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Diario politico. Il popolo (non) è sovrano Di Girolamo, Schifani: ‘Ora può decadere’ La Consulta: ‘Nei limiti della Costituzione’

febbraio 25, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La prima firma è Carmine Finelli. Tre notizie a sfondo giudiziario quelle di cui vi rendiamo conto nel Diario di stasera. Ma il filo conduttore è un altro. La prima è la sollecitazione da parte del presidente del Senato affinché la Giunta per le immunità riveda la propria (precedente) posizione sul senatore Pdl eletto, è la tesi dei giudici, grazie all’aiuto decisivo dell’ndrangheta. La politica italiana, dunque, di fronte al baratro (e, certo, all’evidenza della gravissima compromissione di Di Girolamo) di un rigetto “finale” da parte del Paese (oggi D’Alema invita a «prendere le distanze dai mascalzoni», così da non essere tutti trascinati nel fango) cambia atteggiamento e, sia pure attraverso un espediente – Schifani invita a far decadere Di Girolamo per l’illegittimità della sua nomina e non per consentire direttamente il procedimento giudiziario su di lui, che si rende possibile solo conseguentemente – si restituisce al giudizio della magistratura e attraverso di essa al popolo (sovrano, appunto) in nome del quale i magistrati agiscono. La seconda notizia di questo nostro filo (la terza non c’entra ed è la prescrizione sopraggiunta per MIlls, di cui pure vi riferiamo) è l’(auto)difesa a cui si trova costretta, oggi, la Corte Costituzionale, il cui presidente, Amirante, ricorda – di fronte alla strumentalità con cui lo brandisce la politica – che il popolo (non) è sovrano (al punto da poter cambiare i principi su cui si basa quella sovranità. Che è, in un ultima analisi) della Costituzione. Il racconto di Finelli, all’interno.           

Nella foto, il presidente del Senato Renato Schifani sullo scranno più alto di Palazzo Madama

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di Carmine FINELLI

Una giornata del tutto particolare. Nella quale i veri protagonisti sono le inchieste e l’attività processuale.
La vicenda di Nicola Di Girolamo, senatore del Pdl coinvolto nell’inchiesta sul riciclaggio che ha travolto anche Fastweb e Telecom Italia Sparkle, preoccupa, e non poco la nostra politica. Interviene il presidente del Senato, Renato Schifani. “Sono emersi nuovi elementi sulla dubbia elezione di questo signore” afferma. I nuovi elementi riguarderebbero la presunta illegittimità della nomina di Di Girolamo, e per questo Schifani pensa che le conseguenze “le si possano trarre da soli. Se dovesse decadere torna ad essere un normale cittadino e quindi perde lo scudo dell’immunità parlamentare”. Schifani ha chiesto pertanto alla conferenza dei capigruppo che discuta mercoledì 3 marzo della ineleggibilità del senatore Di Girolamo.
Lo stesso Schifani ha poi scritto una lettera al presidente della Giunta per le immunità, Marco Follini. “È possibile – scrive il presidente del Senato – che la richiesta di autorizzazione contenga nuovi e rilevanti elementi tali da inquadrare in una prospettiva diversa l’intera vicenda dell’elezione del senatore Di Girolamo. La invito quindi – propone Schifani a Follini – a sottoporre all’ufficio di presidenza della giunta l’eventualità di riprendere sollecitamente l’esame della questione relativa alla contestazione e alla proposta di annullamento di tale elezione affinchè della questione stessa possa essere investita l’assemblea già nel corso della prossima settimana”. Marco Follini dal canto suo convoca per venerdì alle ore 12 l’ufficio di presidenza della giunta per esaminare la vicenda dell’eleggibilità del senatore Di Girolamo. “È chiaro – ha detto Follini – che se l’iniziativa del presidente del Senato può concorrere ad accelerare i tempi di una decisione dell’Assemblea, ci dovrà essere da parte della giunta la più tempestiva collaborazione”.
Nel contempo, l’indagine prosegue e allarga le sue maglie sino a coinvolgere i vertici dell’azienda Fastweb. A mezzanotte all’aeroporto di Ciampino è atteso l’arrivo di Silvio Scaglia, il fondatore ed ex amministratore delegato di Fastweb, sul cui capo pende un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per i reati di associazione per delinquere finalizzata al riciclaggio e di concorso con altri nella dichiarazione infedele mediante l’uso di fatture per operazioni inesistenti. Venerdì, a Regina Coeli, dovrebbe tenersi l’interrogatorio di garanzia.
In mattinata è intervenuto anche il ministro Claudio Scajola. “Ogni iniziativa giudiziaria che vuole riportare la legalità è ben accolta ma non c’è dubbio che ogni iniziativa giudiziaria ha dei contraccolpi. C’è bisogno di una moralità più forte ma anche di non destabilizzare il sistema” è il monito di Scajola. Paolo Romani, il vice ministro alle Comunicazioni, non si discosta dalla linea di Scajola. “Mi auguro che le inchieste non pregiudichino lo sviluppo delle società coinvolte” riferisce Romani a margine di una conferenza stampa sul superamento del digital divide.
Nelle pagine di intercettazioni, compare anche il nome di Gianfranco Fini. Dal presidente della Camera arriva invece in giornata una precisazione riguardante la notizia di una telefonata tra Pugliese e Mokbel in cui sarebbe stato citato. “In relazione ad alcune frasi intercettate e pubblicate su alcuni quotidiani, il presidente della Camera Gianfranco Fini esclude in modo categorico di aver direttamente, o tramite la propria segreteria, o terzi, telefonato al senatore Di Girolamo, ed esclude altresì di averlo convocato nei propri uffici o altrove per incontri o riunioni” scrive il portavoce Fabrizio Alfano in una nota.
Anche Emma Marcegaglia, presidente di Confindustria, riafferma con forza la fiducia nei confronti della magistratura: “Nel direttivo abbiamo riconfermato che per noi il tema della legalità è un tema fondamentale su cui vogliamo continuare a lavorare. Abbiamo anche riconfermato che abbiamo totale fiducia nei confronti della magistratura e altrettanta fiducia e auspicio che le persone coinvolte possano dimostrare la loro estraneità ai fatti”.

(Caso) Mills prescritto. La giornata è decisamente nel segno dei giudici. Era attesa per oggi la decisione della Corte di Cassazione sulla condanna di David Mills, l’avvocato inglese condannato in primo e in secondo grado per corruzione. Per la Cassazione il reato di corruzione in atti giudiziari contestati a David Mills è da ritenere prescritto. Viene così accolta la richiesta avanzata dal procuratore generale, che aveva chiesto di dichiarare prescritto il reato. Le sezioni unite penali della Cassazione hanno quindi proceduto all’ annullamento “senza rinvio per intervenuta prescrizione del reato” la condanna a 4 anni e 6 mesi di David Mills. La Corte però condanna Mills a risarcire Palazzo Chigi di 250 mila euro per danno all’immagine dello Stato e 10mila euro per le spese processuali.
Il pg della Cassazione, Gianfranco Ciani, nella sua requisitoria afferma che “non vi sono i presupposti per il proscioglimento nel merito di Mills”. Sostanzialmente, si conferma la correità dell’avvocato inglese nel reato di corruzione in atti giudiziari il quale è prescritto. “Non c’è dubbio – dice il pg – che il momento consumativo della corruzione di Mills da parte di Bernasconi e del gruppo erogatore dei 600 mila dollari si verifica l’11 novembre del 1999 quando Mills, in proprio, e non come gestore del patrimonio altrui, fornisce istruzioni per il trasferimento dei circa 600 mila dollari dal fondo di investimento Giano Capital al fondo Torrey”. Secondo Ciani, dunque, è a partire dall’11 novembre 1999 che decorrono i termini di prescrizione e non a partire dal 29 febbraio 2000, come ritenuto invece dai giudici della Corte di appello di Milano. Per il pg, questa data non può essere presa in considerazione in quanto “il ritardo del passaggio finale nella intestazione delle quote non incide sul momento consumativo della prescrizione ma trae origine dalla volontà di Mills di rendere difficoltosa la ricostruzione di questo illecito passaggio di soldi e la sua origine”. Infine, il Ciani ricorda che, in ogni caso, “quando c’è incertezza sulla data di commissione di un reato, da sempre vale la regola del favor rei: e il decorrere della prescrizione va fissato nel momento più favorevole all’imputato”. Cioè, dall’11 novembre 1999 “con la conseguente dichiarazione di prescrizione, dal momento che la corruzione in atti giudiziari ha una pena massima che arriva fino a 8 anni”.
Gli avvocati difensori di David Mills si dichiarano “soddisfatti: è comunque, e in ogni caso, una decisione che riforma il verdetto emesso dalla Corte di appello di Milano. Mills aveva una condanna per una pena non trascurabile e dunque non possiamo che essere soddisfatti”.

La Corte (si) difende. Come dicevamo, oggi una giornata nel segno dei giudici. Ancora da un giudice un’importante relazione. Si tratta del presidente della Corte Costituzionale, Francesco Amirante che è intervenuto sui continui attacchi che la Corte è costretta a subire nella sua relazione in occasione del tradizionale incontro con la stampa di inizio d’anno. La Consulta, per Amirante, non ha nessun “orientamento politico: il suo orientamento, come doveroso, è sempre stato quello del rispetto e dell’attuazione dei principi costituzionali”. Il presidente della Consulta sottolinea come le decisioni della Corte dell’anno 2009 “testimoniano la vastità e la diversità della vita sociale sulla quale incide l’attività della Corte rispetto alle quali ci sono stati i più disparati giudizi, come è giusto che sia. Tuttavia – continua – la Corte dal primo gennaio 2009 è cambiata soltanto per un componente. Chi volesse vedere nelle sentenze non dico un disegno, ma anche soltanto un orientamento coerente sul piano, alla Corte estraneo, della politica di questo o quel partito, di questo o quel movimento, resterebbe deluso”, fa notare Amirante.
Ma il rischio più grande per la Consulta è quello della delegittimazione. “Quando si delegittima un’istituzione, a lungo andare si delegittima lo stesso concetto di istituzione – precisa Amirante – e, privo di istituzioni rispettate, un popolo può anche trasformarsi in una massa amorfa”. Secondo Amirante “rispettare la Corte significa anche, e forse soprattutto, conoscerne e considerarne i tempi in particolare in relazione al bilanciamento dei principi e dei diritti fondamentali”. La Corte, aggiunge il presidente, deve essere “sensibile ai segni dei tempi o della Storia, ma anche, aggiungerei, indifferente ai clamori della cronaca”. Ciò perché – spiega – “la nostra Costituzione rigida comporta tempi diversi da quelli di una legislatura e comporta l’abbandono della teoria di ideologia giacobina secondo la quale il popolo, esprimendo la volontà generale, può in ogni momento cambiare tutti i principi e le regole della propria convivenza”. “Non è sempre vero – avverte Amirante – soprattutto se si tiene bene a mente che l’articolo 1 della Carta nel prevedere che la sovranità appartiene al popolo, subito dopo stabilisce che questo la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.

Carmine Finelli

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