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Diario politico. Il Pdl ha sbagliato (troppo) Il Pd dia il proprio placet a farli correre

marzo 3, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana crede che il centrodestra abbia commesso un grave errore in tutta questa vicenda. Assentarsi nel momento della presentazione della lista del Pdl nel Lazio? No, anche perché – com’è probabile – non si è trattato di un errore. Non apporre tutti i timbri necessari nel produrre la documentazione per la presentazione delle liste? E’ un errore ma formale. No. Il punto è che il centrodestra ha sbagliato a considerare le regole, e la democrazia, e con la democrazia i cittadini del nostro Paese – e nello specifico, ora ci veniamo, della Lombardia – qualcosa che non meritasse un rispetto profondo. Le firme delle persone morte con cui il Pdl lombardo ha raggiunto la soglia necessaria a consentire a Roberto Formigoni di presentare la propria lista, scoperte e smascherate, sono un profondo insulto nei confronti dell’intelligenza e dell’onestà dei cittadini italiani in Lombardia. A questo si aggiunge che le minacce, avanzate con tutta evidenza a scopo “estorsivo” – per ottenere da chicchessia la disponibilità a concorrere affinché il Pdl, e Formigoni, potessero rientrare in corsa nei rispettivi territori – di ritorsioni anti-democratiche nel caso in cui le regole vengano fatte rispettare, così come è dovuto e necessario, costituiscono un’offesa bruciante al bene condiviso da tutti noi: dal centrodestra per primo, che è al governo e sta usufruendo come nessun’altra parte politica nel nostro Paese della libertà e della “reciprocità” del gioco democratico, del sistema democratico nel quale viviamo, e che ci consente quella porzione di benessere – materiale e immateriale – di cui ancora godiamo. Dunque il centrodestra ha sbagliato profondamente. Ed è necessario un cambio di direzione. A cominciare ovviamente dai vertici assoluti (o attraverso il loro naturale, ormai prossimo avvicendamento). E lo dobbiamo auspicare tutti – tutti – E tuttavia per quanto e per come Formigoni da un lato, e il Pdl nella provincia di Roma dall’altro rappresentano una parte importante del Paese (ma non certo in questo modo insultante: gli stessi elettori pidiellini, molti di loro si sono ribellati in queste ore di fronte al comportamento dei loro dirigenti), il giornale della politica italiana chiede al Pd, all’idv e al resto dell’altra metà della nostra politica un atto di generosità e di estrema responsabilità a stretto sistema con la richiesta, per nulla polemica, di quel cambio di direzione (futuro) a cui il centrodestra deve dedicarsi. Per il bene di tutti. Chiediamo cioè al centrosinistra di riconoscere – per quello che può dipendere dalla nostra politica – la possibilità che, nell’assoluto rispetto delle regole e anzi in nome di un ritorno ad una condivisione assoluta nel loro rispetto, e senza ricorrere a quel pasticciaccio brutto di leggi ad hoc a cui abbiamo troppe volte assistito in questi mesi, che degradano totalmente la politica italiana, Formigoni da una parte e la lista del Pdl nel Lazio possano essere riammesse in corsa. Non perché sia giusto per le “scelte” che hanno fatto, non per le minacce inaccettabili che sono venute da alcuni (isolati) esponenti di quella parte, non in nome di una sovranità assoluta (del consenso), ma per un (miglior) futuro del nostro – comune e unico, e se vorremo straordinario – Paese. Ora il racconto di Finelli.

Nella foto, il presidente uscente della Regione Lombardia Roberto Formigoni: metterà da parte la propria protervia?

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Il racconto

di Carmine FINELLI

Incredibile, ma vero. Per il Popolo della libertà la presentazione delle liste sta diventando una vera e propria odissea. Colpa di dilettanti allo sbaraglio? Forse. Nel mentre si chiariscono le responsabilità, il partito del presidente del Consiglio dovrà fare a meno del candidato in Lombardia e nel Lazio.
Arrivano i primi verdetti sui ricorsi presentati in Lazio e in Lombardia dal Pdl. Si tratta di due stop per Roberto Formigoni candidato in lombardia, e Renata Polverini, candidata in Lazio. La Corte d’Appello di Milano respinge il ricorso per la riammissione della “Lista per la Lombardia” di Roberto Formigoni alle elezioni regionali lombarde. La Corte d’Appello di Roma fa altrettanto con il ricorso della lista Pdl della provincia di Roma, depositato martedì mattina. “La lista Pdl Roma è fuori dalle elezioni, il ricorso è stato respinto” afferma il coordinatore regionale Vincenzo Piso. Dichiarazioni alle quali replica immediatamente il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Paolo Bonaiuti: “Impensabile lasciare Lazio e Lombardia senza scelta”. Nella capitale resta pendente in commissione d’Appello il ricorso per il listino provinciale della Polverini. La querelle sulle liste non è destinata ad esaurirsi in breve tempo: il vice coordinatore lombardo del Pdl Massimo Corsaro annuncia che è intenzionato a ricorrere al Tar, come faranno i suoi colleghi del Lazio. A confermarlo è Beatrice Lorenzin, portavoce del Comitato elettorale Polverini: “Ora ricorreremo al Tar. Siamo fiduciosi che si pronunci favorevolmente, alla fine prevarrà il buonsenso”.
La giornata di Renata Polverini è stata molto frenetica. E’ cominciata all’alba con una visita all’ospedale Israelitico di Roma. La candidata del Pdl, assediata dai giornalisti, commenta in modo scherzoso l’esclusione del suo listino dalla competizione elettorale: “Levataccia? Dato che non ci escluderanno ne faremo per tutto il mese”. Ma poi sottolinea: “Accetterò qualunque decisione, perché ogni organismo si esprime secondo la sua competenza”.
Nella mattinata la Polverini incontra il sindaco Alemanno e il presidente della Camera Fini, poi il sottosegretario Gianni Letta. “Abbiamo fatto una ricognizione della situazione – spiega la Polverini – C’è ancora una piccola questione procedurale che riguarda il listino, su cui penso avremo presto una risposta. Abbiamo quindi definito quello che accadrà se, come io credo, il listino tornerà in campo. La mia lista c’è e quindi proseguiamo in questa bellissima avventura”. Una volta tornata nel suo comitato elettorale, la Polverini spiega che “sono giornate difficili durante le quali le cose vanno fatte con calma. Rimango serena perché so che questi, se pur gravi, sono incidenti di percorso che vanno affrontati. Sapevamo che sarebbe stata una battaglia dura, ma noi andiamo avanti”. Poi sottolinea che la sua lista civica, “Renata Polverini presidente”, è stata ammessa in tutte le cinque province del Lazio. Dato che viene confermato dalla capolista a Roma Mariella Zezza: “La lista civica Polverini è stata ammessa senza riserva nelle cinque province del Lazio, dunque anche a Roma”. Intanto la candidata alla presidenza del Lazio non sta con le mani in mano. E annuncia: “Giovedì alle 17 in piazza Farnese ci sarà un momento di grande mobilitazione con tutti i consiglieri candidati del Pdl ma anche con tutte le persone che in queste ore stanno scrivendo al comitato, che ci stanno contattando”. Anche oggi la Polverini si è recata in piazza Farnese dove è in corso una maratona oratoria, attuata come forma di protesta per l’esclusione della lista.
L’inammissibilità delle liste crea qualche preoccupazione. Anche perché se i ricorsi non verranno accettati, è a rischio la partecipazione al voto di milioni di cittadini. Per questo a via dell’Umiltà si attende con ansia l’esito del ricorso presentato alla Corte d’Appello di Roma. Soprattutto perché il rigetto del Listino farebbe cadere automaticamente la candidatura della Polverini.
La tensione è palpabile anche nelle parole del Ministro della Difesa Ignazio La Russa. “Non accetteremo mai una sentenza che impedisca a centinaia di migliaia di nostri elettori di votarci alle regionali. Se ci impediscono di correre siamo pronti a tutto”. La reazione del Pd e dell’Idv non si fa attendere. “Se presi sul serio, questi vaneggiamenti mi preoccuperebbero, specie se detti dal ministro della Difesa” sostiene il leader dei Democratici Pier Luigi Bersani. “Il ministro La Russa forse pensa di organizzare una nuova marcia su Roma? Se fosse così, ricordiamo a lui e a tutto l’esecutivo che l’Italia è ancora una democrazia, dove le sentenze dei giudici si devono rispettare e dove i cittadini non devono essere istigati a compiere reato” commenta Luigi De Magistris dell’Italia dei Valori.

Di Girolamo si è dimesso. E il Popolo della libertà è al centro anche di un’altra bufera. Quella che riguarda l’inchiesta sul maxi-riciclaggio che vede coinvolto il senatore Nicola Di Girolamo eletto nella circoscrizione estero. Con un intervento in aula, il senatore accusato di rapporti non meglio specificati con la ‘ndrangheta e di far parte dell’organizzazione di Gennaro Mokbel, che ha messo in piedi un giro di riciclaggio attraverso alcune società di telecomunicazioni, ha rassegnato le proprie dimissioni accolte dal Senato.
Al termine dell’intervento del senatore del centrodestra, i colleghi della sua parte politica lo hanno applaudito. Gesto di solidarietà non gradito all’opposizione. “Neanche nelle più pessimistiche ipotesi – dice intervenendo a palazzo Madama la capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro – potevamo immaginare che la conclusione dell’intervento del senatore Di Girolamo potesse concludersi con un caloroso prolungato applauso da parte dei senatori della maggioranza, quegli stessi senatori che, ora, non sono più presenti in aula mentre si sta svolgendo un dibattito a dir poco essenziale per l’istituzione che rappresentiamo. Per questo e per salvaguardare il decoro del Senato, mi associo Signor Presidente alla richiesta già avanzata da altri colleghi di sospendere la seduta”. Secondo Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo vicario del PdL al Senato, “si è trattato di un attestato di rispetto nei confronti di una persona che si consegna al suo giudice naturale per rispondere di colpe in parte ammesse, e che fra qualche ora sarà in prigione dopo aver rassegnato le dimissioni dal ramo parlamentare al quale appartiene”. Il sottosegretario Carlo Giovanardi spiega che “come senatore in questo momento voglio solo ricordare che in tutte le questioni c’è anche un lato umano, il quale prescinde dal contenuto delle decisioni che vengono prese. Allora, far passare un applauso di chi prende atto delle dimissioni di un collega per un’azione politica è totalmente inaccettabile e dimostra a quale livello il dibattito viene portato dalla sinistra”.
Durante il suo intervento, Di Girolamo afferma che forse sarà ricordato “come l’unico che ha dato le dimissioni in questo Paese” ribadendo la propria estraneità ai fatti e sottolineando di non avere “portato la indegnità della ‘ndrangheta in quest’aula”. Di Girolamo rassegna le dimissioni “dopo tanto fango, dopo l’ignominia di un’esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi del Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale. Sono convinto – aggiunge – di dover rendere disponibile la mia persona, la mia storia personale, la mia esperienza recente, perché chi dovrà giudicarmi possa davvero conoscere i contorni di una vicenda che potrà finalmente essere vagliata lontano dai riflettori e dal clamore delle prime suggestioni”.
Il senatore dimissionario afferma di non conoscere ancora il luogo della sua consegna alle forze dell’ordine. “Ora siamo alla parte formale, diciamo così”. In una intervista telefonica a RadioRai-Gr Parlamento Di Girolamo spiega che si tratta di “un problema tecnico che non dipende da me, nel senso che riguarda il Senato e la procura della Repubblica”. Per rendere effettive le sue dimissioni e far decadere l’immunità, è infatti il Senato a dover consegnare la documentazione al giudice per le indagine preliminari.
Di Girolamo si sofferma anche sulla fotografia scattata in occasione dei festeggiamenti per l’elezione, che lo ritrae in compagnia di un mafioso: “Davanti a quella torta feci 300 foto anche con il parroco e con il maresciallo dei carabinieri. Quello che si asserisce essere un mafioso, mi fu presentato come il proprietario di una catena di ristoranti all’estero. In campagna elettorale non si chiede il certificato penale a tutti coloro con i quali si scatta una foto”.
Infine un ringraziamento ai suoi colleghi del gruppo parlamentare. “Vorrei ringraziare tutti coloro del gruppo con cui ho condiviso questi due anni di esperienza parlamentare. Non faccio nomi, visto che sono il Lucifero e l’untore. Credo che i colleghi sanno a chi è diretta la mia riconoscenza. Per loro stessa tutela non li chiamo per nome. Vale anche per i colleghi di opposizione con molti dei quali ho lavorato”.

Csm critico con Berlusconi. Nella giornata di oggi, non solo elezioni e senatori dimissionari. C’è spazio anche per l’ennesimo appello della Consiglio Superiore della Magistratura che arriva dopo l’ennesimo attacco di Silvio Berlusconi.
Basta con gli attacchi, con le denigrazioni dei magistrati. È il sunto del documento approvato oggi dalla prima Commissione del Csm. La commissione conclude così l’esame della pratica a tutela della magistratura, inerente svariate dichiarazioni rilasciate dal premier Silvio Berlusconi contro le toghe. La bozza dovrà essere ora rielaborata in alcuni punti dai relatori, il togato Mario Fresa (Movimento) e Ugo Bergamo, laico dell’Udc. L’approvazione definitiva del testo avverrà con il voto del plenum, ma non ci sono ancora tempi certi.

Carmine Finelli

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