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“Garantismo” senza limiti di centrodestra Di Girolamo lascia, (ma) il Pdl lo applaude Gasparri: “Colpa di magistrati bolscevici”

marzo 3, 2010 di Redazione 

Il garantismo è la propensione ad anteporre i diritti degli imputati alla tentazione giustizialista. Altra cosa è difendere aprioristicamente persone alle quali si è per qualche ragioni legati (per quanto a volte, nei casi più o meno strettamente familiari – ai quali è e deve essere estranea la politica, che risponde non a logiche affettive e sentimentali, per quanto non possa prescindere da una certa umanità, ma all’interesse del Paese – possa essere comprensibile e anche doveroso); altra cosa è riconoscere l’intoccabilità di alcuni (magari dei parlamentari, o dei protagonisti della nostra politica) e quindi prevedere la loro imm(p)unità. Tutto questo si intreccia, naturalmente, con la “convinzione” che la magistratura sia politicizzata e che sia dunque non solo possibile, ma addirittura doveroso, e in nome del principio dell’indipendenza della politica italiana, preservare gli appartenenti – è proprio il caso di dirlo – alla “casta”. Dello stato della giustizia abbiamo già detto ieri (e non siamo certo stati – all’opposto – (anti)ideologici). Ma l’applauso che oggi i senatori del Popolo della Libertà hanno tributato al collega accusato (e molto di più, le intercettazioni per una volta non lasciano spazio a – molte – interpretazioni) di avere rapporti con (e di essere stato eletto con l’aiuto de) l’ndrangheta è sicuramente una degenerazione (nel caso) speculare, che, peraltro – soprattutto – getta ombre terribili sull’indipendenza (questa sì) della nostra politica e in particolare di quella parte del centrodestra – va detto, al di là di ogni equidistanza – che ha avuto più casi di continguità (pensiamo a Cosentino, ma anche – per l’Udc – a Cuffaro) con la criminalità organizzata. Ci racconta cos’è accaduto in aula, Andrea Sarubbi.

Nella foto, il j’accuse, indice puntato, di Maurizio Gasparri

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di ANDREA SARUBBI*

Che un parlamentare si dimetta è indubbiamente una notizia: qui alla Camera non siamo riusciti a mandare via neppure Antonio Gaglione, il deputato eletto in Puglia che può vantare sul record mondiale delle assenze. In questi primi due anni di legislatura, Gaglione è mancato il 92% delle volte: il Parlamento – ha detto – lo annoia, e così continua a fare il medico, ma non rinuncia naturalmente alla sua poltrona e neppure al suo stipendio. Nicola Di Girolamo, invece, non ha avuto scampo: un po’ perché le intercettazioni parlano da sole, un po’ perché siamo in campagna elettorale e Berlusconi (che non a caso ha approvato in questi giorni il ddl anticorruzione) non può perdere voti per difendere un singolo parlamentare – di An, per giunta – che neppure conosce. E così, stamattina Di Girolamo ha dato le dimissioni, cercando di passare per un galantuomo:

DI GIROLAMO Nicola (PdL). Signora Presidente, onorevoli senatori, ho rassegnato le mie dimissioni dalla carica di senatore della Repubblica italiana. Dopo tanto fango, dopo l’ignominia di un’esposizione mediatica che mi ha descritto agli occhi del Paese come un mostro, usurpatore della politica e del mandato elettorale, credo fermamente che sia arrivato il momento della responsabilità e della verità dei fatti. (…) Sono entrato nell’Aula del Senato forte di una delega affidatami da 24.500 elettori di tutti i Paesi europei, 24.500 cittadini italiani né mafiosi, né delinquenti. Di una piccola parte di costoro avrebbe abusato un gruppo di individui probabilmente inquinati da frequentazioni criminali. Non mi interpreti come troppo ingenuo, signora Presidente, non ero consegnato anima e corpo a questi figuri. La frenesia della campagna elettorale mi ha spinto a valutare poco e male, e lei, mi auguro, immaginerà che non si diventi mafioso nello spazio di un mattino, colpevole come sono di uno o due incontri disattenti. Sono (…) una persona perbene, incapace tuttavia di difendersi innanzi alla protervia dei malevoli e dei menzogneri. In politica ne ho incontrati alcuni, figli di un’altra storia, ben diversa dalla mia, capaci di fagocitarmi nella smania delle promesse. Ho ceduto, certo, signora Presidente, ma le mie colpe verranno circoscritte dalla verità che saprò esporre ai magistrati cui ho deciso di consegnarmi (…). Intendo con questa ferma decisione allontanare dalla Camera Alta del nostro ordinamento l’ignominia che mi ha riguardato e che saprò ricondurre alle circostanze ed ai fatti che possono essermi ascritti(…). Non ho assolutamente portato all’interno dell’Aula l’indegnità della ‘ndrangheta o della mafia, così come mi è stato ascritto. Ho visto una serie di fotografie sui giornali. Vorrei che chi è qui con me in questo momento riflettesse su cosa accade in campagna elettorale. In quell’evento specifico, quella sera ho fatto circa 250 fotografie davanti a quella torta. Vi era quel signore che dicono essere un mafioso, che a me era stato presentato come un ristoratore, proprietario di una catena di ristoranti anche all’estero, quindi persona con relazioni per poter votare all’estero. Ho fatto la fotografia davanti a quella torta successivamente con il parroco del paese, con il sindaco, con il maresciallo dei carabinieri, con 300 persone. Credo che anche voi abbiate fatto delle fotografie e non credo che abbiate preventivamente chiesto in campagna elettorale i documenti o i carichi pendenti alle persone che hanno fatto le fotografie con voi. Però, per queste foto e nel giro di tre giorni è stata completamente annientata la mia vita, la mia vita professionale, politica e quant’altro… (Applausi dai Gruppi PdL e LNP e dei senatori Pinzger, Thaler Ausserhofer, Galperti e Rossi Paolo. Molti senatori del Gruppo PdL si fanno attorno al senatore Di Girolamo manifestando solidarietà).

Il Pdl, dunque, applaude lungamente e si stringe attorno al senatore: la versione ufficiale è che il collega di partito è un galantuomo, che le accuse di collusione con la ‘ndrangheta sono parte della solita offensiva bolscevica della magistratura, ma alla fine bisogna approvare le sue dimissioni – come spiega Maurizio Gasparri – “perché, in caso contrario, il Paese non capirebbe, fuori di qui, la non condivisione di una drammatica scelta assunta e motivata oggi”. Quanto alle irregolarità palesi nell’elezione di Di Girolamo, Gasparri rigira la frittata come solo lui sa fare: la vera irregolarità – ha detto – è “impedire di presentare liste per sferrare un colpo contro la democrazia”. Che cosa c’entri la Polverini, in tutto questo, spiegatemelo voi.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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