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Così la Rai stoppa i talk show fino al voto Da editto a Sofia a (nostri) tempi di Minzo THEHAND. E Pd sta a guardare (Sanremo)

marzo 1, 2010 di Redazione 

Ufficialmente in applicazione del regolamento votato dalla Commissione di Vigilanza. Ma è impossibile non vedere un filo, e una discrezionalità, nella scelta del Cda di sospendere fino al 28 marzo Porta a porta, e soprattutto Annozero e Ballarò. Il centrodestra, attraverso il dg Masi e i suoi uomini in consiglio d’amministrazione, esercita il proprio controllo sull’informazione nel nostro Paese. Nell’era del direttore del Tg1, dei suoi editoriali e delle prescrizioni che (non) cancellano le colpe. Altro stile ed altri risultati rispetto ai tempi dell’editto bulgaro di Berlusconi che determinò la cacciata dalla Rai di Biagi, Santoro e Luttazzi. Meno parole (forti) e più fatti per una maggioranza (e un premier) ormai sgrezzata all’esercizio del potere. Perché quando si ha una maggioranza (questa sì, oggi, bulgara) e si detengono, in vario modo, sei reti nazionali su sette non c’è bisogno di strappi. Anzi. Gli strappi suscitano reazioni. La gestione (quasi) ordinaria, a quanto pare, no. Lo dimostra l’atteggiamento del principale partito d’opposizione, il cui unico interesse nei confronti della comunicazione e del problema dell’informazione in Italia sembra essere diventare un po’ più (nazional)popolare (e a quanto pare ci stanno riuscendo). Ce lo segnala theHand nella vignetta di copertina. Mentre Stefano Catone, all’interno, ci racconta dello stop della Rai all’informazione in campagna elettorale.

Nella vignetta di Maurizio Di Bona Piero Fassino (a sinistra) e Pierluigi Bersani

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di Stefano CATONE

Il Consiglio di Amministrazione della Rai ha approvato lo stop ai talk show e ai programmi di approfondimento politici da oggi fino alle elezioni regionali del 28 e 29 marzo. Il risultato della votazione, molto prevedibile, a causa delle nomine “politiche”, è cinque voti favorevoli, dai consiglieri di maggioranza, e quattro voti contrari da parte di quelli d’opposizione. Contrario anche Paolo Garimberti.

“Restano i notiziari, ma questo, visti i comportamenti dell’attuale direzione del TG1, non può rassicurare nessuno”. E’ il commento del consigliere (in quota Pd) Giorgio Van Straten, che parla di una “una scelta sbagliata perché fa venir meno il nostro dovere di servizio pubblico, crea polemiche e conflitti esterni, procura un danno alla Rai in termini di ascolti e quindi anche di ricavi pubblicitari”.

La questione, quindi, assume termini politici. Per Gentiloni ora è chiaro “l’obiettivo del regolamento-bavaglio, imposto dal centrodestra in Vigilanza: cancellare i programmi in cui si danno notizie e si confrontano opinioni diverse, affidando al filtro dei soli tg l’attualità in campagna elettorale”. Scontato, nuovamente, il riferimento agli editoriali (e alla linea) del direttore del Tg1 Minzolini.

Nel frattempo continua lo sciopero della fame portato avanti dal leader dei Verdi Angelo Bonelli che, dopo 33 giorni di digiuno e dopo aver perso oltre 15 Kg, è stato ricoverato in ospedale. Bonelli ha cominciato la sua protesta per denunciare l’espulsione dal dibattito pubblico dei temi ambientali che avverrà, di fatto, come conseguenza della votazione di stamattina.

La misura approvata cancella infatti i programmi di approfondimento, in nome del rispetto della par condicio, senza considerare percorsi alternativi e senza considerare che il confronto sulle reti nazionali è di fondamentale importanza per consentire ai cittadini-elettori di farsi un’idea sulle proposte di liste e candidati. Come ricordato da Van Straten, si tratta di “un regolamento che oltretutto molti autorevoli giuristi hanno valutato come incostituzionale”.

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha diffuso un comunicato in cui “nel confermare l’attenzione alle motivazioni dello sciopero della fame intrapreso da 33 giorni e nel rinnovare il richiamo al pieno rispetto del principio del pluralismo nella comunicazione politica, auspica che l’onorevole Bonelli non prosegua in una così estrema forma di protesta”.

Stefano Catone

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