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Iran, Ahmadinejad: “Ho uranio arricchito” Spari e scontri in piazza per Rivoluzione

febbraio 11, 2010 di Redazione 

Nel giorno dell’anniversario della “presa” islamica del Paese, il presidente annuncia il nuovo traguardo sulla strada della dotazione dell’atomica. Che pare sempre più vicina, anche se dovranno passare ancora «due o tre anni, quattro nella migliore – per l’Occidente – delle ipotesi», perché l’Iran la possa avere. A meno che qualcuno non intervenga per impedirglielo, e gli occhi sono tutti puntati su Israele, vero obiettivo iraniano e unica potenza sullo scacchiere mondiale, forse, a potersi permettere un attacco preventivo nei confronti dell’Iran. Oggi intanto piazze in rivolta, aggrediti gli oppositori al regime. Ci racconta tutto, di oggi e di ieri, Désirée Rosadi.           

Nella foto, Mahmoud Ahmadinejad

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di Désirée ROSADI

Oggi come 31 anni fa. Teheran festeggia l’anniversario della Rivoluzione islamica: la folla dilaga per le strade che conducono a piazza Azadi, e attende con impazienza il discorso del presidente Ahmadinejad. Niente è lasciato al caso. Dopo la repressione di piazza del movimento riformista, la tensione è alta. Tra la gente si mescolano poliziotti e miliziani Basij. Per le strade circolano pick-up che diffondono slogan pro-governativi attraverso gli altoparlanti. Secondo le prime testimonianze si sarebbero già verificati scontri. Ai giornalisti stranieri non è stato consentito seguire i cortei.

Doveva essere una rivoluzione contro la tradizione, contro le statiche e pesanti strutture religiose sciite, che negli anni settanta collaboravano con la monarchia Pahlavi e la sua vicinanza all’Occidente. Nel gennaio 1979, dopo una crisi politica senza precedenti, Reza Shah fu costretto all’esilio e lasciò campo libero all’ayatollah Khomeyni, che tornò a Teheran dopo dieci anni di confino in Turchia e Iraq. Di nuovo in patria, Khomeyni fu accolto da una massa enorme di sostenitori. Fu così che, in un Iran dilaniato dalla crisi economica e sociale, nel giro di un mese Khomeyni e il nuovo Consiglio rivoluzionario islamico formarono un governo, guidato dal clero e dalle guardie rivoluzionarie dei pasdaran.

Era l’alba di un nuovo nazionalismo, fuori dall’influenza americana, che tuttavia emarginò le forze liberali e moderate e, nel corso della guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, si radicalizzò in senso islamico. “Morte all’America”, gridano ancora oggi gli iraniani per le strade della capitale, inneggiando alle guide supreme, Khomeyni e Khamenei. Barack Obama «perde occasioni», ha esclamato Ahmadinejad stamani, nel discorso celebrativo della rivoluzione, «il signor Obama fa disperare tutti, perde occasioni, non agisce correttamente e va su un percorso contrario ai suoi interessi e a quelli del popolo americano», tutto questo per seguire «la volontà dei sionisti». Oggi come trent’anni fa, quando il dittatore di turno, Saddam Hussein, godeva dell’aiuto degli stati arabi del Golfo, delle forniture militari dell’egiziano Sadat, e dei paesi occidentali. Un conflitto assurdo, portò solo distruzione, morte, e lasciò nell’isolamento internazionale l’Iran. E così fino ad oggi, tra conflitti interni all’élite rivoluzionaria e crisi dell’opposizione riformista.

I nemici di allora sono sempre gli stessi. Israele, gli Stati Uniti e i suoi alleati. Dimostrazione evidente è l’”assalto” dei giorni scorsi ad alcune ambasciate europee a Teheran. Eppure c’erano state delle aperture. Il ministro degli Esteri iraniano sembrava lasciare spazio al dialogo, e invece no. Alcune domande si insinuano. Si tratta di una manovra diplomatica che vuole spiazzare la Comunità internazionale, studiata a tavolino, che prevede questa ambiguità e confusione? Oppure i proclami minacciosi di Ahmadinejad e di Khamenei sono finalizzati essenzialmente ad accrescere il consenso al regime, che negli ultimi mesi è stato minato dalle manifestazioni dell’opposizione?

«Distruggeremo Israele una volta per tutte se verremo attaccati dai sionisti», ha confidato ieri Ahmadinejad al suo omologo siriano, «un’operazione militare sionista sarà respinta, una volta per tutte». Poche ore prima aveva proclamato al vertice governativo che «il processo di arricchimento dell’uranio iraniano è al 20 per cento». Le operazioni per l’arricchimento erano cominciate martedì, sotto lo sguardo degli ispettori dell’Aiea. Secondo Teheran, il combustibile prodotto a Natanz alimenterà un reattore vicino Qom, dove vengono compiute ricerche mediche sugli isotopi nucleari. «Volevano portarci via il nostro uranio arricchito a più bassi livelli», ha avvertito il presidente, riferendosi ai Paesi Onu e all’Unione Europea, «l’Iran ha le capacità di arricchire l’uranio anche oltre il 20%, ma non lo farà». Poi annuncia che l’Iran ha intenzione di «triplicare a breve la sua produzione» di uranio al 3,5 per cento.

Dichiarazioni su dichiarazioni, che creano non poca preoccupazione ai ministri europei e americani. A parlare per tutti è Frattini, che invita a «giudicare dai fatti, senza fermarsi alle dichiarazioni»: è chiaro che l’atomica nelle mani di Ahmadinejad desta timore. Ma al nostro Ahmadinejad non va giù l’atteggiamento egemonico dell’occidente, di chi vuole continuare ad imporre restrizioni e condizioni, con il dito puntato sul regime iraniano esclama “Noi possiamo, tu no”. Purtroppo, dietro tante parole si nasconde il disagio economico degli iraniani, alimentato dalle minacce di blocco degli investimenti da parte dei Paesi europei, tra i quali l’Italia. Nessuno si chiede come vive oggi il popolo persiano. La povertà, l’isolamento internazionale, il regime dittatoriale, elementi di un mosaico che rappresenta un Iran a terra. Ebbene, sarà la nuova rivoluzione atomica di Ahmadinejad a farlo rialzare?

Désirée Rosadi

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