israeliano che “dà un segnale negativo nelle relazioni con gli Usa e nel processo di pace”. Ma secondo il ministro degli Esteri israeliano, Lieberman, “la comunità internazionale non tiene conto degli sforzi compiuti da Israele nel corso dell’ultimo anno”.

L’Unione europea aveva fatto pressione affinchè Israele rinunciasse ad ostacolare il dialogo con i palestinesi, e un punto a suo favore poteva essere lo stop alla costruzione degli insediamenti in Cisgiordania. Ma così non è stato. Alla vigilia della prima visita nella regione del capo della diplomazia europea, la britannica Catherine Ashton, le posizioni sono rimaste immutate, così la Ashton si era detta “molto preoccupata” per l’atteggiamento di chiusura israeliano. Sulla stessa lunghezza d’onda degli Stati Uniti e dell’amministrazione Obama, che pongono duri limiti ai nuovi progetti di insediamenti.

Tutto rinviato a data da destinarsi. L’inviato speciale degli Stati Uniti per il Medioriente, George Mitchell, ha deciso di rinviare la sua visita nella regione, e salta anche l’incontro che il rappresentante di Obama doveva avere con il presidente israeliano Shimon Peres e con Netanyahu. Lo scontro è duro, Usa e Israele sono tornati indietro, ai tempi della guerra dello Yom Kippur, dell’ottobre 1973, durante la quale Washington e lo Stato ebraico attraversarono la fase più delicata nei loro rapporti. Aspettando le nuove date per gli incontri diplomatici, la comunità internazionale confida nelle scelte di Obama e nella sua diplomazia.

Désirée Rosadi

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