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Il dossier. Secessione? E io impugno le armi di Paolo Guzzanti

febbraio 4, 2010 di Redazione 

Il tema non è più al centro del dibat- tito politico da quando la Lega ha cambiato la sua parola (d’ordine) da “separazione”, appunto, in “federalismo”. Poi si potrebbe discutere sull’autenticità di questo cambio di prospettiva, per l’oggi ma soprattutto per il futuro, ma non è questo il punto. Perché passato il tormentone nazionale, nel Paese resta la questione culturale: l’unità d’Italia è un artificio oppure, oggi, il processo di unificazione e amalgama ha raggiunto un punto tale da essere irreversibile, e da consegnarci, già adesso, un Paese davvero unito? Risponde per il giornale della politica italiana l’ex vicedirettore de “il Giornale” e deputato del Partito liberale italiano, e lo fa, come sempre, con la trasparenza di uno stile coraggioso e senza peli sulla lingua. Dopo il grande successo del dibattito sulla “svolta culturale” imposta al Paese dal presidente del Consiglio, un altro grande tema – una lezione – trattato dall’intellettuale liberale. Solo su il Politico.it. Buona riflessione.

Nella foto, Paolo Guzzanti

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di PAOLO GUZZANTI

Marx chiamava sprezzantemente Mazzini “Teopompo”: un misto di religiosità nazionalista e di pomposità retorica. Mazzini è duro da digerire, la sua prosa involuta ed esaltata, fortemente morale.
Aveva rapporti strettissimi con il governo inglese e molte delle sue imprese, tutte fallite e concluse in bagni di sangue come lo sbarco di Pisacane a Sapri, erano concordate o favorite da Londra secondo le necessità della politica estera britannica.
Ciò detto, trovo tutta la polemica trita e ritrita (da oltre 40 anni) sul Sud tradito (I Vicerè) e i piemontesi malvagi e rapinatori, stucchevole.
Facta i facta, come dicono i polacchi. I fatti sono fatti e al passato non c’è rimedio. E’ andata come è andata e non è andata come avrebbe potuto andare se non fosse andata come è andata.
Ma molti, troppi, dimenticano che il Risorgimento, con fenomeni di partecipazione di massa giovanile che fornivano continuamente volontari freschi, entusiasti e pronti a morire (compresi i garibaldini fucilati dai piemontesi per aver gettato alle ortiche l’uniforme del re e aver indossato quella della guerriglia sudamericana del pirata e rivoluzionario Giuseppe Garibaldi, accompagnato da pistoleros uruguaiani e sette texani, con una moglie che cavalcava a pelo e scaricava la Colt negli occhi dei gendarmi pontifici, borbonici e francesi), fu un fenomeno NAZIONALISTA.
Ci furono intellettuali come Cattaneo, overrated, che volevano il federalismo, ma erano come l’albumina nelle analisi delle urine: tracce. Chi accettava di andare con Peppino Garibaldi, sapeva che andava a morire e a combattere. Le truppe volontarie italiane, di volontari nazionalisti, sbaragliavano le truppe regolari di ogni esercito.
E i francesi lo sapevano per primi tanto che il generale Oudinot si fece preparare un nuovo tipo di fucile per combattere i partigiani italiani: lo Chassepot a retrocarica che gli permise di massacrare i volontari garibaldini a Mentana e di telegrafare al suo governo che “Gli Chassepot hanno fatto miracoli”. Roma fu persa per quei fucili e la Repubblica cadde e Garibaldi e i suoi fuggirono verso le paludi di Ravenna dove Anita contrasse la malaria e morì, utima vittima degli Chassepot.
Io non scherzo: voi fate la secessione, e io in camicia garibaldina vi prendo a fucilate. E portatevi gli Chassepot, che ve li ficco, come diceva Garibaldi dans le cul, up your fucking ass.

E questo non è nazionalismo. Nazionalista io? Ecco una imbecillità. Credere che il proprio Paese sia una nazione unitaria (poi la distingui per diversità, dialetti, organizzazione amministrativa regionale, se vuoi anche federale) non è affatto nazionalista.
E’ nazionalista colui che crede che il proprio Paese sia superiore agli altri paesi, in genere soltanto perché c’è nato lui, o lei.
Io guardo all’Italia come i francesi guardano alla Francia. Come gli americani guardano agli Usa, come gli inglesi (che sono ben divisi fra gallesi irlandesi scozzesi e britannici) guardano al Regno Unito, come gli svizzeri (federali con tre lingue, anzi quattro col ladino) diverse.
Cosa c’è di nazionalista nel ritenere che la propria nazione esista ed abiti in un Paese e abbia una Costituzione, un sistema di leggi e di amministrazioni che ne costituiscono l’identità, l’entità, che abbia una storia, che abbia una lingua (e poi mille dialetti), un governo, un Parlamento?
Dove sarebbe il “nazionalismo”?
Ciò detto, chiunque, tra i lettori di questo giornale, sa che io pongo al primo posto la libertà, la difesa dei diritti di tutti, il rispetto delle leggi ma prima di tutto la libertà.
La libertà è l’uso della facoltà di scelta nel ventaglio delle scelte consentite dalle leggi e dalla Costituzione. Uno non può prendersi la libertà di ammazzare un avversario, di non pagare le tasse o di attaccare l’unità del Paese per perseguirne la dissoluzione.
Questo possono farlo, in nome dell’autodeterminazione, i popoli costretti a convivere con altri popoli. La Cecoslovacchia – il “budello Cecoslovacco” – fabbricata a tavolino alla fine della Prima guerra mondiale. Si misero insieme la Slovacchia, dove si parla slovacco, con la storia slovacca, con i boemi della attuale repubblica Ceka. Dopo la fine del comunismo le due NAZIONI ceka e slovacca, hanno convenuto di separarsi in due repubbliche. I canadesi di lingua francese, vedi “la versione di Barney”, chiesero ed ottennero un referendum secessionista per sostenere l’idoneità dei canadesi francofoni a costituirsi in nazione. Persero il referendum e finì lì.
In Italia non esiste una seconda etnia. NON ESISTE LA PADANIA che è una geniale invenzione mediatica di Bossi, non esiste la liungua padana, la storia padana e neanche l’identità padana. Idem per Sicilia e Sardegna cui è stata data una regione con foritissima autonomia.
Io penso invece che avrebbero tutto il diritto di chiedere la secessione i valdostani di lingua francese e i tedeschi del Sudtirol, che fra l’altro ci costano una fortuna. Altre lingue, altra storia, altra identità: io amo la libertà e l’autodeterminazione e trovo giustissimo che abbandonino l’Italia. Ma non i calabresi, non gli abitanti della provincia di Cuneo o di Vercelli, o delle altre regioni italiane dove si parla italiano, o si parlano i dialetti, i “parlari patois” della comune e condivisa origine latina.
Non riconosco l’identità politica di queste entità locali.
Non esiste. E se mai fosse esistita 150 anni fa, non esiste più oggi dopo che i popoli i sono fusi in terribili guerre, dopo che metà della popolazione del Sud si è trasferita al Nord, dopo che gli italiani hanno raggiunto l’unità linguistica attraverso la tv e poi internet, dopo l’unificazione attraverso le strade e ferrovie: sangue, rotaie, televisione, politica, storia comune, identità. Ciò che conta è l’identità e quella non la si può negare o accogliere, distruggere e rifiutare come si può rifiutare un piatto al ristorante. Quella c’è anche a prescindere da ciò che i cosiddetti secessionisti di oggi pretendono.
Ed è a quel punto, al punto in cui alcuni chiedono non libertà individuale, ma una inesistente libertà etnica (perché non esistono etnie, al massimo diverse ricette per la pasta) che io ritengo di dover avvertire che sbaglia chi pensa di poter perseguire l’illegittimo scopo di una secessione pensando che ciò possa accadere in modo indolore, senza conseguenze, per “spappolamento”.
Ed è per questo che ho lanciato e lancio la mia provocazione. Se lo farete, mettete nel conto che dovrete uccidermi. Prenderò il fucile, che non ho, e mi opporrò in nome della legge, della storia, dell’identità, contro un tale sopruso. Non sarà un gran danno ammazzarmi. Ma poi nessuno potrà dire che la secessione è avvenuta dolcemente, senza che nessuno reagisse.
E questo non si chiama nazionalismo: si chiama decenza, onore e decoro, si chiama anche amore per la propria Patria che ha un miliardo di orrendi difetti, fra cui cittadini codardi e sciocchi, ma che è e resta la mia Patria. Io credo che nessuno abbia il diritto di distruggere un Paese che ha soltanto al suo interno o le sue normali differenze che hanno tutti gli stati europei.

E ancora. L’unità della mia patria (fatherland, terra dei padri, la terra in cui nacquero i tuoi nonni e bisnonni, non una parola di vuota e arrogante retorica) non si tocca quali che siano stati i difetti d’origine, perché la sua unità è ormai una cosa compiuta e irreversibile.
Pensate che l’idea di dare l’indipendenza al Sudtirol per risolvere la grana dell’Alto Adige con l’Austria, è sempre stata vietata dall’Europa e dall’Onu, sia pure in via di mera ipotesi, perché nessuno si può azzardare a modificare le frontiere d’Europa.
Non so se avete notato che cosa è successo nei vicini Balcani.
Per quello che sognano i separatisti, manca il COMUNE accordo e io mi pongo come esempio e capro espiatorio con la metafora del fucile solitario, per dire: attenzione, non è possibile una separazione consensuale, dunque ci sarebbe lite e sangue, ma non perché lo voglio io, ma perché così sarebbe, al di là dei sogni degli indipendentisti che considero romantici, banali e fanciulleschi.
Ora, vedete, i Guzzanti vengono dall’Etna. Il mio bisnonno Corrado Guzzanti, siciliano, è stato il primo sismologo italiano ed io ho inaugurato il museo a suo nome che gli ha dedicato l’Istituto di Fisica nella città d’origine dei Guzzanti e che si chiama Mineo, la città di Luigi Capuana che del mio bisnonno era l’amico fraterno. Di lì vengono i miei, di lì veniamo.
E recently io ho passato due meravigliose giornate a Messina (dove nacque mio padre, anche lui Corrado come mio figlio) e a Catania. E mi ha tremato il cuore. Ero a casa. Sentivo l’aria di casa. Il richiamo, il ritorno alle origini, fatherland. Io non ho mai vissuto in Sicilia. Non ho nulla a che fare con la Sicilia, ma ero a casa e mi veniva da piangere.
E tutto mi è sembrato naturale, fantastico, fatherland: di lì vengono i miei patres. I miei amici dicevano: Domani vado in Italia, oggi sono tornato dall’Italia, a che ora parte il tuo volo per l’Italia?
Dicono così senza spirito secessionista: perché l’Italia finisce a Reggio Calabria e la Sicilia sta in Sicilia.
E la Sardegna sta in Sardegna.
Ma Venezia è stata per mille e passa anni la serenissima repubblica
Roma è stata per cazzi suoi la capitale del mondo e non ha mai avuto bisogno dell’intasamento italiano
Milano era una fertile città austriaca
In Piemonte si parlava francese e sulle memorie di Cavour, che sono scritte in francese, si legge che il popolo di Torino tumultuava gridando “Vive le roi” in un modo che sembrava “vive la République”.
E poi i corsi che si sentono più pisani che francesi, e poi ci sono i valdodstani che parlano francese e i ladini che parlano ladino e la costa oientale italiana che è greca dell’esarcato (si dice in dialetto “AFTOSTRADA” alla greca, come in greco si scrive autos e si legge aftos)
e poi io a Gallicianò sull’Aspromonte ho trovato l’ultima comunità calabrese che come dialetto parlava il greco omerico (non quello basileo, bastardo, della caduta di Costantinopoli) e poi ci sono gli ghiegghi, ovvero gli albanesi di Calabria e di Sicilia (piana degli albanesi) e c’è Guardia Piemontese con la comunità dei piemontesi protestanti fuggiti cercando riparo dal re di Napoli, e poi ci sono le sacche tedesche medioevali sulle Alpi, e il sardo logodurese e il sassarese e le Langhe e le cinque terre e la Ciociaria e la laguna e il Friuli indomito e autonomo, e le terre di frontiera con gli sloveni e l’Istria abbandonata, e l’indipendenza ligure, e l’indipendenza toscana, e la nazione napoletana con lingua teatro letteratura e canzoni…
Esattamente tutto identico a quanto accadde in Spagna e in Portogallo.In Francia i re hanno unificato. Napoleone ha unificato.
Ma da noi?
Dicano: che dovremmo fare? Io darei volentieri l’indipendenza alla Sabina e vedrei di buon occhio la libera abbazia di Farfa, di cui sono un fanatico, con casinò e paradiso fiscale. La Locride intanto reclama e Latina sostiene non a torto di essere una terra unica e malcompresa.
Diceva de Gaulle: come si può governare un Paese che ha più di 1500 diverse qualità di formaggi?
In Sardegna il pecorino è formidabile. Ma anche noi abbiamo formaggi e “mangiari” ad ogni angolo di via.
Non siate così narcisisti da pensare che il vostro pecorino o il vostro tomino o la vostra caciotta valgano una bandiera.

PAOLO GUZZANTI

Commenti

2 Responses to “Il dossier. Secessione? E io impugno le armi di Paolo Guzzanti

  1. Mariano Torchitorio on aprile 2nd, 2010 05.28

    Trovo offensiovo il modo in cui accosta l’indipendentismo sardo ad un discorso dove il pecorino vale la bandiera. Per altro le ricordo che (senza ricorrere al pecorino) la Bandiera la Sardegna ce l’ha già e per emendamento regionale ha pari dignità con la bandiera italiana e deve essere sempre esposta in ambito istituzionale sul territorio sardo. La invito ad informarsi sulla storia, la cultura, la lingua, il territorio che rendono la Sardegna una nazione a se stante, purtroppo per ora, senza stato. Io guardo la Sardegna come lei guarda L’italia e come un Francese guarda la Francia. Senza nazionalismo, senza sentimenti di superiorità, ma soprattutto senza sentimenti di inferiorità: la nazione Sarda ha lo stesso diritto di esistere della nazione Italiana. Lo dice il diritto di autodeterminazione dei popoli, lo dicono pertanto l’ONU e l’OCSE, lo diceva persino de Andrè, e lo dicono migliaia di Sardi da molti secoli prima che l’italia diventasse anche solo un idea. E lo dice il fatto che mentre dante dibatteva sulla questione della lingua, in Sardegna l’unità nazionale e linguistica era già avvenuta da un pezzo. Saluti

  2. enriknaight on giugno 26th, 2010 18.13

    …nazione senza stato dice mariano torchitorio…il problema è che gli italiani, anche se messi sardi con sardi(dubito cmq che si sentano tutti nazionalisticamente uguali), napoletani con napoletani, milanesi con milanesi LO STATO non sanno neanche come si fà. la verità è che a noi tutti ci piace l’idea di nazione ma quando si parla di stato diciamo no grazie, preferisco non pagare le tasse perchè lo stato non mi aiuta, lo stato non c’è, la politica rubba…

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