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Diario politico. POPOLO? DELLE LIBERTA’ Liste, “Cambino le regole”. No di Maroni FOTO: Ma in pochi vanno a protestare Critica di Fini: “Così com’è non mi piace”

marzo 3, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, stasera, è di Ginevra Baffigo. Il primo partito italiano nella bufera ad un mese esatto dalle elezioni. E la causa sembra essere – paradossalmente – l’eccesso di libertà (interna). Primo, rispetto alle regole. C’è chi compila le liste senza curars(ene) troppo forse pensando di poter(le) poi cambiare. Il ministro dell’Interno li gela: «Non se ne parla». E con Polverini manifestano in pochi (foto). Poi, il presidente della Camera. «Non parla del caso», fa notare La Russa, e del resto quella è solo la punta di un iceberg fatto di “scelte” che all’ex leader di An non vanno giù. «Bisogna regolamentare giuridicamente i partiti (e dunque ridurre gli spazi di “libertà”, ndr)», sembra raccogliere (indirettamente) il solito Rotondi. Terzo, il coordinatore, Verdini. L’uomo che anticipò l’esito delle elezioni del 2006 con una sicumera che a qualcuno fece venire il sospetto di trame contro la regolarità del voto è invischiato nella vicenda degli appalti della Protezione civile, e verrà reinterrogato – insieme a Balducci e agli altri – nei prossimi giorni. In tutto questo qualcuno fa notare il silenzio (delle ore peggiori) di Berlusconi. Il racconto, all’interno, di Baffigo.

Nella foto, piazza Farnese semivuota per la manifestazione di protesta contro l’esclusione delle liste Pdl

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di Ginevra BAFFIGO

Passati i termini per la presentazione delle liste per le Regionali il caso Lazio continua a complicarsi ed una partita che per il centrodestra sembrava vinta in partenza all’indomani del caso Marazzo, potrebbe non vedere nemmeno la discesa in campo (di una parte) delle squadre. La scelta per gli elettori del centrodestra sembra infatti destinata a ridursi in modo determinante: dopo la lista Pdl anche quella di Renata Polverini è fuori gara.
Come per il partito di maggioranza, anche per la lista capeggiata dalla sindacalista Ugl è una falla burocratica a frenare in partenza la corsa. All’indice una firma mancante e soprattutto il simbolo: sarebbe infatti troppo simile a quello di un suo omonimo sostenitore di Roberto Fiore: Fabio Polverini. Simbolo rosso con il tricolore sotto per la Polverini, mentre per il militante Fn “Fabio” in rosso e “Polverini” in bianco con la dicitura candidato per la regione Lazio.
La Corte d’Appello ha infine promosso la lista a sostegno di Forza Nuova solo perché presentata per prima. Tempo e burocrazia: sebbene in questa vicenda laziale sia impossibile non rintracciare l’italianità farsesca di una burocrazia labirintica e di un pressapochismo dilagante, la questione è decisamente seria.
Dai quartieri generali del centrodestra si prova a rassicurare con un vago “non tutte le speranze son perdute”. Il ricorso per la riammissione della lista di Renata Polverini è pronto e verrà presentato in Corte d’appello in queste ore con allegato l’atto di ratifica del vice coordinatore regionale del Pdl, Alfredo Pallone, ovvero la firma mancante. Dall’ufficio elettorale del partito, Ignazio Abrignani dà prova di non perdere (altro) tempo: l’istanza di riesame della decisione dell’ufficio centrale regionale della Corte di Appello “verrà depositata entro le 20 di oggi o al massimo domani mattina alle 9. Da questo momento in poi – prosegue – la Corte ha 48 ore per decidere”. Per il responsabile nazionale Pdl la questione sarebbe comunque “risolvibile”.
Non perdono la calma nemmeno dal comitato della sindacalista, che dal canto suo minimizza: “Solo una questione burocratica”. Nel Pdl però è lo stesso Abrignani a mettere le mani avanti: bocciato anche il “listino” della Polverini, decadrebbe anche la candidatura a presidente e di conseguenza di tutte le liste di centrodestra collegate.
Ecco allora un documento firmato dai tre coordinatori nazionali del Pdl, Sandro Bondi, Denis Verdini e Ignazio La Russa, che in aggiunta denunciano “l’azione violenta e illegittima contro il Pdl” a Roma: “Escludere dalla competizione elettorale la lista del partito di maggioranza relativa, danneggiata da decisioni senza fondamento, rappresenterebbe un fatto senza precedenti e provocherebbe un grave vulnus di carattere politico”.

Maroni sul decreto d’urgenza dice no. In seno alla maggioranza una voce si leva severa: “L’avevo già detto tre settimane fa, non si possono cambiare le regole”. E’ il ministro dell’Interno a bacchettare per avere temporeggiato troppo sulla preparazione delle liste. “Non c’è spazio per un provvedimento d’urgenza – spiega il capo del Viminale – non ci sono le condizioni e non ci sono precedenti specifici”. “C’è un precedente del 1995 – ricorda Maroni – ma non può essere invocato nel caso dell’esclusione del listino Pdl nel Lazio, perché in quel caso era stato emanato l’ultimo giorno utile per la presentazione delle liste ed era stato fatto per prorogare di tre giorni i tempi. Qui il tempo è scaduto, c’è qualcuno che può vantare il diritto di correre senza gli altri. Un diritto che non può essere violato”. “Io – confessa infine il ministro – faccio il tifo perché la lista del Pdl per il Lazio venga ammessa. Preferirei come ministro che non ci fossero deformazioni del sistema di rappresentanza, ma la parola spetta ora ai magistrati. Se il vizio è formale mi auguro che venga sanato, se è sostanziale è un altro discorso”.

I commenti del centrodestra. Sulla sostanza, ovvero sulla possibilità di essere eletta presidente del Lazio, era tornata in mattinata anche la Polverini: “Io sono candidata, ci sono altre liste ad iniziare dalla mia lista civica. I cittadini possono scegliere il presidente e le liste che sostengono la coalizione e, ne sono sicura, ci sarà anche quella del Pdl”. Poi assicura: “Stiamo facendo tutto quello che serve e che hanno richiesto dal tribunale. Sono ottimista, anche Berlusconi lo è”. “Noi continuiamo a richiamare l’attenzione – ribadisce la Polverini – con questa maratona oratoria di tutti i cittadini che ieri hanno chiesto di superare la burocrazia per dare a tutti la possibilità di trovare il proprio simbolo, quindi anche quello del Pdl. Noi continuiamo a prescindere”. E sulla prudenza di Napolitano: “Giustamente si è detto molto preoccupato. Credo che questo possa e debba avere un peso”.
Se dal Colle il silenzio tenta di preservare una scelta che è solo dei giudici, da Palazzo Madama Renato Schifani prende posizione: “Mi auguro e tifo fortemente che, nel rispetto delle regole, possa essere garantito il diritto di voto sacrosanto, previsto dalla Costituzione, a tutti i cittadini”. Il presidente del Senato auspica quindi che “sempre nel rispetto delle regole prevalga la sostanza sulla forma quando la forma non è essenziale”. Sulle ragioni di un simile caos lo stesso Schifani è critico: “Credo si tratti di comportamenti banali se non colpevoli di negligenza”.
L’eventuale negligenza non viene ipotizzata da La Russa, che mette sullo stesso piano Formigoni e Polverini: “Sono convintissimo che nell’uno e nell’altro caso la burocrazia cederà alla libertà di voto. E’ giusto far rispettare le regole, ma a Milano si tratta di formalismi e a Roma di un’interpretazione sbagliata”. Non c’è “alcun complotto”, conviene il ministro, bensì “una volontà di andare a cercare il pelo nell’uovo” per quel che concerne Milano, mentre per Roma “i comportamenti che hanno prodotto la non presentazione della lista sono stati al limite del lecito”. Su questo punto rincara la dose Fabrizio Cicchitto: “Ci sembra evidente che è in atto un attacco mirato alla presentazione delle liste del Pdl in modo da modificare anche per quella via i rapporti politici”.

La replica del centrosinistra. Pier Luigi Bersani respinge gli addebiti: “Il centrodestra dia la colpa a se stesso. Il partito del predellino alla prima curva mostra dei problemi. Io non credo – insiste Bersani – che siano diventati tutti dei dilettanti, credo piuttosto che ci siano delle divisioni, della confusione”. “Noi comunque – chiarisce Pigi – non abbiamo festeggiato, perché questi episodi creano turbamento nell’elettorato”, ma sull’eventuale “leggina ad hoc” chiude: “Spero che non siano nemmeno immaginate queste proposte perché ci sono un sacco di liste che sono rimaste escluse. Ci sono norme uguali per tutti e organismi deputati a farle rispettare”. E a sostenere questa posizione si leva una voce del governo: Gianfranco Rotondi è “il primo a criticare i dirigenti del Pdl che hanno presentato le liste a poche ore della chiusura. Nel Pdl saranno presi provvedimenti in merito, bisogna avviarsi verso una regolamentazione giuridica dei partiti”. Infine Emma Bonino: “Oggi è stata data prova di sciatteria e impunità. Ognuno pensa che le regole non servano. Le regole ci sono ma poi potenti e prepotenti pensano di non seguirle”. “Le regole – aggiunge Bonino – servono a tutelare i più fragili, se vostro figlio fa un concorso alle tre e si presenta alle quattro non lo accettano”. L’esponente dei Radicali assicura di “non voler nemmeno sapere perché c’è stato un ritardo nella consegna della lista: qualunque sia il motivo la legge è perentoria”.

Fini critico. «Se qualcuno mi chiede se il Pdl, così com’è, mi piace, credo che la risposta l’abbiano capita tutti…». Gianfranco Fini non lascia spazio ad equivoci e prende ulteriormente le distanze dalla sua neonata creatura in occasione della presentazione del suo libro «Il futuro della libertà». Una paternità fredda che rivela con quel timido “ci sono affezionato”, che non è sufficiente però per molti sodali pidiellini. «Avendo contribuito a fondarlo sono affezionato al Pdl – spiega il presidente della Camera – Mi sono assunto la responsabilità di consegnare al giudizio della storia 50 anni di vita nazionale cominciando con l’Msi sino ad An. Non eravamo alla canna del gas, An aveva percentuali a due cifre, ma ci siamo presi la responsabilità di dare vita ad un nuovo soggetto politico perché credevamo nel bipolarismo, nell’alternanza e nell’europeismo. Ma se mi si chiede se il Pdl mi piace così come è adesso, la risposta credo l’abbiano capita tutti, non c’è bisogno di ripeterla». Un figlio giovane e goffo, che però non ispira troppa tenerezza nel cofondatore che ne parla da padre severo, ma attento: «Il Pdl ha commesso degli errori perché è nato da poco. Ha necessità di unire e omogeneizzare esperienze diverse perché si sono mescolate tre congiunture diverse. Questa prima fase si deve considerare di rodaggio iniziale non di routine».
Le parole di Fini come sempre sollevano un polverone nelle file Pdl. Ignazio La Russa: «Non credo si riferisse alla presentazione delle liste. Comunque tutti vorremmo un Pdl più bello e più forte, però accontentiamoci. In pochi mesi il partito ha vinto tutto, organizzativamente è posizionato in tutte le città d’Italia. Anche questa vicenda delle liste dimostra che si può fare di più e meglio con il tempo». Per gli ex-Fi si leva invece la voce di Maurizio Lupi: «Il Pdl non è un contenitore riempito con ciò che capita ma un partito nato dal basso, tra gli elettori prima che nelle stanze della politica. A Fini non piace? Credo che ognuno senta la necessità di migliorarsi sempre, ma non possiamo dimenticare quanto di buono fatto fino ad oggi». «Oggi il Pdl, nonostante sia stato fondato meno di un anno fa, è già una realtà radicata sul territorio. Certamente si può fare di più ma c’è bisogno dell’impegno di tutti», conclude il vicepresidente della Camera.

Verdini-Balducci, il caso si complica. Nuove inquietanti ombre dall’inchiesta G8 Maddalena. Il coordinatore del Pdl avrebbe “gestito” alcuni grandi appalti del G8 alla Maddalena e dei Grandi Eventi insieme ad Angelo Balducci, presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici, ora agli arresti insieme al coordinatore dei lavori di restauro dei Nuovi Uffizi, Mauro Della Giovampaola, all’imprenditore Diego Anemone e a Fabio De Santis, provveditore alle opere pubbliche della Toscana. Per i primi tre si terrà un interrogatorio domani a Regina Coeli.
Su Denis Verdini pesano accuse gravi: fra cui quella di corruzione. Da una intercettazione del 30 luglio 2008 sappiamo che “con malcelata soddisfazione Balducci riferisce a De Santis – è scritto nell’ordinanza, ndr – che l’on. Verdini gli ha chiesto, in pratica, di gestire insieme i prossimi appalti”.

Stop ai talk show, sit-in di protesta. La manifestazione contro la decisione di cancellare le trasmissioni d’informazione della Rai in nome della par condicio si è tenuta davanti ai cancelli di via Teulada (sede degli studi di Ballarò, che sarebbe dovuto andare in onda stasera, ma che forse non troppo casualmente è stato sostituito da un documentario della Grande storia dal titolo “Dittatura”). Gli organizzatori: i sindacati Usigrai e Fnsi. I partecipanti: dall’Idv, a i vari esponenti delle opposizioni, dai comitati BoBi (Boicotta il Biscione) e Liberacittadinanza al popolo Viola. I vertici di Viale Mazzini si ritrovano così nell’occhio del ciclone e parallelamente si riaccende la diatriba fra Santoro e Vespa.
I due conduttori Rai da giorni si lanciano dardi avvelenati sulle colonne dei giornali. Vespa per primo, in un’intervista alla Stampa, attribuisce la responsabilità dell’accaduto al conduttore di Annozero: “L’Attila della par condicio”. E lui: “Vespa è il mio Gerovital: mi sta facendo tornare ragazzino, quando andavamo a scuola c’era sempre quel compagno di classe un po’ birbantello che indicava l’altro come responsabile delle marachelle”. “Ma noi – aggiunge Santoro – ci battiamo anche per lui, perché quello che sta succedendo non ha precedenti nella storia della tv occidentale”. A stretto giro la controreplica: “Non mi sta bene che per le marachelle ripetute di un alunno, venga sospesa tutta la classe”.
Gli organizzatori della protesta ottengono la messa in onda nei tigi serali un video comunicato in risposta alla delibera del Cda: “I giornalisti della Rai dicono un ‘no’ fermo ed indignato alla cancellazione per circa un mese, nel periodo elettorale, dei talk show di approfondimento giornalistico. Diritto di sapere, dovere di informare: è sempre questo il principio che ci muove, osservando le conseguenze di un regolamento, a giudizio dell’Usigrai, mal scritto dalla commissione parlamentare di Vigilanza e peggio applicato dal Consiglio di amministrazione della Rai a maggioranza, su proposta del direttore generale e col voto contrario del presidente. La nostra protesta, contro quello che appare evidentemente un bavaglio, si articolerà nelle forme più varie. Chiediamo un immediato complessivo ripensamento di tutte le decisioni che oltre a svilire l’articolo 21 della Costituzione determinano un danno economico per l’azienda di Servizio Pubblico radiotelevisivo”. “Speriamo – ribadiscono in chiusura i giornalisti Rai – che il nostro appello dia voce anche alla delusione di chi aspettava quelle trasmissioni cancellate”.
Un appello ai presidenti Schifani e Fini contro il “bavaglio” all’informazione viene intanto lanciato da un gruppo di parlamentari ed esponenti della nostra politica, da Rita Borsellino a David Sassoli, dal vicepresidente del Pd al Senato Luigi Zanda al governatore della Puglia Nichi Vendola. Contro la norma “cancella talk-show” si espone anche FareFuturo: “Si cancella la politica in nome del coprifuoco di idee – denuncia Filippo Rossi, direttore del periodico online Ffwebmagazine – nasconderla sotto il tappeto come se fosse la cosa più sporca del paese”.

Ginevra Baffigo

Commenti

One Response to “Diario politico. POPOLO? DELLE LIBERTA’ Liste, “Cambino le regole”. No di Maroni FOTO: Ma in pochi vanno a protestare Critica di Fini: “Così com’è non mi piace””

  1. semi on marzo 3rd, 2010 17.55

    IL POLVERONE DELLE LIBERTA’

    La Polverini -candidata-governatore – rischia di soffocare sotto un polverone di inaudite incompetenze, di intrighi e rabbiose congiure e di cannibalismo politico.

    Si ha l’impressione che le Libertà del Popolo si stiano riducendo in polvere!

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