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Se un altro italiano muore in Afghanistan
Ora un drammatico interrogativo: serve?
Bersani: ‘Ripensiamo la nostra presenza’

febbraio 26, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana crede nella respon- sabilità. La responsabilità è quella condizione per cui non ci si può girare dall’altra parte. Mai. Qualsiasi cosa possa dipendere anche in minima parte da noi, se noi possiamo fare qualcosa di buono vale la pena di mettersi in gioco. Di fronte alla guerra, la responsabilità non può però che essere sommessa: non c’è niente di esaltante, pure nel perseguire un obiettivo giusto, nel provocare distruzione e morte, foss’anche del più acerrimo avversario. Il preventivo dei costi e dei benefici (per sé e per gli altri), inoltre, dev’essere garantito: ovvero ci dev’essere la certezza di poter raggiungere quel risultato benefico e i rischi devono essere assolutamente commisurati a quel risultato e alla sua probabilità. Più il traguardo si allontana, meno il rischio – ovvero, il costo – è accettabile, perché rischia, a sua volta, di essere vano. In Afghanistan sta maturando questo scenario: combattiamo, subiamo perdite, ne subiscono i nostri avversari, per non parlare dei civili, senza sapere più, a questo punto, se tutto questo porterà a qualcosa. In tutta Europa si torna a discutere dell’opportunità della nostra persistenza in quel conflitto. In Italia il governo nicchia: «La vittima di oggi non è un militare», ovvero non ha direttamente a che fare con la nostra guerra laggiù. Il giornale della politica italiana vuole invece dare il proprio contributo all’avvio di una riflessione. Responsabile. Lo fa, oggi, con Andrea Sarubbi, che nel Pd – dice lui – ha una posizione ancora più da obiettore, la cui sensibilità ci aiuta a guardare ciò che sta accadendo da un punto di vista, appunto, del tutto responsabile. Sentiamo.

Le pagine personali di Andrea Sarubbi all’indirizzo http://www.andreasarubbi.it

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di ANDREA SARUBBI*

Ora che un altro italiano è morto, per un po’ si riparlerà dell’Afghanistan. Non è una vittima militare, ci verrà a spiegare il ministro della Difesa per mettere le mani avanti, ma in realtà è proprio l’attentato in sé che riapre il capitolo: che cosa non funziona nella presenza occidentale lì? Perché passano gli anni e non si viene a capo della situazione, nonostante lo sforzo piuttosto ingente in termini di uomini e mezzi?

Sulle missioni internazionali, la mia opinione è abbastanza nota: avrò pure il tarlo dell’obiettore di coscienza, ma credo fermamente che, come regola di base, l’azione militare debba essere limitata al minimo e quella civile debba essere ampliata al massimo. Se la presenza dei tuoi militari in un teatro di guerra non diminuisce con il passare degli anni, e se quella della cooperazione non aumenta, significa che la missione non sta funzionando.

Ma siccome il nostro governo affronta il tema delle missioni solo dal punto di vista militare, considerando la cooperazione residuale e togliendo ai progetti di sviluppo anche quei pochi fondi che avevano, io ho scelto finora di non votare i decreti di finanziamento: so bene che con la politica estera non si scherza, ma so altrettanto bene che non si scherza neppure con la coscienza, quindi mi auguro che il Pd continui a garantirmi quella libertà che finora mi sono preso da solo.

Approfitto del ritorno dell’Afghanistan tra le notizie del giorno per ricordarvi ciò che è appena accaduto in Olanda, dove su questo tema è addirittura caduto il governo: eppure, gli olandesi erano i più sicuri, erano quelli che – insieme al Canada – non avevano posto vincoli all’azione militare, accettando anche di combattere con l’artiglieria, i jet e gli elicotteri da attacco. Hanno fatto due calcoli, hanno visto che le perdite erano state parecchie ed i risultati pochi, e così hanno deciso il ritiro.

Io non credo che il criterio di contare le perdite sia quello più giusto, perché se accetti di andare in guerra devi mettere in preventivo la morte dei tuoi soldati e non puoi sperare che vengano uccisi sempre quelli degli alleati, ma probabilmente è l’unico in grado di smuovere l’opinione pubblica. Tanto è vero che pure in Italia, dopo l’ultimo grave attentato che ci ha colpiti, il numero dei cittadini che vorrebbero il ritiro ha superato la metà e si attesta ora (dice Panorama) intorno al 56%. Cito, sempre da Panorama, che in Germania la percentuale è addirittura al 76%, nel Regno Unito al 71%, in Francia al 64%, in Spagna al 51%: nei Paesi più grandi dell’Unione europea, insomma, un referendum popolare sulla presenza in Afghanistan avrebbe un destino segnato. È vero che gli impegni internazionali non si decidono in base al consenso, ma è altrettanto vero che in un Paese democratico non possono esserci argomenti tabù: se il chiederci quando ce ne andiamo non dipende solo da noi, perché la Nato passa sopra le nostre teste, almeno possiamo – dobbiamo, direi – chiederci se i nostri sacrifici stanno servendo al progetto originale, che era quello di neutralizzare le centrali del terrorismo e di riportare alla normalità un Paese devastato dalla guerra. Il guaio più grande, per quanto mi riguarda, non sarebbe l’aver lasciato dei connazionali sul campo, ma l’averceli lasciati invano.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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