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Il successo delle (prime) elezioni in Iraq Non le hanno fermate attentati d’al-Qaida E contro questo (FOTO) 1/4 eletti donne

marzo 8, 2010 di Redazione 

Se questi giorni possono essere considerati come un momento di (lieve) recessione per il nostro Paese, sono stati invece una vera e propria primavera democratica nel Paese orfano (per sua fortuna) di Saddam Hussein. La cui destituzione (e successiva uccisione), insieme a quella che gli iracheni hanno vissuto come una colonizzazione da parte degli Stati Uniti, ha tuttavia favorito il reimpiantarsi delle radici del terrorismo islamico. Che proprio nelle ore immediatamente prima del voto è tornato a farsi sentire, provocando più di quaranta morti tra i civili. Ciò non è bastato ad inibire la voglia di democrazia e di autodeterminazione dell’Iraq, che ieri si è riversato in massa – anche se dovremo attendere ancora un paio di giorni per conoscere i dati ufficiali; ma la partecipazione è stata molto elevata – alle urne. Il probabile vincitore (anche per la sua proclamazione si dovranno attendere ulteriori verifiche, per la necessità di assicurare la piena democraticità del conteggio) è il premier uscente Nuri al-Maliki, la cui piattaforma è la stabilizzazione politico-democratica del Paese. Ci racconta tutto, Désirée Rosadi.

Nella foto, una donna al voto: molte di loro saranno elette (anche grazie alle liste sbloccate con preferenza) e potranno togliere (idealmente, e in futuro non solo) il burqa

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di Désirée ROSADI

Ieri diciannove milioni di iracheni sono stati chiamati ai seggi elettorali per l’elezione dei deputati parlamentari. Per i risultati ufficiali dell’esito delle votazioni dovremo attendere almeno quarantotto ore, ma già Nuri al-Maliki, premier uscente, sembra prevalere sugli altri candidati. In particolare, il successo del leader dell’Alleanza per lo stato di diritto è decretato dalla buona affermazione nel sud del Paese, roccaforte sciita: Maliki è in testa nella città santa di Najaf, che insieme a Bassora e Kerbala è crocevia petrolifero. Ancora non sono stati forniti dati ufficiali sull’affluenza alle urne, ma secondo le prime fonti non ufficiali sono molti, più delle ultime elezioni, gli iracheni che hanno votato nella giornata di ieri.

Il dato positivo dell’affluenza non era scontato. Soltanto ieri gli attacchi di al-Qaida ai seggi iracheni hanno provocato più di quaranta morti tra i civili. E nei giorni precedenti le votazioni si sono verificati numerosi attacchi terroristici. Eppure la paura non ha prevalso e la popolazione ha sfidato le violenze sunnite pur di scegliere i suoi rappresentanti in parlamento. Va sottolineato che sotto Saddam Hussein al-Qaida non esisteva, ma si è ramificata dopo la guerra del 2003: il terrorismo islamico ha portato migliaia di morti tra i civili (25 mila fino al 2005), e le torture dei detenuti iracheni e musulmani di Guantanamo e Abu Ghrayb hanno fatto il resto. L’opinione pubblica araba e islamica ha guardato l’intervento Usa e britannico come ad una nuova colonizzazione; una macchia che si è diffusa rapidamente e ha alimentato non poco la forza ideologica e militare di al-Qaida in Iraq. E tutto questo non aiuta la democratizzazione del Paese e la sua pacificazione interna.

Per i risultati delle votazioni bisognerà aspettare ben oltre le quarantotto ore: i voti saranno vagliati prima dalla missione di assistenza in Iraq delle Nazioni Unite, poi saranno diffusi i dati definitivi. La sfida elettorale ha visto battersi ben ottantasei partiti; tra questi risalta la formazione dei reduci del Ba’th, storico partito di Saddam Hussein. La sfida, nello specifico, coinvolge cinque coalizioni, fra cui quella del premier in carica. Il suo primo sfidante è lo sciita Ayad Allawi, che ha puntato la sua campagna elettorale sulla conciliazione nazionale sul laicismo. Invece, gli argomenti di al-Maliki ruotano intorno alla stabilizzazione politica del Paese: a poche ore dalle votazioni ha invitato tutti i candidati ad accettare il risultato delle urne, un esito che in ogni caso «cambierà la mappa politica del Paese». Tuttavia, per il premier «chi vince oggi potrebbe perdere domani», perché i problemi economici, sociali e politici che il nuovo Iraq si trova ad affrontare sono notevoli, e la loro risoluzione richiede una certa stabilità tra le forze politiche in campo.

A dare una speranza in più, in direzione della conciliazione nazionale, sono le donne, protagoniste di queste elezioni. La nuova Costituzione irachena, infatti, prevede la presenza di un quarto di deputati donne in parlamento. E con il sistema della lista aperta, nel quale l’elettore può esprimere la preferenza per un candidato, oltre che per il partito, la presenza delle donne non potrà che essere valorizzata. L’Iraq, ricordiamolo, è ancora ancorato ad un forte maschilismo, e la possibile avanzata femminile in parlamento, organo decisionale del Paese, segna una svolta sociale, prima che politica. Saranno le donne a portare una ventata di pace?

Désirée Rosadi

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