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Paranormal activity di Pietro Salvatori

marzo 7, 2010 di Redazione 

di PIETRO SALVATORI

C’è un tizio israeliano. Si chiama Oren Peli.

Questo tizio un bel giorno ha avuto un’idea banalissima, forse mangiando popcorn comodamente seduto mentre sul suo televisore al plasma passavano le immagini di The blair witch project: “magari potrei fare anche io un horror così”.

Detto fatto, Peli, autodidatta, programmatore di software per computer, butta giù un soggetto elementare – la solita lei perseguitata dal demone di turno, in un plot che ha curiosamente molto a che fare con quello più elaborato di Drag me to hell, pellicola che ha segnato il ritorno al genere di Sam Raimi, distribuito solo qualche mese prima – si arma di telecamera, arruola la propria ragazza e il migliore amico di sempre, e…ciak! Via ad un film a bassissimo budget, nemmeno 15.000 euro spesi tra pre e post produzione, fatto in casa, nel senso letterale del termine, visto che è stato interamente realizzato tra le quattro mura della casa del regista.

Un primo passaggio allo Screamfest film festival, nell’ottobre 2007, un secondo allo Slamdance film festival, nel gennaio dell’anno dopo. Il pubblico, pur di nicchia, impazzisce per l’efficacia e la qualità del prodotto, arrivano le major. Se lo accaparra la Paramount Pictures, che ci crede, pianifica una intelligente campagna di marketing virale, e riesce in un battibaleno a realizzare uno degli utili più strabilianti della storia. Sono circa 140 i milioni di euro incassati dal filmino amatoriale di Peli, il quale, per uno degli strani e bizzarri giochi del destino, avendo ceduto i diritti allo studio hollywoodiano per quattro spiccioli, non parteciperà alla ripartizione degli utili faraonici realizzati dalla sua creatura.

“Quando mi sono trasferito, insieme alla mia ragazza, nella casa in cui attualmente abito” – ha spiegato il regista – “ho iniziato a sentire rumori che non erano affatto misteriosi: lavori di ristrutturazione, il legno che scricchiolava a causa di variazioni termiche. Ovviamente non ho pensato a un fantasma, ma ho immaginato come sarebbe stato ritrovarsi in presenza di un demone nel luogo in cui per definizione ci si dovrebbe sentire a proprio agio. Così mi è venuta in mente la storia di una coppia che ha paura dei fantasmi e che, posizionando una telecamera nella stanza da letto, scopre con orrore che qualcuno, o qualcosa, in effetti è entrato”.

Un punto di partenza banalissimo per quello che doveva essere semplicemente un piccolo divertimento, una sfida con sè stessi, e che poi gli è sfuggito, piacevolmente, di mano.
Poi ci si sono messi di mezzo l’amore per l’Esorcista, quello per le avventure della straga di Blair, ed ecco fatto, gli ingredienti per raccontare le (dis)avventure di Katie e Micah erano completi.

Felicemente fidanzati da tre anni, quando decidono di andare a convivere Micah si trova messo di fronte ad un problemino. Katie lo informa che, da quando aveva otto anni viene perseguitata da una strana presenza, “un’ombra materiale”, come lei la descrive, che pare non essere entusiasta del nuovo inquilino con cui lei si trova a spartire il letto, e decide di intensificare i segnali della propria presenza immateriale.
Così la casa si anima. Le porte sbattono da sole, le lenzuola si gonfiano durante il sonno dei due innamorati, i lampadari oscillano, il borotalco, sparso sul parquet, rivela inquietanti orme, vecchie foto vengono ritrovate negli angoli più improbabili della soffitta.

Il tutto viene immortalato dalla telecamera di Micah, convinto che imprimere sulla pellicola quel che accade la notte, durante il sonno timido ed inquieto a causa del montante clima di tensione, possa portare alla soluzione dell’enigma.

In Italia il film arriva preceduto da una massiccia campagna di marketing, destinata al giovane pubblico televisivo.
Ed il trailer svela tutto quel che c’è da sapere sulla pellicola, che, nonostante la confezione riuscitissima, il successo meritato, la fama mondiale, è piuttosto fiacca e debole nel suo impianto.

La scelta di regia di costringere lo spettatore a guardare attraverso la videocamera amatoriale di Micah, che diventa così al contempo strumento diegetico ed extradiegetico, avrebbe richiesto un più accurato utilizzo del fuoricampo come strumento principe nella costruzione della tensione.

Un po’ come si è visto con il brillante Rec, del quale, proprio in questo periodo, arriva nelle sale il seguito, dove si riusciva a mescolare in un mix sapiente ciò che era concesso vedere da quel che rimaneva celato, ai margini dell’inquadratura, attraverso scelte di movimenti di macchina come di vero e proprio montaggio, tra un “spegni quella maledetta telecamera” e il nuovo pigiare sul tasto di registrazione.
In Paranormal activity, al contrario, si vede tutto. Il campo lungo sulla stanza dei due dormienti, immagine di copertina scelta per il trailer, non lascia spazio all’immaginazione, fallendo, dopo un iniziale e suggestivo impatto, nella creazione di quella tensione di cui il film avrebbe avuto bisogno per funzionare perfettamente.
Invece rimane un labile filo d’ansia e un interrogarsi, alla fine inutile, sul perchè di quello che sta succedendo.

Curioso come esperimento, fiacco come film. Avanti il prossimo.

PIETRO SALVATORI

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