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***La storia***
STEFANO OKAKA, UN ITALIANO
di ANDREA SARUBBI*

febbraio 1, 2010 di Redazione 

Avevamo pronte una vignetta di theHand e un’analisi sulla nostra Chiesa, spunti di grande interesse che vi proporremo nei prossimi giorni. Per stasera, e prima di tornare naturalmente sui fatti di oggi con la “chiusura” del Diario politico, il giornale della politica italiana sceglie di rivoluzionare la gerarchia e di raccontarvi, invece, questa bella storia, scritta dal deputato del Partito Democratico per il Politico.it. La storia, per chi non lo conoscesse, del calciatore della Roma andato in gol ieri contro il Siena. Okaka che, come tradisce il cognome, ha origini nigeriane: dal Paese centr’africano provengono i suoi genitori. Ma lui, nato e cresciuto qui e che, come ci racconta Sarubbi, non conosce una parola della lingua di mamma e papà e parla solo la nostra, la sua, è italiano a tutti gli effetti. Nelle settimane in cui si discute di diritto alla cittadinanza, una battaglia della quale il parlamentare Democratico è tra gli alfieri, insieme ad esponenti della maggioranza come l’inseparabile Fabio Granata, il tema ha una sua particolare attualità. Ma la vera ragione della sua attualità, e del suo enorme spessore politico, è il clima (anti)culturale che si respira nel nostro Paese, un clima che fa da anticamera al razzismo – se già non ne è pervaso. Un clima al quale il vostro giornale “risponde”, in qualche modo, così. Buona lettura.

Nella foto, Andrea Sarubbi

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di ANDREA SARUBBI*

Dopo il gol di tacco di ieri all’Olimpico contro il Siena, mi è venuta in mente la storia di Stefano Okaka. Non quella sportiva, che probabilmente conoscete, ma quella familiare, che secondo me andrebbe proiettata in Aula alla Camera quando ricomincerà la discussione sulla cittadinanza. Mamma Doris è perito agrario, papà Austin ragioniere; partiti dalla Nigeria per cercare un futuro migliore, nel 1981 arrivano in Italia, con un permesso di soggiorno per motivi di studio. Si stabiliscono a Perugia, dove nel giro di pochi mesi hanno il primo figlio: lo chiamano con un nome italiano, Carlo, perché è qui che hanno intenzione di mettere radici. Passano altri 8 anni e – quando la famiglia si è ormai stabilita a Castiglione del lago, sul Trasimeno – nascono due gemelli: Stefano e Stefania. Famiglia in Italia da 9 anni e con un lavoro stabile, bimbi nati qui, ma niente cittadinanza: i genitori non ce l’hanno ancora, dunque non l’avranno nemmeno i figli (d’altronde, è questo il principio dello ius sanguinis, attualmente vigente). Carlo, Stefania e Stefano crescono in Umbria, studiano nelle nostre scuole, giocano a pallavolo (i primi due) ed a calcio (il terzo) nelle nostre società sportive. Ma sono a tutti gli effetti extracomunitari: a differenza dei loro coetanei, magari meno dotati tecnicamente, non possono essere convocati nelle nazionali giovanili, in quanto non italiani. Eppure – come potete sentire dall’intervista delle Iene, che ho riportato qui sopra – non sanno mezza parola del dialetto di mamma e papà; con lo stesso inglese, ammetterà Stefano in più di un’occasione, zoppicano un po’. A 18 anni, grazie ai potenti mezzi dello sport, Stefano Okaka diventa cittadino italiano, quando i suoi genitori (in Italia da una vita) ancora non lo sono . E rivolge al presidente Napolitano un saluto, nel quale – senza accorgersene – smonta la dottrina della scelta consapevole su cui alcuni falchi del Centrodestra hanno costruito il rifiuto della cittadinanza ai minori: “In realtà io, essendo nato in Italia, mi sono sempre sentito cittadino italiano e il riconoscimento ufficiale per me è stato più che altro una formalità”. Stefano, di fatto, è sempre stato italiano. Solo che non poteva esserlo di diritto. Come tanti altri, meno fortunati di lui, che Okaka ricorda nella stessa lettera: “Sono consapevole del fatto che esistono delle situazioni difficili. Mi tengo informato e spero che lo Stato italiano faccia molto perché tutti coloro che lavorano, anche se non sono nati in Italia, possano ottenere la cittadinanza italiana e contribuire alla crescita del nostro Paese in tutti i campi. Io spero di farlo nei campi da calcio di tutto il mondo”. In quella stessa cerimonia, il capo dello Stato lancia un invito:

“Il punto di partenza non può non essere una presa di coscienza collettiva del carattere non temporaneo che ha assunto il fenomeno dell’immigrazione in Italia, e dunque della necessità di trarne le naturali conseguenze sul piano dello sviluppo delle politiche d’integrazione e anche sul piano delle norme e delle prassi per il conferimento della cittadinanza. È essenziale che a tale presa di coscienza giungano non solo le istituzioni, ma l’intera collettività nazionale”.

A due passi da Giorgio Napolitano, quel 13 novembre 2008, c’è anche il ministro dell’Interno. Che però fa finta di non sentire, e va avanti come un disco rotto: l’unica modifica da fare alla legge attuale sulla cittadinanza, insiste Maroni, riguarda la verifica dell’integrazione. I minori si arrangino.

ANDREA SARUBBI*

*Deputato del Partito Democratico

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