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Fiat prepara dislocazioni all’estero Vertici “dimenticano” gli incentivi

febbraio 6, 2010 di Redazione 

Aldo Torchiaro ci racconta cosa si muove all’ombra del Lingotto. In questi giorni le uscite di Marchionne, che lasciano trasparire le reali intenzioni della casa torinese, e quelle di Montezemolo («Mai avuti aiuti dallo Stato») che scatenano la reazione del governo e la polemica della nostra politica. Sullo sfondo, il destino di migliaia di lavoratori, che rischiano di ritrovarsi a casa in nome di una ristrutturazione industriale che tiene poco conto dell’interesse generale. Fassino: «L’ad rimane comunque un socialdemocratico». Ma il problema, appunto, non è ideologico, bensì concretissimo. Il giornale della politica italiana vi svela il filo conduttore della vicenda Fiat. Sentiamo.

Nella foto, l’amministratore delegato Fiat Sergio Marchionne

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di ALDO TORCHIARO

La crisi dell’automobile spinge Fiat a chiudere Termini Imerese e i suoi vertici a straparlare. Da giorni Sergio Marchionne, rompendo un incantesimo che lo collocava in una sorta di riserva finanziaria della pax costruens, appare colpito dalla sindrome della dichiarazione. Prima con una lunga intervista al quotidiano più amico, La Stampa, dove ha fatto trasparire il disimpegno dallo stabilimento siciliano, poi con una serie di precisazioni e smentite che ne hanno rafforzato il senso, l’Ad più apprezzato del momento ha perso punti con una velocità impressionante. Come in un tavolino delle tre carte, ha messo sul piatto confusamente nuovi investimenti e dismissioni, prepensionamenti e richiami in patria di produzioni estere. Insomma, si è ingarbugliato. In suo favore è dovuto intervenire persino Piero Fassino: “Rimane un socialdemocratico”, gli ha fatto sapere l’ex segretario Ds, non si sa bene se per agevolarlo o affondarlo del tutto. Claudio Scajola ha avuto terreno facile nel tirare le somme: stando così le cose, niente più incentivi per Fiat. Dato l’imbarazzo procurato da Marchionne, è sceso in campo Luca Cordero di Montezemolo. Il presidente di Fiat in persona. Voleva chiarire la situazione, ha fatto un disastro. “Non abbiamo mai preso un euro dal governo”, ha detto. E qui, apriti cielo. Gli è piovuto addosso un profluvio di dichiarazioni. Il ministro Calderoli non l’ha presa con ironia. “Se era una barzelletta, la sua, non fa proprio ridere”, gli ha replicato. E’ stato più duro il senatore del Pd Lumia: “Una bugia grossolana”. La verità risiede dunque altrove: Fiat starebbe trattando, stando ai rumors di palazzo, la dislocazione all’estero delle produzioni importanti. Un’operazione che comporterebbe risparmi giganteschi, vociferano al Lingotto, a spese di migliaia di lavoratori. C’è chi ricorda i viaggi e le frequentazioni cinesi di Montezemolo per additare Pechino come chimera responsabile di tutti i mali. Non v’è certezza. Si sa invece per certo che la casa di Torino ha usufruito in modo organico, continuo e consistente di incentivi statali. Una tassa che ogni contribuente italiano ha inconsapevolmente pagato, e per la quale oggi chiediamo, per lo meno, di non essere presi in giro. Se c’è chi afferma che Fiat non ha mai preso soldi pubblici, si potrebbe dire con altrettanta libertà che Gesù è morto di freddo, sulla croce. Dicendo, lo ricordiamo: “Fiat voluntas tua”.

ALDO TORCHIARO

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