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***Il futuro del centrosinistra – Dibattito*** Nobili: “Unità del nostro popolo è un fatto Ci dividono scelte delle classi dirigenti”

febbraio 25, 2010 di Redazione 

Lo ha scritto per primo il giornale della politica italiana, seguito da Europa e il Foglio: il plebiscito per Vendola in Puglia, l’adesione entusiastica alla candidatura della Bonino nel Lazio – pure nelle loro differenze – insieme al rimescolamento interno in corso tra i Democratici, segnalano l’esistenza di un varco, e di una richiesta (da parte del “popolo del centrosinistra”), per la nascita di quel partito unico dei riformisti italiani che rappresenti il vero corrispet- tivo nazionale del Partito Democratico americano. Ovvero l’idea originale del Pd. Sinistra Ecologia e Libertà da una parte, Alleanza per l’Italia (seppure appena fuoriuscita) dall’altra, i Radicali e i socialisti in mezzo: è a questi “transfughi” della nostra politica che l’Italia progressista si rivolge interrogandoli sulla loro volontà di continuare a coltivare la propria autonomia oppure di contribuire a consegnare per la prima volta al Paese un unico, solido partito riformista. il Politico.it si fa carico di questa istanza e ascolta i protagonisti delle varie anime (divise) del centrosinistra. Dopo Stefano Ceccanti, che raccoglie e rilancia l’idea dell’unità, è la volta del braccio destro di Francesco Rutelli nel neo-partito centripeta nato da una (piccola) costola del Pd. Una tensione in una direzione opposta – come quello dell’attuale segreteria Democratica – che Nobili, nondimeno, rivendica. Lo ha sentito per noi Stefano Catone.

Nella foto, Luciano Nobili

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di Stefano CATONE

Luciano Nobili, Api è nata da una fuoriuscita dal Pd, appena avvenuta. Nello stesso momento, tuttavia, due eventi – il plebiscito per Vendola in Puglia e l’adesione incondizionata (non da parte vostra, certo) alla candidatura della Bonino in Puglia da parte del popolo del centrosinistra – hanno confermato l’esistenza di un comune sentire tra la stragrande maggioranza degli elettori di centrosinistra che va oltre le attuali divisioni partitiche. Intanto, anche alla luce del suo endorsement per Vendola ai tempi delle primarie – sempre che non fosse motivato solo da ragioni politiciste – raccolto dal nostro giornale, riconosce l’esistenza di questo fenomeno, del comune sentire del popolo di centrosinistra? Come lo interpreta?
«E’ innegabile che esista un comune sentire all’interno del “popolo di centrosinistra”, che ha dimostrato molte volte negli ultimi quindici anni di avere voglia di unità e, molte volte, di essere più lungimirante delle proprie classi dirigenti. E’ un fenomeno unico in Europa, che non può che essere salutato con grande favore. E’ la prova di una straordinaria vitalità della nostra democrazia. Basti pensare allo stupore che ogni volta caratterizza i commenti rispetto ai successi di partecipazione che si verificano ogni volta, in occasione delle primarie. Detto questo, troppo spesso, le leadership del centrosinistra si sono limitate ad assecondare quel popolo, a compiacerlo – ad esempio sul versante dell’antiberlusconismo – invece di avere la capacità di guidarlo, di migliorarlo. Inoltre, occorre tenere presente che seppur numeroso, organizzato e vivace, quel popolo rappresenta una minoranza del Paese. Una minoranza dalla quale il centrosinistra non può prescindere, ma che va oltrepassata se vuole tornare a governare, rivolgendosi alla maggioranza degli elettori. In troppe occasioni, le scelte che compiacciono il cosidetto “popolo di centrosinistra” hanno allontanato i Democratici dalla conquista del cuore degli italiani. Infine, segnalo che le vicende di Vendola e Bonino sono clamorosamente diverse, rappresentano situazioni non assimilabili, segnalano criticità differenti. E alimentano entusiasmi ben diversi. Non credo si possano fare valutazioni comuni. Se non una. Entrambe segnalano, in maniera clamorosa, il fallimento del Pd, la sua incapacità di guidare, con personalità credibili, il centrosinistra; sottolineano la sua timidezza, la sua incapacità di proporre leadership in grado di intercettare il consenso».

Alla luce di questo sembra logico nondimeno riproporre il tema del Pd nella sua versione originale, quella alla quale anche la vostra componente, crediamo di poter dire, aveva creduto (la stessa candidatura di Veltroni rappresentava questa visione): ovvero un partito del centrosinistra a vocazione concretamente maggioritaria che contenga tutti i riformismi, diventando il vero corrispettivo italiano del Partito democratico americano, in un sistema necessariamente e tendenzialmente bipolare. Riconosce che da parte del popolo del centrosinistra ci sia, più o meno esplicita, una richiesta di questo tipo? La condivide?
«Innanzitutto, non credo che fosse esattamente questa l’ispirazione originaria del Partito Democratico. Non volevamo costruire, dal Lingotto in poi, un partito-Unione, riproposta di recente da Giuliano Ferrara, tutt’altro. Il Pd nasceva come risposta, certo molto ambiziosa, all’incapacità di sintesi e di governo che aveva dimostrato l’Unione, con quella maggioranza incapace di essere tale, al gioco dei veti. Nasceva come reazione a quell’incapacità di decidere. E intendeva mettere insieme il meglio delle forze riformatrici per formulare una coraggiosa proposta di governo al Paese, assolutamente innovativa rispetto a tutto quello che avevamo visto fino ad allora. Non più le 281 pagine del programma, comunque incomprensibili, non più le riunione di dieci forze politiche, ognuna in grado di minacciare la sopravvivenza del governo Prodi ma una proposta diretta al Paese che ambisce ad essere maggioritaria e che si rivolge veramente a tutti gli elettori. Prendemmo il 34 per cento, con un elettorato potenziale del 41, secondo Ilvo Diamanti. Insomma si poteva fare, come diceva Veltroni in campagna elettorale. Ma si poteva fare abbandonando tutti i vizi tipici della sinistra italiana: le parole d’ordine più confortevoli, il cieco antiberlusconismo, la voglia di sconfiggere l’avversario nei tribunali invece che nelle urne, il collateralismo con certi mondi imprenditoriali, il legame a doppio filo con il sindacato nemico delle giovani generazioni e della piccola impresa, l’iconografia del comunismo italiano, il laicismo esasperato, l’ancoraggio al consociativismo europeo incarnato dal PSE. E interpretando la maggioranza reale del Paese, non solo i pensionati e gli impiegati pubblici. Si poteva fare appunto. Ma dal giorno dopo le elezioni, ha prevalso la paura e non si è fatto. Si è tornati al rassicurante alveo della sinistra. Rassicurante quando minoritario. Ed è sfumata, negli occhi di tutti gli osservatori, l’idea di aver dato vita ad una storia davvero nuova. Una proposta che, certamente, mantiene inalterato il suo fascino, sicuramente presso l’elettorato del centrosinistra ma con un grande appeal per tutti gli italiani».

Dunque riconosce l’esistenza di quel popolo, di quella richiesta di unità, ma la vostra strada rimane un’altra.
«Perché il nostro punto di vista è quello di chi vuole mettere fine alla guerra dei quindici anni che sta logorando il Paese senza risolvere i problemi, di chi vuole archiviare questo bipolarismo malato in cui l’agenda della destra è monopolizzata dalla Lega (che purtroppo sarà la vera trionfatrice delle prossime regionali) e quella della sinistra è in mano a Di Pietro, Genchi e al popolo viola. Noi dobbiamo rafforzare Alleanza per l’Italia e contribuire alla costruzione di una nuova grande forza politica che sia al centro del Paese e che riesca davvero a porre fine all’esperienza di governo di Bossi e Berlusconi. Per quel che riguarda il Pd, spero sinceramente che, nel tempo, ritrovi la sua strada e capisca che il vero “senso della storia” era nella sua ambizione originaria».

Stefano Catone

Commenti

One Response to “***Il futuro del centrosinistra – Dibattito*** Nobili: “Unità del nostro popolo è un fatto Ci dividono scelte delle classi dirigenti””

  1. Marco on febbraio 26th, 2010 15.05

    Nobili ha ragione, anche perchè non credo proprio che il Partito Democratico possa ritrovare la retta via…

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