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Futuro centrosinistra/1. Ceccanti: “Sì al partito unico” di G. Baffigo

febbraio 11, 2010 di Redazione 

Il plebiscito per Vendola in Puglia, l’adesione incondizionata alla candidatura della Bonino nel Lazio. Leader del centrosinistra non “iscritti” al Partito Democratico incoronati dagli elettori del Pd di cui divengono in qualche modo parte de facto. Lo ha scritto per primo il Politico.it, seguito da Europa e dal Foglio: il “Laboratorio Puglia” – concepito da D’Alema per rifondare il centro-sinistra col trattino – si rivolta contro i suoi fautori trasformandosi nel possibile, primo vero atto di nascita del Partito Democratico nella sua versione originale, quel corrispettivo italiano del Partito Democratico americano che contenga in sé tutti i riformismi. Il giornale della politica italiana ospita a partire da oggi un grande confronto tra le diverse anime progressiste. Sentiremo esponenti di tutte le forze che vanno da Rutelli a Vendola, appunto. Per capire. Se questo comune sentire del «popolo del centrosinistra» possa dare luogo davvero all’unità. La prima intervista, di Ginevra Baffigo, è con il senatore veltroniano del Pd. Buona lettura. E buona politica con il giornale della politica italiana.

Nella foto, il professor Stefano Ceccanti

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di Ginevra BAFFIGO

Ceccanti, il plebiscito per Vendola in Puglia, in primis da parte di elettori Democratici, l’adesione incondizionata alla candidatura della Bonino nel Lazio. Secondo il nostro giornale, Europa e il Foglio tutto questo dimostra l’esistenza di un «popolo di centrosinistra» che ha un senso di appartenenza unitario e che non si riconosce più nelle attuali divisioni partitiche. E’ d’accordo?
«Sì certo, condivido. Nel senso che più volte questo si è manifestato. Ora, se noi escludiamo una quota molto minimale di persone di estrema sinistra che non sono interessate al programma di governo, cosa che si riflette anche nella percentuale calante nei voti di Rifondazione, tutto il resto dell’elettorato si riconosce in un disegno unitario».
Veniamo subito al dunque e poi ne ragioniamo: alla luce di questo, sono allora maturi i tempi per la nascita di un grande partito unitario di centrosinistra?
«Il Partito Democratico è nato così. Anche l’idea di accogliere i Radicali nele nostre liste, chiedendo loro di entrare senza che il simbolo venisse messo a parte, rifletteva esattamente questo tipo di schema, questo tipo di volontà. Il modo in cui nacque il Pd, dalle primarie, e poi andò alle Politiche, era in qualche modo una prefigurazione di questo.
Anche il cosiddetto fenomeno del ‘voto utile’, che si è manifestato nelle elezioni politiche, per cui la Sinistra Arcobaleno è stata sgonfiata essendo fuori dalle condizioni del voto, ha visto uno spostamento di elettori nel Pd. Si è rivelato che anche l’elettorato al confine con la sinistra elettorale, quando è posto di fronte alla scelta “volete dare un voto di governo, anche leggermente distante dal partito di vocazione, o dare un voto che finirà all’ opposizione?”, sceglie la prima strada. Il che rivela un grado di maturità dell’elettorato decisamente rilevante. E’ un pendant dei fenomeni che, come avete evidenziato, vanno dal Pd al consenso alla Bonino e a Vendola.
Anzi, mi lasci dire che proprio nei confronti di Vendola è stato fatto un grave errore “originale”. Quando questi ha voluto fare una scissione nei confronti di Rifondazione, invece di sostenere che poteva far da cuscinetto a sinistra, già allora si sarebbe dovuto insistere perché entrasse direttamente nel Pd. Avrebbe anche facilitato la sua ricandidatura in Puglia e quindi l’eventuale aggregazione dell’Udc».
Ma, per tornare al filo del nostro discorso, può essere il Partito Democratico in sé a raccogliere questa istanza unitaria, o è necessario passare attraverso la fondazione ex novo di un soggetto?
«Penso che il Pd sia una promessa del partito di cui stiamo parlando. E quindi il Partito Democratico, in quest’ottica, deve essere disposto a rimettere in discussione anche alcune sue caratteristiche. E questo servirà a farlo diventare sempre più un partito grande. Penso che anche per questa ragione la scelta strategica delle primarie vada confermata, perché le primarie consentono l’osmosi di elettorato di cui stiamo parlando. Proprio per questa ragione credo che le primarie siano uno dei punti più caratteristici per consentire l’allargamento della base.
In fin dei conti, come il Pd nacque dalla lista dell’Ulivo alla Camera, sull’onda delle primarie per Prodi e dal grande voto alle primarie per Prodi stesso nell’Unione, così le primarie in Puglia hanno manifestato questa osmosi elettorale.
Aggiungo che Vendola, che è quello che si è battuto e che ha imposto le primarie, anche per questo era un candidato, anche se non appartenente al Pd, che rispondeva alla formula prima del Pd. E ciò spiega anche perché i nostri elettori lo hanno votato in stragrande maggioranza. Non lo hanno votato nonostante non fossero del Pd, ma perché erano elettori del Pd».
Le primarie come chiave di volta, dunque. Cosa invece va cambiato?
«Noi dobbiamo prendere sul serio lo statuto che abbiamo, soprattutto, appunto, sulle primarie. E utilizzarle effettivamente come regola, non come eccezione o come scelta un po’ incoerente a macchia di leopardo. Se facciamo questa scelta ci abituiamo costantemente a vedere gli elettori che votano insieme. E quindi in questo modo pian piano gli elettori capiscono, ed anche inutile dire i gruppi dirigenti, possono convergere in un unico partito. Le primarie fatte in maniera costante, ripetuta nel corso degli anni le primarie riproducono questo meccanismo».
Ceccanti, la linea dell’attuale segreteria si concilia o, piuttosto, contrasta questa prospettiva?
«La linea che ha espresso più volte D’Alema, anche a favore di un sistema proporzionale, è una linea che tende ad andare in direzione divaricante rispetto a quella di cui stiamo parlando. Quanto a quella espressa dal segretario non è molto chiara. Ci sono dei segnali contraddittori».
Una certezza è la ricerca dell’alleanza con l’Udc.
«L’importante è vedere come si va alle alleanze. Nel caso pugliese, ad esempio, l’Udc ha chiesto una cosa sbagliata. Non ci ha chiesto di sostituire Vendola perché questi aveva governato male, ma semplicemente sulla base di una pregiudiziale personale. Una condizione in questi termini noi non la potevamo accogliere. Così sul piano nazionale, per le prossime elezioni politiche, ci sono molte cose che ci avvicinano all’Udc, e che quindi rendono possibile un accordo.
Ma non ci può essere posto – appunto – come vincolo quello di adottare un sistema proporzionale puro.
E comunque dobbiamo continuare a porci il problema di sfondare nell’elettorato che vota nell’altro schieramento. Non possiamo certo pensare che ce lo risolva l’Udc. Dobbiamo risolverlo in buona parte da soli».
Questo pone il problema delle diverse “anime” e della loro convivenza.
«L’idea del partito a vocazione maggioritaria è esattamente questa: l’idea di un partito che al proprio interno decida a maggioranza, ma che abbia al contempo un arco di posizioni molto ampio. Tenga conto che il fallimento dell’Unione non era legato alla decisiva differenziazione ideologica fra gli elettorati, ma piuttosto era dovuto al fatto che sei partiti sono molti in una coalizione, e fra partiti si decide tendenzialmente all’unanimità. Mentre le stesse persone, messe all’interno di unico partito dove si decide a maggioranza, producono un meccanismo senz’altro più funzionale».
A Bersani cosa consiglierebbe in questo senso?
«Io non consiglio niente, io mi auguro semplicemente che le idee programmatiche che furono esposte al Lingotto, di un profondo cambiamento della società italiana attraverso la politica, e che quindi richiedono un grande partito a vocazione maggioritaria che fa uso delle primarie dentro una cornice di democrazia governante, siano costantemente rilanciate».
Chi dovrebbe esserci a capo del nuovo partito unico centrosinistra?
«Quello che gli elettori decideranno di scegliere per sfidare Berlusconi alla prossima tornata elettorale. La scadenza per perfezionare questo disegno è il 2013 e la scelta del leader del partito da contrapporre a Berlusconi. Lo decideranno i nostri elettori, secondo il metodo delle primarie».
Veltroni? Può essere l’uomo giusto?
«Non mi sembra che sia il caso di discuterne ora. Non affrettiamo i tempi».
Vede la disponibilità delle altre forze che dovrebbero partecipare al progetto?
«Mah, dipende anche da noi, da come noi ci relazioniamo a loro. Fu possibile avere i radicali nelle nostre liste, per quanto quella non era la loro posizione di partenza, ma noi insistemmo. Io penso che dobbiamo insistere analogamente con le varie forze che si muovono in questa chiave».
E se vi fossero delle istanze particolaristiche? L’affezione al proprio vessillo, alla propria identità partitica, nonché alla propria posizione?
«Ma per questo noi non imponiamo niente a nessuno. Dobbiamo metterci nella condizione per cui chiunque voglia superare lo status di alleato e voglia convergere dentro al nostro partito possa farlo. Ed anzi, la speranza è che sia in qualche modo incentivato a poterlo fare».

Ginevra Baffigo

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