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Scambio (epistolare) sul Fatto Quotidiano Chi ha ragione tra Travaglio e Santoro (?) il Politico.it “risponde” a Barbara Spinelli

febbraio 27, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è il giornale della nostra politica. Quella vera, quella fatta di visione e scelte concrete per il futuro dell’Italia. E aborra il politicismo e l’autoreferenzialità. Troverete molto di rado, dunque, su questo giornale ragionamenti che si ritorcono su se stessi e sul (corto)Circ(uit)o politico-mediatico che in questi anni ha rischiato la sterilità. Ma si tratta del caso della settimana, e per una volta – sarà l’ultima – facciamo un piccolo strappo alla regola. Luca Lena sceglie di trattare il confronto tra i due sul confine tra parola (e) scritto, e tra libertà e, attraverso di essa, sua negazione. Tra le lettere sul giornale di Padellaro e la comunicazione televisiva. Tra la reazione di Travaglio all’aggressione di Porro e la propensione al “dialogo” di Santoro. Una “risposta” (indiretta) al successivo intervento della grande firma de “la Stampa” sullo stesso giornale di Padellaro. Buona lettura e buon sabato con il Politico.it.

Nella foto, Michele Santoro (a destra) e Marco Travaglio durante una puntata (di una stagione precedente) di “Annozero)

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di Luca LENA

C’è qualcosa di compassionevolmente ribelle nello scambio epistolare tra Travaglio e Santoro. Come quando due buoni amici, in rotta per qualche futile motivo, continuano a sedere allo stesso tavolo, osservandosi reciprocamente senza più rivolgersi la parola. Anche se in quel silenzio si annida la più alta espressione del dissenso, l’orgoglio impotente non può sopprimere il fervore con il quale si mantiene la vicinanza. Il quasi infantile istinto per cui si delega ad un terzo compagno, internet magari, la mansione del fattorino. Al posto della voce, si inietta nel messaggio la neghittosità ad inviare un senso, un significato, pur mantenendo la volontà di generare un pensiero. Ma tutto ciò genera un cortocircuito, giornalistico e culturale, un’improvvida irresponsabilità pubblica nel proteggere un cortile privato.

L’appiattimento della faccia dietro un monitor, l’imbonimento della voce dietro un audio, la calcificazione di parole che nella nostra epoca rievocano il senso originario del detto “verba volant scripta manent”. Ovvero che le parole sono leggere e rapide, che s’infiltrano tra le schiene degli ascoltatori, i quali non possono trattenerle ma ne hanno comunque un sentore pervadente. Mentre gli scritti appaiono pesanti incisioni rupestri, anonimi nella loro firma, insufficientemente emotivi nell’era dei media totali, nella pioggia di stimoli sensoriali. Ed ecco che paradossalmente lo scritto diviene un’arca di salvataggio quando ancora il diluvio deve essere preannunciato. Lo stile e il ritmo delle pagine affiorano come mugghianti folate di vento senza scapigliare la pettinatura. E la conversazione scritta si traduce nello scambio apparentemente segreto di due prigionieri che comunicano battendo i pugni sulle pareti.

La partita privata diviene pubblica, poiché in realtà pubblica lo è sempre stata. Travaglio si affligge osservando l’anarchia televisiva, dove la parola raggiunge i bassifondi della coscienza, e pur trasportando solo cenere e polvere solletica la pelle del popolo e la stuzzica con il naturale malcostume del pregiudizio. Santoro si scrolla di dosso la mancata rassegnazione di Travaglio e ne denuncia l’errore, l’irresponsabile reazione, scegliendo la ben più comoda strada dell’accettazione incondizionata al dialogo. Anche se quest’ultimo si riducesse allo scambio di menzogne, anche se la retorica, inflazionata filosofia di questo secolo, finisse per sostituire la mera elucubrazione logica con il marciume della falsità. Come se in nome della libera espressione, della democrazia, in parole leggere e rapide, si accettasse l’annientamento preventivo: tutto è vero, così come lo è il contrario di tutto.

Ed è interessante scoprire quali battaglie possano vivere i cervelli che convivono – e sopravvivono – attraverso parole e scritti. Ben più interessante della scienza che spiega i risvolti sul pubblico, considerato massa amorfa, stupida e facilmente plasmabile. Poiché nelle dinamiche della comunicazione postmoderna il pubblico è un branco di addomesticati animali selvaggi, avvinghiati per natura alla superficialità d’intenti ma indirizzati a disciplinare la propria attenzione. Dunque l’animale non legge, vede; l’animale non ascolta, sente; l’animale non memorizza, ricorda. E in questa prospettiva la parola veicola ogni forma di percezione, di sensazione e la trasforma in granitiche e concrete costruzioni, vuote, ovattate nel rimbombo interno, ma abbastanza tratteggiate da essere essenziali alla comprensione.

Ed il tutto proprio nella settimana in cui viene emessa la sentenza contro Google, in cui si condanna la mancata vigilanza in merito alla pubblicazione di alcuni contenuti offensivi. Immediate le repliche indignate, secondo cui la libertà di internet deve essere assolutamente inviolabile, e “qualsiasi tipo di materiale offensivo non deve diventare una scusa per violare questo diritto fondamentale”.

Libertà e responsabilità non bastano più, giacché fondano il loro connubio sulla moralità, sulla giustezza, sull’onestà intellettuale: virtù che non possono essere circoscritte, né tantomeno estratte dal bitume incontrollato della dialettica. Per cui il rimando più triste e al contempo più semplice è quello della regolamentazione forzata, del lucchetto alla libertà, della soppressione stessa della responsabilità. Così come per internet, anche i talk show franano nell’ordinamento, visto che ancora non si sa come verranno strutturati nel mese precedente le elezioni, se la parola rissosa dei politicanti verrà standardizzata in obiettivi cronometrati e la voce di chi lavora sulla politica verrà addirittura fatta tacere. Sembra questa la deriva drastica alla parvenza d’anarchia. Al mancato controllo delle cause, sia che generino video su internet, sia che escano dalla gola di un parlamentare in studio. L’indignazione del giornalismo che veicola tutto ciò, che per mestiere non può e non deve filtrare niente, se non nella dovuta accortezza d’approccio, si fonda sull’onestà e capacità dell’ascoltatore di filtrare il messaggio recepito, forse perfino nel fare il mestiere del giornalista da un punto di vista alternativo. Ed ecco che le lettere privatamente pubbliche di Travaglio e Santoro nascondono tra le righe un’ansia verso il loro stesso lavoro, non direttamente collegata alle capacità personali, bensì nel tentativo di capire quale dimensione sociale abbiano oggi la parola e lo scritto che brandiscono con estrema passione.

Luca Lena

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