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Una telefonata di Fini per far fuori Piccolo: ecco il “panino” di Milioni

marzo 8, 2010 di Redazione 

Esclusiva. Il giornale della politica italiana è in grado di svelare ciò che ha determinato il caos delle liste Pdl nel Lazio. Ecco cosa è accaduto nei minuti a ridosso di mezzogiorno di sabato 27 febbraio, quando il rappresentante del partito di Berlusconi (ma come scopriremo “suo” solo per metà, soprattutto a Roma) si è allontanato dal tribunale per «mangiare un panino», o più realisticamente per sostituire dei nomi nella lista predisposta per la Capitale. Una necessità che – e questo è ormai di dominio pubblico – è riconducibile alle lotte intestine al Pdl romano (e non solo). Ma secondo le fonti de il Politico.it, una delle tante telefonate ricevute da Milioni in quei minuti concitati avrebbe avuto come mittente il presidente della Camera in persona, che avrebbe imposto in extremis di togliere dall’elenco dei candidati pidiellini il recordman di preferenze alle ultime amministrative. La nostra firma per il centrodestra ci racconta cos’è successo quella mattina del 27.

Nella foto, il consigliere comunale di Roma Samuele Piccolo

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di PIETRO SALVATORI

“Vi abbiamo dato in mano Roma, e guardate cosa avete combinato”.

Nelle (presunte) parole che Berlusconi avrebbe rivolto ad Alemanno nella concitata giornata in cui l’ormai celeberrimo Milioni non seppe resistere, a suo dire, al suadente richiamo di un panino, quel che più risalta non è il concetto in sé, frutto, del tutto legittimo, di un patatrac che sarebbe riduttivo imputare al solo peccato di gola del delegato del Pdl, ma l’utilizzo di quella seconda persona plurale che, non si sa bene quanto consapevolmente, segna una netta cesura, agli occhi del presidente del Consiglio, tra l’orgoglioso “noi” degli ex forzisti e il “voi” che racchiude, secondo il punto di vista dell’inquilino di Palazzo Grazioli, la classe dirigente di provenienza aennina.

Il caos delle Regionali ha innescato una miccia che sarà complicato annacquare. E’ quella direttamente collegata al processo di fusione di due classi dirigenti fra loro disomogenee se non antagoniste, che hanno fatto confluire nel Pdl una notevole e riconosciuta potenza di fuoco politico-mediatica, ma anche la somma di tutte le contraddizioni di due organigrammi di partito che da troppo tempo non si sottoponevano ad una libera cooptazione congressuale per selezionare i propri decisori interni.

Fini aveva rabbiosamente sciolto le correnti interne ad An ormai un lustro fa. Operazione riuscita a metà: privi di inquadramento formale, attorno ai colonnelli del partito si sono comunque raggruppati i gruppi di pressione del partito, determinando una sopravvivenza di fatto delle forti caratterizzazioni d’area.

Berlusconi ha sempre rifiutato per Forza Italia la logica correntista. Fenomeno, questo, dunque più laterale e sfumato tra gli ex azzurri, ma non per questo a loro sconosciuto.

L’ascesa al Campidoglio di Alemanno, leader indiscusso della corrente sociale ex An dopo i rovesci abbattutisi su Francesco Storace, ha fatto storcere il naso a più d’uno all’interno del partito che fu Msi. Il sindaco di Roma, che ha sempre mal celato le proprie ambizioni di ascesa alla leadership nazionale usando Roma quale trampolino, si è saputo costruire una solida base politica che ne stabilizzasse la posizione.

La stretta alleanza con la parte di quei forzisti attenti a temi etico-sociali, dai cattolici formigoniani all’ala ex-socialista legata al ministro Sacconi, e la vicinanza di vedute con Tremonti, vero depositario de facto delle chiavi del partito, sono solo una parte della costruzione politica di Alemanno.

L’altra metà riguarda il patto d’acciaio stretto con Andrea Augello, senatore e neo-sottosegretario alla funzione pubblica e dominus di buona parte del partito a Roma e provincia, d’intesa con Alfredo Pallone, europarlamentare di matrice forzista e tenutario di un’enorme serbatoio di consenso nella zona meridionale del Lazio.

Il senatore Augello, forse casualmente, o forse no, si defilò durante il primo, fallimentare, tentativo di Alemanno di prendere possesso dell’aula Giulio Cesare.

“Non è per la mia assenza che Alemanno perse – ha rovesciato la questione Augello – Mi sono defilato perchè sapevo che sarebbe stata una battaglia inutile”. Sarà, fatto sta che con il sottosegretario a guida della campagna elettorale del 2008, la riscossa arrivò puntuale.

Ma ora quel patto sembra traballare. E se la mancanza della firma di Pallone nel modulo di presentazione del listino Polverini sembra una pura e semplice sbadataggine – sarebbe per lo meno dietrologico perdersi in altre letture della vicenda – l’imposizione di un candidato finiano ad un partito che nel Lazio di finiano ha ben poco, ha creato un’ansia da compensazione che è andata ad incidere nel processo di formazione delle liste elettorali.

Creando qualche mal di pancia di troppo che è andato ad intaccare il rapporto tra il sindaco della capitale e quello che sembrava il suo più solido alleato.

Due i casi del contendere, secondo i bene informati.

Il primo concernente l’imposizione in extremis di Di Paolo, protetto di Alemanno, quale capolista del Pdl, posizione sulla quale Augello non si è riconosciuto, e che ha a quanto pare determinato il vero motivo dell’allontanamento di Milione, costretto ad effettuare una modifica dell’ultimo momento, maldestramente nascosta dietro un irresistibile attacco di fame.

Il secondo è il mistero che circonda la presunta candidatura di Samuele Piccolo, outsider della politica cittadina romana, sorprendente recordman di preferenze per il Comune nel 2008, inviso alla classe politica della capitale.

Piccolo ha richiesto fortissimamente la propria presenza in lista, volendo fornire un’ulteriore prova di forza, nonostante le resistenze di Alemanno, che nel dicembre del 2008 gli aveva già revocato la delega sulla sicurezza. Al momento della partenza dei delegati dalla sede regionale del partito, per sua stessa ammissione, Piccolo ed il fratello erano gli unici presenti oltre ai coordinatori regionali e cittadini del Pdl, a testimonianza, quantomeno, che il consigliere comunale voleva accertarsi di persona della presenza del proprio nome nella documentazione.

Le voci che si sono rincorse della volontà di escluderlo, hanno trovato involontario eco proprio nelle parole di Piccolo, che ha avallato questa tesi invocando l’intervento (nientepopodimenochè) di Berlusconi in persona.

Rumors interni al partito accreditano una suggestiva tesi, che ad oggi non trova riscontro nei fatti: sarebbe stato lo stesso Fini, tramite il proprio entourage, a volerne stoppare la candidatura tramite una tardiva telefonata a Milioni.

Probabilmente solo schizzi di fango per macchiare la credibilità del consigliere comunale, che ha destato non poche invidie e gelosie nel partito quale recordman di preferenze personali sia nel 2006 sia nel 2008 (e già si rincorrono le malignità sulla natura di tale expoit), e per scaricare indirettamente la responsabilità del pasticcio sul presidente della Camera.

Fosse per Di Paolo, fosse per Piccolo (o per De Lillo, terzo “caso”, di minore rilevanza, di cui si parla in questi giorni. Con un fratello senatore ed un altro assessore comunale della Capitale, in pochi digerirebbero un altro membro della stessa famiglia assurto a ruoli di un certo peso nel Pdl laziale), fosse per tutti e tre, il panino di Milione è stato di difficile digeribilità per l’intero entourage del partito a Roma, creando una sottile crepa nel patto di ferro tra Alemanno e Augello che potrebbe essere destinata ad allargarsi rapidamente.

Osservano irritati i finiani, che vedono compromessa la corsa trionfale della propria candidata, imbufaliti i forzisti, che si sono alterati però anche con Cicchitto, che nel panorama politico della capitale ha un certo peso (la sua mano nella composizione del listino bloccato si è fatta sentire).

Una cosa è certa: Berlusconi proprio bene non l’ha presa, e il probabile redde rationem post-Regionali che su queste colonne si ipotizza già da qualche settimana, sarà ancora più aspro.

PIETRO SALVATORI

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