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L’editoriale. Caso/caos liste, ora il rischio astensionismo di L. Crespi

marzo 11, 2010 di Redazione 

Mai come in queste due settimane la nostra politica si è rivolta(ta) su se stessa toccando picchi inediti (anche per la Seconda Repubblica) di autorefe- renzialità. Il giornale della politica italiana avverte direttamente il disagio di non potere, o di avere molta difficoltà, dal canto suo, a svolgere una narrazione che riguardi proposte concrete per il futuro del Paese, “costretto” appunto com’è – com’è tutta la grande stampa – a seguire, in questo caso, la vicenda delle liste Pdl. Su cui, come avete visto ieri, il Politico.it ha comunque fatto rumore al punto da “costringere” ad una smentita la presidenza della Camera, di cui trovate qui sotto. Ma oggi andiamo oltre, e cominciamo a farlo analizzando, con il grande sondaggista, la percezione di tutto questo nel Paese e i possibili effetti/ripercussioni per la politica italiana e, quindi – anche se i protagonisti stessi della nostra politica sembrano aver perso il senso di questo “rapporto” – per tutti noi.

Nella grafica Luigi Crespi

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di LUIGI CRESPI

La bocciatura della lista Pdl nel Lazio arriva in un momento in cui l’Istat ci informa che 11 milioni di cittadini si disinteressano completamente della politica. E tutti i sondaggi di tutti gli istituti danno evidenze negative per tutti i partiti. Emerge quindi con forza il dato politico che probabilmente troveremo nelle urne tra 3 settimane: l’astensionismo, cioè quel rifiuto democratico di scegliere tra le offerte politiche che sono proposte ai cittadini. Analizzeremo dopo il voto le ragioni, le matrici di quello che chiameremo lo scollamento del paese reale con il paese che ha in testa la politica.

Facciamo un esempio: martedì il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha detto che gli italiani si riconoscono nella Costituzione come elemento unitario. Rispettosamente vorremmo ricordare all’esimio e anziano presidente che gli italiani non conoscono la Costituzione, né in forma né in spirito, ed in alcuni quartieri di Scampia o dello Zen non sanno nemmeno che esiste una Costituzione e la disunità nel nostro paese non è né geografica né politica, ma è determinata dalla disuguaglianze e dalle drammatiche differenze d’accesso ai diritti che cittadini di una stessa nazione hanno nei confronti del proprio Stato, tra cui il primo diritto è quello del lavoro, in quanto “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

Sulle pagine di questo giornale abbiamo ricordato ancora proprio martedì, con Marianna Madia, che il primo problema è il lavoro, la sua mancanza, la perdita di fiducia delle famiglie nel futuro e su questo tema centrale assistiamo a una deresponsabilizzazione di tutte le forze politiche, al punto che non si capisce chi debba dare una risposta a questi problemi.

Liste. Polverini, tanta fatica per nulla – Nel frattempo però la classe politica del nostro paese si agita nel caos delle liste, nel quale sostanzialmente il primo partito italiano non è riuscito a presentare formalmente, correttamente le proprie liste agli uffici appositi.

Per cui ci siamo trovati di fronte al rischio che per una questione meramente burocratica e di incapacità dei dirigenti di questo partito a milioni di elettori venisse negata la possibilità di scegliere il proprio. Abbiamo assistito ad appelli dell’opposizione – da Di Pietro a Bersani – che evocava una soluzione politica; poi notte tempo, dopo avere trovato pietose scuse e pretesti il governo ha emanato un decreto legislativo concordato con il presidente della Repubblica che sostanzialmente consentiva la riammissione solo delle proprie liste.

A questo è seguita la sdegnata e cannibalesca reazione dell’opposizione che probabilmente si era fatta l’idea di poter vincere grazie all’assenza dell’avversario. Crediamo che, in questo caso, la cura sia peggio della malattia e che tutto l’arco costituzionale abbia dato una pessima prova di sé, anche perché è paradossale che il primo partito italiano debba raccogliere 2000 firme in ogni regione per poter accedere al voto e che il più antico partito italiano come quello radicale debba avere la stesa incombenza.

La legge che determina l’accesso alla democrazia, al voto nel nostro Paese è una legge sbagliata, macchinosa e che nessuno rispetta. Opposizione e maggioranza hanno la colpa di non avere cambiato e mai rispettato.

E anche la bocciatura finale conferma l’errore fatale di Berlusconi (consigliato da chi?) nella palude di un decreto interpretativo poi bocciato dal Tar del Lazio. Meglio sarebbe stato decidere di rimandare il voto e consentire così a tutte le liste di poter riformulare la propria offerta “burocratica”. Ma quello che manca ancora oggi è l’impegno di tutto l’arco costituzionale a cambiare queste norme anacronistiche.

Tutto questo sforzo, tutta questa fatica per poi arrivare alla bocciatura del Tar per la lista del Pdl nel Lazio.

Par condicio. Talk show soppressi ma le tribune elettorali non partono – Mentre il paese assiste stupefatto alle liti sul caos liste lo stato del dibattito politico e elettorale è semplicemente grottesco. Cancellazioni di tutti i programmi di approfondimento politico e tutto questo esasperato da una rappresentazione (para-teatrale) nei pochi dibattiti televisivi ancora in onda, dove imbarazzati giornalisti e commentatori evitano di fare in nomi dei politici onde cadere in sanzioni.

È come se assistessimo alla Domenica sportiva senza fare i nomi dei calciatori o seguissimo un Gran premio senza poter fare i nomi delle scuderie e dei piloti. Insomma si è progressivamente scivolati nella pura comicità che non fa per niente ridere e tutto questo avviene nel momento in cui i cittadini devono informarsi e formare la loro opinione per esprimere il proprio voto.

Il tutto in una campagna elettorale che nega il dibattito, il confronto prima di tutto delle idee.

Chi viene danneggiato? Tutti senza esclusione alcuna, viene ferita la percezione stessa della politica che appare avulsa, astratta, macchinosa, cattiva e perfida. Vengono mortificati i livelli di partecipazione, condivisione, annullata l’empatia, la partecipazione e su questo la responsabilità non è solo di chi ha pensato alla par condicio, cioè la sinistra italiana per limitare, fermare la capacità di comunicazione di Silvio Berlusconi attraverso un allineamento verso il basso togliendo spot, cartelli, dibattiti politici pur di fermare Berlusconi, perché pari se non peggio è la responsabilità di Berlusconi che da anni ne parla come di una legge liberticida e alla vigilia del secondo anno, del suo terzo governo, ha imposto per la seconda volta in questa legislatura di ricorrere ad una par condicio potenziata, la prima per le europee oggi per le regionali.

Giustizia. Aiutateci a capire – Come in tutte le campagne elettorali anche questa ha i suoi bei capitoli intorno alla giustizia. Sono due le grandi indagini in corso. La prima su Balducci, quella che ha travolto Bertolaso e che nella sua dinamica mi lascia profondamente perplesso, come del resto mi lascia perplesso l’altro scandalo sul traffico telefonico Telecom-Fastweb. Entrambe le indagini risalgono al 2007 e mi domando sommessamente qual è il meccanismo che ha portato il loro innesco proprio ora e non tra un anno o tra un mese. Aggiungo che l’effetto della prima è quello di avere impedito la privatizzazione della Protezione civile, obiettivo nobile, meno nobile, anzi infame, è stata forse la pubblicazione delle abitudini sessuali di Balducci a mezzo tormentone stampa.

L’altro effetto è quello di essere intervenuti nella battaglia sugli assetti Telecom, facendo di fatto saltare completamente lo scorporo della rete e l’arrivo di Stefano Parisi al posti di Bernabè.

Troppi effetti collaterali, troppi lati oscuri per credere alla casualità e non invece nel vedere la magistratura come un potere attivo anche se ormai oscuro che ha una sua visione e un suo disegno del nostro paese, visione che non passerà mai al vaglio nelle urne.

Ed è per questo e non solo per questo che resisterò al sussulto di noia che continuamente m’assale per questa campagna elettorale e per il ripetersi ossessivo di tormentoni elettorali e andrò ostinatamente ancora a votare.

LUIGI CRESPI

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