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L’inchiesta. Bipolarismo (e 2nd Rep.), verso la fine? Quale futuro/1

febbraio 17, 2010 di Redazione 

Il giornale della politica italiana è l’unico grande quotidiano in grado di dare un ordine alla propria narrazione, di seguire un filo logico nel proprio racconto quotidiano, appunto (e non solo). Così, dopo aver avviato l’inchiesta – che proseguirà nei prossimi giorni – sulla possibile (ri)nascita del partito unico del centrosinistra, un corrispettivo italiano di quel Partito democratico americano che abbisogna tuttavia – e insieme contribuirebbe a (ri)fondare (a sua volta) – un bipolarismo compiuto (almeno tendenzialmente), cerchiamo di capire se ce ne sono le condizioni, ovvero se il sistema istituzionale – e i protagonisti di oggi, insieme ai loro leader – possono tendere verso questo o, comunque, a cosa tendono. Nei giorni in cui un possibile nuovo “tappo”, dopo quello del ’92, sta per saltare – per usare le parole del direttore Paolo Mieli – quando un Berlusconi che – lo scriveva ieri Paolo Guzzanti su questo giornale – non accenna, al di là di sondaggi che rivelano contingenze più o meno positive, a vedere esaurito il proprio successo, tuttavia si avvia naturalmente verso la conclusione del proprio percorso politico (ha 73 anni!), il giornale della politica italiana si assume la sua responsabilità di punto di riferimento della nostra politica e cerca di anticipare cosa potrà accadere. Per capire. La firma della serie, che comincia con questa introduzione e proseguirà, intrecciandosi all’inchiesta sul centrosinistra, nei prossimi giorni, è di Pietro Salvatori. Buona lettura e buona politica sul giornale della politica italiana.

Nella foto, i due personaggi-chiave, simbolo, della Seconda repubblica e del(l’attuale) bipolarismo all’italiana, negli istanti immediatamente precedenti il loro primo duello televisivo del 2006: Silvio Berlusconi e Romano Prodi

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di Pietro SALVATORI

Solo due anni fa ci trovavamo alle prese con un governo caduto per il venire a mancare della stampella di qualche senatore a vita, di un mandato esplorativo conferito al presidente del Senato, costretto ben presto a rinunciare alla formazione di un possibile governo, al cadere di qualsiasi possibilità di mediazione intorno ad una coalizione di unità nazionale.

E’ facile rintracciare in questa breve sintesi le facce ben note dei vari Prodi, Marini, Berlusconi, Fini, protagonisti dei giorni convulsi che portarono alla tignosa e mesta fine del secondo governo del Professore.

E se molte furono le cause prettamente politiche di quella caduta rovinosa, ve ne furono anche di istituzionali.

Si sa che i tempi della politica viaggiano su una propria lunghezza d’onda, e la stagione del dialogo, del bipolarismo di fatto, di Veltroni, del Lingotto, del predellino, delle maggioranze risicate in Parlamento, sembra lontana anni luce.

Giusto che pian piano la si consegni alla memoria storica del paese per poter essere compresa, metabolizzata, utilizzata per i posteri.

Ma se le contingenze mutano rapidamente, e le ragioni e i motivi di oggi non sono già più quelli di ieri, le cause istituzionali che conducono ad una sostanziale debolezza di sistema rimangono ad innervare l’ossatura di uno schema che rischia di tremare nuovamente in presenza di un altro scossone.

E se il caso ha voluto che, con la stessa legge elettorale della maggioranza fantasma al Senato, l’ultima legislatura prendesse il via con una solida compagine a sostegno del governo, non si può nascondere come tale situazione sembri più il frutto del caso che non il naturale approdo di un congegno elettorale che conduca a questi lidi.

Il proporzionale con blandi e asimmetrici correttivi disegnato dal porcellum, oltre ad aprire una corposa discussione sulla bontà dei criteri di selezione dei parlamentari, si limita a fotografare l’esistente.

Vale a dire la grande aggregazione artificiosa – perchè non nata da un trauma nazionale, come nel caso di tangentopoli, nè frutto dell’assestamento dovuto ad un cambio radicale del sistema elettorale – di due grandi “cartelli elettorali” che lottano per consolidarsi e normalizzare la propria vita interna, supportati, per contingenza più che per convinzione, da due formazioni che fanno di issues marginali (il decentramento e la giustizia) il centro della propria azione politica, la Lega nord e l’Italia dei Valori.

Al di fuori dello schema, gli unici che, per ora, riescono a resistere in un Parlamento comunque semplificato sono i centristi del partito di Casini.

Con l’eccezione della piccola formazione dello scudocrociato, l’attuale situazione presenta un bipolarismo di fatto: due partiti maggiori ad impostare il passo della coalizione e, presumibilmente, ad imporre il candidato alla presidenza del Consiglio, e due marginali ad esercitare il proprio potere di ricatto politico sulle politiche portate avanti dalla propria compagine.

E se, con tutta probabilità, la corrente legislatura scivolerà via sulle acque limpide delineatesi dopo il voto del 2008, numerosi interrogativi si pongono su quel che succederà immediatamente dopo.

Su tutto il grande quesito del dopo-Berlusconi, ancora oggi di difficile, se non impossibile, lettura.

E se la successione al Cavaliere sembra rimanere nodo irrinunciabile per tentare di scrutare nel futuro della nostra politica, non di poco conto sono le problematiche legate alla legge elettorale con la quale si pensa di andare a votare nel 2013, come anche l’interrogarsi se la dicotomia tra parlamentarismo di forma e bipolarismo con tendenze presidenziali di fatto vorrà trovare finalmente una composizione, per così tanto tempo procrastinata.

Potremmo trovarci alla vigilia di una stagione di grandi riforme, così come si potrebbe navigare a vista da qui a tre anni, con il rischio di ritrovarsi impreparati ad un possibile scossone del palazzo dovuto all’abbandono – o al riposizionamento – del Cav sulla scena politica italiana.

Ma qual è il futuro dei partiti italiani? Che assetto istituzionale ci ritroveremo ad avere quando andremo a votare il prossimo Parlamento? In quale direzione si muovono i maggiori leader in vista del futuro?
A queste domande il Politico.it proverà a suggerire delle risposte nei prossimi giorni.

Pietro Salvatori

Commenti

2 Responses to “L’inchiesta. Bipolarismo (e 2nd Rep.), verso la fine? Quale futuro/1”

  1. Stefano on febbraio 17th, 2010 17.21

    Attendo con ansia di leggere il seguito di questa brillante analisi.
    Personalmente credo che la particolare tipologia di bipolarismo venutasi a creare in Italia negli ultimi anni, sia molto simile al sistema bipolare della Francia “Degaulliana” degli anni ’60 quando, a seguito del referendum popolare del 1962 sulla possibilità di eleggere direttamente il presidente del Consiglio, il sistema partitico francese si divise in due schieramente, formalmente a sostegno del “SI” o del “NO”, in pratica pro o contro la figura di De Gaulle. In Italia sembra stia succedendo qualcosa di molto simile. Tendenti entrambi al centro dal punto di vista delle grandi issues politiche (con ovvie divergenze su modi e strumenti per raggiungere gli obbiettivi simili), i due schieramenti paiono contrapporsi lungo una sola linea di frattura: Silvio Berlusconi e il cosiddetto “Berlusconismo”. Per questo motivo reputo abbastanza fittizio il bipolarismo italiano. Con la fine dell’attività politica dell’attuale premier credo che assisteremo ad un elevato frazionamento in ambedue gli schieramenti: frazionamento probabilmente più elevato nell’area del centrodestra (secondo le diverse correnti che possiamo già individuare) più contenuto nel centrosinistra. Il caos politico che si verrebbe a creare potrebbe rappresentare, dunque, l’unica occasione per il Partito Democratico di prendere in mano le redini dell’esecutivo del nostro paese. In tutto ciò, come ben sottolineato dall’ottimo Salvatori, un ruolo fondamentale verrà giocato dal sistema elettorale con cui si andrà alle urne.

    Stefano

  2. rovians on febbraio 17th, 2010 17.37

    tutto dipende dalle volontà del cavaliere. non credo vorrà fare un’altra legislatura, ma magari farà un pensierino al quirinale, fini permettendo. Non credo vi sarà un ulteriore variazione dello scenario partitico, ma mai dire mai.

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