Top

DIARIO. Guardateli, li rivedremo insieme Poi da noi: cosa prevede il ddl Valentino Parla Bersani: ‘Non mi dimetto comunque’

febbraio 3, 2010 di Redazione 

La nota politica quotidiana de il Politico.it. La firma, oggi, è di Ginevra Baffigo. Battesimo inusuale per il Diario politico che comincia con la decisione del presidente americano di incontrare il leader spirituale tibetano. Un omaggio dovuto al coraggio di Barack che accetta di sfidare la Cina alla quale non smette di tendere la mano in nome – entrambe le cose – della democrazia. Poi casa nostra. Torniamo sulla discussione sul legittimo impedimento a cui abbiamo dedicato gran parte della giornata di ieri, con i tre grandi contributi graduati: la notizia con la vignetta di theHand, il commento forte di Massimo Donadi e infine la solita cronaca firmata Andrea Sarubbi direttamente da Montecitorio. Vi raccontiamo del “no” alle pregiudiziali avanzate da Pd e Idv e poi entriamo nel dettaglio della cosiddetta legge antipentiti derubricata a proposta personale (del senatore Pdl) dal ministro Alfano. Infine, l’intervista a Giovanni Minoli del segretario Democratico, che si dice pronto a sfidare Berlusconi (o chi per lui) per la guida del Paese nel 2013. Ecco tutto.

Nella foto, il Dalai Lama e Barack Obama insieme nel 2005 a margine di un incontro con la Commissione esteri del Senato della quale l’attuale presidente americano era membro

-

di Ginevra BAFFIGO

Dalla Casa Bianca arriva la conferma dell’incontro tra il presidente Obama ed il Dalai Lama. Non sono perciò valsi a molto gli avvertimenti cinesi, che nelle ultime ore sembravano destinati a far sfumare il vertice fra i due leader. Il governo cinese però non demorde e si dimostra con l’approssimarsi della visita in quel di Washington sempre più recalcitrante: «I rapporti tra il governo centrale e il Dalai Lama sono una questione interna alla Cina» reclamano dal Partito comunista.
Ma la visita del leader spirituale tibetano e le accuse di separatismo che gli imputano i vertici cinesi sono puri pretesti. Piuttosto le ragioni delle tensioni fra USA e Cina si dimostrano ben presto essere di tutt’altra natura. Come sempre, prima ancor che politica, economica. Malgrado il vertice sino-americano dello scorso novembre, i rapporti fra la White House e Piazza Tiananmen si fanno sempre più stridenti sulle questioni ‘Google’ e vendita di armi americane a Taiwan. E lo scontro fra i due giganti dell’economia mondiale sembra ormai prossimo ad innescarsi.

Sul fronte interno, e veniamo al nostro racconto “classico”, come vi abbiamo raccontato nel corso della giornata è arrivata oggi a Montecitorio la legge sul legittimo impedimento grazie alla quale il premier, o eventualmente chi svolga funzioni di governo, potrebbero eludere i richiami delle corti che imputassero loro violazioni del codice penale. Il legittimo impedimento, è bene ricordarlo, si inserisce però in un contesto più ampio. Questo sarebbe infatti il primo passaggio di un ben più impegnativo work in progress che culminerebbe nell’approvazione di un lodo Alfano-bis, questa volta costituzionale.
La legge, il cui taglio ad personam viene in parte palesato dalla provvisorietà con cui lo stesso governo l’ha presentata, è stata oggetto dell’ennesima divisione fra le opposizioni: l’Udc oggi si è schierata con la maggioranza ed ha infatti deciso di astenersi dal voto di domani.
La polemica si scatena immediatamente. I Democratici accusano i centristi: “Fingono di non capire che la norma sul legittimo impedimento è una violazione della Costituzione” rimarca Franceschini. Casini: “E’ chiaro che anche per noi questo provvedimento è il male minore e ci assumiamo tutta la responsabilità per la nostra scelta di voler risolvere la questione”. Dall’Idv poi, con la solita esegesi alchemica, le parole diventano pietre: “Non pensiate di essere cristiani solo facendo il baciamani a papi e cardinali… Siete l’Unione dei casalesi, il partito delle poltrone e delle polpette” grida Francesco Barbato. A confronto la chiosa di Antonio Di Pietro sembra quasi posata: questo è “un regime fascista o piduista”.
Nel dettaglio oggi alla Camera si è votato per le pregiudiziali di costituzionalità firmate da Dario Franceschini (Pd) e Federico Palomba (Idv). Con 238 voti a favore e 343 contrari si boccia il primo emendamento Pd, che in sostanza prevedeva la soppressione dell’unico articolo di cui si compone il provvedimento. Per domani è invece previsto il voto finale, che si potrà seguire in diretta tv dalle 17.
Pd e Idv sono in pieno fermento e sembrano al momento compatti nel loro “no”. Altrettanto chiaro sin d’ora l’atteggiamento Udc che, con l’astensione, favorisce indirettamente la maggioranza. La decisione sembra inequivocabilmente dipesa dal via libera della commissione Giustizia ad alcuni loro emendamenti.
La tregua firmata tra Pdl e Udc verterebbe in estrema sintesi sulla proposta di estendere il legittimo impedimento solo alle attività “coessenziali” alle funzioni di governo del premier e dei ministri. Piccola concessione rispetto all’attuale testo, dove si parla piuttosto di “attività preparatorie e consequenziali” e “connesse” alle funzioni di governo. Inoltre altra “vittoria” centrista sarebbe quella di non fare un riferimento generico alle norme che regolano le attività del presidente del Consiglio, ma di indicare direttamente le leggi. Concessioni sufficienti per scendere a patti? Sembra proprio di sì. E con grande pragmatismo è proprio dalle file Udc che si riconosce l’accordo: “Sono dei piccoli passi in avanti nella direzione giusta – commenta Roberto Rao – ma restano ancora scogli come quello di estendere il legittimo impedimento anche ai sottosegretari; di prevedere una durata della legge di 18 mesi, anziché 12 come noi chiedevamo; e di stabilire più rinvii, invece di uno solo di 6 mesi”.
Il Pdl sembra piuttosto intenzionato ad inserire, con un emendamento del relatore, una modifica che deleghi alla presidenza del Consiglio il compito di attestare il legittimo impedimento.

Ddl anti-pentiti. L’ultima creazione del governo Berlusconi provoca forti reazioni non solo nelle file delle opposizioni, ma anche in seno alla stesso consiglio dei ministri. Due articoli, firmati dal senatore Giuseppe Valentino, e già depositati a Palazzo Madama potrebbero rallentare tempi e procedure delle inchieste di mafia. In particolare una renderebbe ancor più difficoltosa la collaborazione con i pentiti, fonte principale, insieme al materiale estrapolato dalle intercettazioni, dei processi in cui si tratta il 416 bis. I detrattori del governo sottolineano la concomitanza con i verbali di Gaspare Spatuzza, in cui il nome del senatore Dell’Utri verrebbe irrimediabilmente compromesso, con la stesura del decreto. In sostanza si tratta di due articoli, nessuna norma transitoria per regolare i processi in corso, ma introducendo condizioni più favorevoli per l’imputato quale avvocato non ne richiederà l’attuazione a difesa del proprio assistito?
Il titolo della proposta “Modifica degli articoli 192 e 195 del codice di procedura penale in materia di valutazione della prova e di testimonianza indiretta” ai più non dirà nulla. Ma la materia disciplinata da questi due articoli è in sostanza quella dei mezzi di prova, fra cui la testimonianza ed il valore che può avere ai fini del processo. Se dovesse passare il testo di Valentino, la regola verrà così riscritta: “Le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso assumono valore probatorio o di indizio solo in presenza di specifici riscontri esterni”. Se il secondo comma predispone insormontabili ostacoli al magistrato che volesse portare in aula le dichiarazioni di un pentito, è il terzier a preoccupare i giurisperiti: “Sono inutilizzabili le dichiarazioni anche in caso di riscontri meramente parziali”. Le modifiche al 195 non sono da meno in materia di inutilizzabilità: se oggi le dichiarazioni di un testimone che ha appreso notizie fondamentali per il processo da un altro si possono sempre usare “salvo che l’esame risulti impossibile per morte, infermità o irreperibilità”, con la modifica Valentino l’unica superstite sarà “l’infermità temporanea”.
Il “processo” alla proposta di legge di Valentino è aperto. E al banco dell’accusa tuona inaspettatamente il guardasigilli Alfano: “Non è nel programma, e io sono assolutamente contrario”.
Dalla Commissione Antimafia, Walter Veltroni è aspro: “Invece di sostenere gli enormi sforzi che magistrati e forze dell’ordine stanno compiendo con grande successo contro le mafie militari, Governo e maggioranza ultimamente si sono sempre più impegnati nella direzione opposta, in leggi come scudo fiscale e la previsione di vendita all’asta dei beni mafiosi. Ora si affaccia anche un progetto di legge che punta a sterilizzare uno degli strumenti più efficaci nella lotta alla mafia come le norme sui pentiti che la magistratura ha dimostrato di saper utilizzare con capacità di giudizio ed equilibrio. Se tutte queste previsioni dovessero essere approvate si rischia di proteggere i livelli criminali più pericolosi: i mafiosi dal colletto bianco che muovono centinaia di miliardi di euro ogni anno. Con queste norme si va verso l’impunità dei reati mafiosi”. L’avallo all’ex leader Pd arriva dal Pm Antonio Ingroia, che a proposito del ddl Valentino individua “il rischio di mettere la pietra tombale su tutti i processi di mafia, ogni malavitoso potrebbe chiedere la revisione”.
Valentino difende la sua creatura: “Dicono solo stupidaggini. Le mie sono solo norme in nome di un processo più giusto”. “Se è vero – spiega ancora il senatore – che le condanne devono essere inflitte oltre ogni ragionevole dubbio, è indispensabile che i criteri di valutazione della prova rispondano a principi di tassatività. L’interpretazione che da qualche tempo viene data all’articolo 192 del Codice di procedura penale che addirittura consente l’assemblaggio di segmenti di dichiarazioni a volte finalizzate ad obiettivi completamente diversi e considera tale assemblaggio elemento utile per una decisione, impone a mio avviso una riconsiderazione dell’articolo in questione il cui originario spirito appare radicalmente snaturato dall’uso che se ne fa ormai da qualche tempo”.

Bersani. “Nel prossimo futuro del Pd non ci saranno le dimissioni del suo segretario, noi ci siamo dati un percorso più lungo”. Pier Luigi Bersani lo dice da subito e non lascia spazio ad eventuali fraintendimenti: nel caso in cui i Democratici uscissero sconfitti dalle Regionali, non faranno seguito le sue dimissioni. Il neosegretario Pd, nel corso di un’intervista rilasciata a “La storia siamo noi” di Rai Educational, parla così del progetto democratico, ma non solo.
L’ex ministro per lo Sviluppo economico tocca moltissimi temi, interni ed esterni alle pareti di casa Pd. Dalla presenza “ingombrante” di Massimo D’Alema, al quale però riconosce “che ci mette la faccia” e con il quale “il rapporto non è cambiato, è un rapporto di stima e rispetto. Un rapporto amichevole”, alle Regionali di Puglia, dove il partito incassa una cocente sconfitta ancor prima che si aprano ufficialmente le urne. In tema di Regionali Bersani non ha perso l’ottimismo: “Vedrete che alla fine, a bocce ferme, faremo il conto e ci caveremo qualche gusto”. Quando si passa a Silvio Berlusconi i toni però si fanno ben più duri: “Un leader conservatore che ha una piegatura populista e che se gli si lascia protrarre la cura può provocare dei guai seri al meccanismo democratico”. E su un’eventuale competizione con il Cavaliere alle prossime politiche il piacentino rivela di “non escludere assolutamente la candidatura a premier del 2013″. Ma “neanche lo ordina il dottore…”. Venendo poi alla strettissima attualità, sul tema del giorno il segretario Democratico ribadisce un concetto espresso molte volte in queste settimane: “E’ un tema che deve essere valutato e affrontato ma – torna a chiarire – in un quadro astratto cioè mettendosi a discutere di regole”. Qui, invece, “siamo alla scorciatoia, non alla riforma”.

Ginevra Baffigo

Commenti

Commenti chiusi.

Bottom