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Capolavoro Diritti su Marzabotto L’uomo che verrà. Ulivieri stronca

febbraio 13, 2010 di Redazione 

Racconto della vita quotidiana dei contadini di Monte Sole, sull’Appen- nino bolognese, gli ultimi giorni prima della strage perpetrata dai nazisti. Un film lieve (per quanto possibile), poetico, da vedere. Il nostro critico però non l’ha amato, e ci spiega perché.

Tra i motivi, l’incapacità del cinema italiano di uscire dalla sua dimensione neorealista, che lo ha fatto grande ma, secondo Ulivieri, lo tiene ancorato al passato.

Nella foto, un momento de L’uomo che verrà

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di FABRIZIO ULIVIERI

“L’uomo che verrà” parla di guerra partigiana, di sfollati dalla città di Bologna, di contadini vessati dai nazisti e anche dai partigiani e infine di una orribile strage perpetrata dai tedeschi su civili innocenti (strage di Marzabotto).

I livelli di recitazione nel film onestamente ci paiono da filodrammatica. Molti dubbi inoltre che tutti i soldati tedeschi che parlano in tedesco siano autentiche comparse di lingua madre, a parte uno o due.

Ma detto questo il film mi pone delle domande alla quali non so davvero dare una risposta: perché tutti film che raccontano l’Italietta anteguerra o postguerra hanno tutti il color cartolina ingiallita? Sarà perché è la RAI a dare i soldi che questi film hanno tutti il format da sceneggiato televisivo? Ma si può finalmente uscire da questo equivoco del neorealismo e provare a fare qualcosa di nuovo? Per esempio, sperimentare altre vie per non ripetere sempre lo stesso monotono schema ad infinitum. La mancanza di coraggio nella sperimentazione, nel provare a fare un film che esuli dagli schemi mutatis mutandis del neorealismo sembra una costante del cinema italiano.

L’unico film che ho visto quest’anno e che prova a farlo, è “La doppia ora” di Giuseppe Capotondi. Il film non è riuscito ma tuttavia contiene degli ottimi spunti. C’è Salvatores anche, che ogni tanto ci prova. Ma dopo c’ è il deserto…

L’unica cosa bella del film di Giorgio Diritti è Martina la bambina muta, protagonista del film, che solo alla fine ritroverà la parola. Un volto bellissimo. Un’espressività senz’altro superiore alla recitazione da filodrammatica degli attori (qualcuno anche professionista, Sic!).

E’ un film davvero povero (un film alla Ermanno Olmi ma molto da epigono, stessa tecnica ma senza maestria). E’ un film come tutto il resto del paese: privo di originalità, vecchio nelle concezioni artistiche come gran parte della cultura e società italiana.

Sconsigliato.

FABRIZIO ULIVIERI

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