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‘Laboratorio Puglia’ diventa fucina del Pd il Politico.it risponde a Europa (e Il Foglio)

febbraio 6, 2010 di Redazione 

Domenica 24 gennaio. Mentre a Bari e nelle altre città della Puglia i gazebo del Partito Democratico erano invasi dagli elettori di centrosinistra che – avremmo saputo la sera – stavano reincoronando Vendola loro candidato alla presidenza della Regione, il giornale della politica italiana scriveva che l’apparente big bang che aveva colpito i Democratici e i loro alleati in quelle giornate ingarbugliate poteva essere invece il segno della vera nascita (in fieri) del Pd. Quel corrispettivo italiano del Partito Democratico americano, partito in ultima analisi di tutti i riformisti, che era lo stesso Ulivo ma che ha continuato ad essere anche il Pd fino all’ultimo congresso. Il giornale del “nostro” Menichini e quello diretto da Giuliano Ferrara raccontano, più tardi, le settimane successive, la stessa storia. Noi, intanto, rivendichiamo la nostra primogenitura, che conferma una volta di più la lungimiranza e la lucidità di analisi di questo giornale. E poi, inevitabilmente, rilanciamo. Così.

Lo screenshot di titolo, foto e introduzione al nostro pezzo di domenica 24 gennaio sul “compimento” del Pd

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di Matteo PATRONE

Lo ha scritto per primo, ancora una volta, il giornale della politica italiana. Poi sono venuti Europa e Il Foglio. Noi lo abbiamo scritto il pomeriggio prima della vittoria di Vendola alle primarie in Puglia (prima di quella vittoria); loro le settimane successive.

Il plebiscito di Vendola in Puglia, la convergenza sulla Bonino in Lazio, l’entusiasmo del popolo Democratico. Sì. Ma anche il rimescolamento oltre ogni appartenenza storica dentro i confini di oggi del Pd. Tutto questo ci ha fatto pensare, quella domenica di gennaio, che dalla sconfitta di Boccia in Puglia potesse nascere, anzi, avesse già cominciato a nascere il Pd. Senz’altri aggettivi. E senz’allargamento a cose nuove. Perché il Pd, nella sua concezione originaria, è il Partito di tutti i riformisti. L’equivalente italiano del Partito Democratico americano (il nome, appunto). Qualcuno lo ha chiamato Ulivo (già mondiale). Ma porre la questione da questo punto di vista – come ha fatto il sindaco di Torino Sergio Chiamparino – tradisce una mancanza di comprensione e di visione del progetto originario. Del Pd, appunto. Che era questo. Così che è il Pd, e non un suo superamento – semmai il suo compimento – il partito del centrosinistra dai (non più) comunisti ai moderato-progressisti.

Hanno dunque ragione (fino ad un certo punto, quello indicato sopra) sia Chiamparino sia Stefano Fassina che dalle colonne de l’Unità respinge l’idea del primo cittadino torinese. «Il Pd è superato – aveva detto sostanzialmente Chiamparino – ora serve un contenitore più grande». Che è, appunto, il Partito democratico stesso, nel suo compimento definitivo. Fassina difendeva il Pd, «che è quanto basta», ma senza forse pensare al progetto originale. Dunque hanno ragione – o torto – entrambi.

Il “nostro” Stefano Menichini, direttore di Europa, sul suo vivacissimo giornale scrive a questo riguardo due cose che meritano di essere richiamate. La prima: questo Pd non è quello immaginato da Veltroni. No. In realtà Veltroni aveva in mente proprio questo. La vocazione maggioritaria consisteva appunto nell’ambizione di rappresentare, da soli, tutto il centrosinistra. E diventare così – al di là di ogni dichiarazione volta a gettare acqua sul fuoco e a ridimensionare il senso di un’idea che poteva apparire troppo ambiziosa, e quindi “folle”, e insostenibile – un partito maggioritario tout court. Proprio da 50 più uno dei consensi.

La differenza tra il Pd che può nascere oggi e quello veltroniano sta nella strada che si percorre per arrivare al risultato definitivo: Veltroni aveva puntato sul voto utile, che avrebbe dovuto di fatto portare sotto l’ombrello del Pd gli elettorati degli altri partiti riformisti sottraendoli alle loro dirigenze (eccetto Idv e Radicali, rispetto ai quali l’operazione sarebbe stata più difficile, perlomeno nell’immediato).

Se parliamo di nuovo di questo Pd rappresentativo di tutti i riformismi, scrive il direttore di Europa, è oggi invece grazie alla «saggezza del suo popolo», che con le primarie in Puglia e con l’adesione incondizionata alla candidatura della Bonino dimostra che il popolo del centrosinistra ha già un senso  di appartenenza e una comune sensibilità, che va oltre ogni divisione partitica nella quale non si riconosce.

E dunque, in qualche modo, è merito di un meccanismo plebiscitario che salta le burocràzie, come le definì Nanni Moretti quel giorno del 2001 in piazza Navona, e consente al popolo di esprimere finalmente la propria vera voce, diversa da quella che in questi anni è stata rappresentata dalla sua classe dirigente. Una voce che dice che Emma Bonino e Nichi Vendola, e quindi altri due pezzi del centrosinistra ad oggi esterni al Pd e che rappresentano altri riformismi (anche se Giuliano Amato confidò, una volta, che considerava il liberismo dei Radicali estraneo alla sua famiglia politica), sono in realtà organici al popolo Democratico, e dunque al suo partito.

E’ dunque il popolo Democratico che scavalca i suoi dirigenti e in qualche modo li esclude, coinvolgendo piuttosto alcuni campioni della dirigenza degli altri partiti.

Quale che sia il metodo, comunque, è chiaro che l’obiettivo è lo stesso. Un obiettivo difficile da raggiungere, scrive ancora Menichini. Soprattutto – sottolineiamo noi – per la ragione (indicata da Europa) che gli altri partitini sono molto gelosi della loro indipendenza. Forse perché temono appunto quel processo di cooptazione (degli elettorati) che finisce per essere una conventio (ad excludendum loro). Ma l’affetto della gente può far capire a Vendola, alla Bonino che non avrebbero motivo di temere (e che semmai devono temere gli attuali dirigenti del Pd).

L’altra ragione per cui questo “compimento” sarebbe difficile è la strategia, diametralmente opposta, dell’attuale segreteria Democratica. Di D’Alema, insomma. E qui entra in gioco un fatto di oggi che la dice lunga su quanto questo processo sia in realtà avanzato, e percepito, anche dalle altre forze politiche. Almeno da quelle per qualche ragione “interessate”. L’Udc, ad esempio. Proprio Casini parla per la prima volta oggi di un ticket Poli Bortone-Palese per battere Vendola il 28 e 29 marzo. Nessun cedimento sul proprio candidato, ma un’insistenza fortissima alla ricerca di un accordo. Logiche di parte, forse. O forse no. Vendola sembra infatti non andare proprio giù al leader centrista. Forse per la storia dell’acquedotto pugliese, che Casini intenderebbe privatizzare (magari al suocero Caltagirone) mentre Vendola non ne vuole parlare proprio. E certamente questo c’entrerà.

Ma non c’entrerà anche il presagio, come lo chiamerebbe lo stesso Nichi, di quella primavera democratica che – a Pd finalmente compiuto – può consegnare a questo Paese una maggioranza e un governo coeso e omogeneo di centrosinistra tout court e del tutto progressista?

Matteo Patrone

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